Intervista a Enrico Letta: la piazza non basta

26/05/2001

Corriere della Sera

Sabato 26 Maggio 2001







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L’INTERVISTA

Letta: la piazza non basta, ci vuole un’opposizione dura

      ROMA – Contro Berlusconi «la piazza non basta». Ci vuole, invece, «un’opposizione dura, sulle cose». Un progetto «per costruire l’alternativa al centrodestra, che sicuramente non riuscirà a finire in piedi la legislatura». Dopo il discorso pronunciato ieri all’assemblea di Confindustria, Enrico Letta si toglie le mostrine da ministro dell’Industria. Lo attendono i banchi dell’opposizione in Parlamento e, forse (anche se lui sembra tirarsi indietro), il posto di segretario del nuovo partito centrista, la Margherita. Lo scenario politico-economico si annuncia complicato. Due giorni fa il segretario della Cgil, Sergio Cofferati, ha avvisato il futuro premier: se farà «scelte impopolari», come chiede Confindustria, la Cgil si metterà di traverso
      Ci dobbiamo aspettare manifestazioni giganti come accadde nell’autunno del 1994?
      «Oggi la situazione non è quella del 1994. Per tanti motivi. Innanzitutto l’Italia è entrata nell’euro e quindi quelle "scelte impopolari" invocate da D’Amato non sono affatto paragonabili all’emergenza finanziaria di sette anni fa. Non ci sarà bisogno, quindi, di amare medicine. Secondo: la maggioranza questa volta è stabile. Terzo: il voto raccolto da Berlusconi non è una fiammata come poteva essere quello del 1994. Certo, non c’è stato un plebiscito: il leader del centrodestra ha vinto con il 45% contro il 43% dell’Ulivo. Tuttavia è giusto riconoscere che la nuova maggioranza parlamentare esprime un blocco sociale che c’è e si sente».

      Quindi?

      «Il centrodestra non si dissolverà con una manifestazione di piazza. Pensarlo sarebbe un errore sia tattico che strategico».

      Molti, anche nel centrosinistra, temono che Cofferati possa dettare i tempi, i ritmi e l’intensità dello scontro. Trascinandosi dietro anche i ds e l’intero Ulivo. L’opposizione, a quel punto, sarebbe dominata da una sorta di «cofferatismo»…
      «Il "cofferatismo" ha senso in quanto opposizione sindacale. Cofferati è Cofferati perché ha dietro di sè una grande organizzazione, senza la quale non si governano i processi sociali. Lo ha dimostrato con chiarezza il patto sul lavoro voluto a Milano dal sindaco Gabriele Albertini e dall’attuale direttore generale di Confindustria, Stefano Parisi. Senza la Cgil quell’intesa è rimasta di fatto sulla carta. Per altro lo stesso sindacato è composito. Non posso dimenticare che spesso Cisl e Uil hanno posizioni diverse. Personalmente apprezzo la saggezza con cui Savino Pezzotta sta guidando la Cisl».
      Resta il nodo del rapporto tra Cgil e Ulivo…

      «I ruoli sono e devono rimanere distinti. Il sindacato ha il compito di rappresentare e difendere i diritti dei lavoratori. E’ giusto che lo faccia scegliendo, nella massima autonomia, gli strumenti che ritiene opportuni, compresi gli scioperi e le manifestazioni. L’opposizione politica è altra cosa: deve essere dura, non concedere sconti al governo, ma si deve occupare soprattutto di costruire un’alternativa credibile nel medio periodo».
      Molto dipenderà anche dall’esito del dibattito nei ds. La sinistra di quel partito chiede un’opposizione che non escluda il ricorso alla piazza…
      «Non voglio entrare nella discussione interna ai ds. Per quanto mi riguarda vedo per l’Ulivo un percorso molto chiaro. Per prima cosa dobbiamo costruire una Margherita forte, perché questo ci chiedono gli elettori. Sarebbe semplicemente assurdo attardarsi. Poi sono sicuro che troveremo uno stretto raccordo con la sinistra. Cominceremo subito: il 2 giugno c’è l’assemblea organizzativa con Francesco Rutelli e Piero Fassino…»
      In questo schema potrebbe rientrare anche Cofferati?
      «Non so che cosa farà Cofferati. In ogni caso lo considero un personaggio fondamentale e una risorsa importante non solo per i ds, ma per tutto l’Ulivo. Se dovesse entrare in politica penso che anche lui concorrerebbe a creare un’alternativa credibile alla destra. Dobbiamo prepararci a una nuova sfida fra 2-3 anni».
      Il governo Berlusconi non durerà i cinque anni della legislatura?
      «Penso di no. Sono convinto che gli italiani devono provare Berlusconi fino in fondo. Oggi, con il senno di poi, si può dire che, se il suo primo governo fosse durato di più, oggi non saremmo qui a ragionare sulla vittoria del centrodestra. Questa volta le contraddizioni interne esploderanno nel medio periodo e, a un certo punto, fra due-tre anni, sarà evidente a tutti la distanza tra le promesse della campagna elettorale e gli atti del governo. I cittadini lo misureranno nella loro testa, nelle loro tasche, nei loro portafogli. In quel momento l’Ulivo dovrà farsi trovare pronto»
Giuseppe Sarcina


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