Intervista a D’Amato:”Cofferati è un nostalgico”

21/03/2001

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"Cofferati è solo un nostalgico
la sua Italia non esiste più"

D’Amato: insufficiente la tregua fiscale di Rutelli
Il leader degli industriali: "Per la prima volta abbiamo fatto le nostre proposte senza partecipare alla giostra dei veti"

ENRICO ROMAGNA-MANOJA


ROMA – «Francesco Rutelli e Silvio Berlusconi? Sono contento che entrambi i candidati-premier abbiano apprezzato la scelta fatta da Confindustria di presentare un programma di lavoro per la prossima legislatura e non una lista di richieste. E mi ha fatto piacere che entrambi siano entrati nel merito delle questioni, sia pure con qualche cautela, credo dovuta alla fase preelettorale». Antonio D’Amato – reduce dalle assise della Confindustria di Parma nel corso delle quali ha presentato il progetto degli industriali "per far vincere il paese" – traccia un bilancio dei suoi dieci mesi alla guida dell’organizzazione degli industriali e invita il governo ed il Parlamento che usciranno dalle urne del 13 maggio, sindacati e imprese a "mettere da parte i toni accesi di questa campagna elettorale e a sedersi intorno ad un tavolo per costruire insieme il futuro dell’Italia".
Allora, presidente, è soddisfatto di come è stato accolto il "patto per la competitività" che la Confindustria ha lanciato a Parma?
«Molto soddisfatto. Per la prima volta tutto il sistema industriale ha preparato insieme, e votato all’unanimità, una proposta rivolta al paese che ha l’obiettivo di mettere l’Italia nelle condizioni di competere con il resto del mondo, in modo da assicurarci al tempo stesso più sviluppo economico e più benessere sociale. Sono anche fiero del fatto che ci siamo assunti la responsabilità, come componenti della classe dirigente di questo paese, di fare le nostre proposte – che possono piacere o meno – invece di limitarci al solito elenco delle cose che non vanno. E senza partecipare alla giostra dei veti che piacciono invece tanto ad altri…»
Parma ha visto – anche se non nel faccia a faccia che molti da tempo sollecitano – i due candidatipremier a confronto sulle vostre proposte. Tra Francesco Rutelli e Silvio Berlusconi, chi le è piaciuto di più?
«Non sta a Confindustria dire quale dei due candidati è migliore dell’altro: siamo e vogliamo continuare ad essere neutrali rispetto ai due schieramenti. Confindustria non deve essere filogovernativa per convenienza né antigovernativa per partito preso; deve valutare rigorosamente l’azione di governo in rapporto alla sua capacità di far crescere il paese».
Pregi e difetti delle promesse fatte da Rutelli?
«Il candidatopremier dell’Ulivo ha dimostrato grandi aperture di credito alla Confindustria e al sistema delle imprese. Il problema è che non basta una tregua fiscale per ridare competitività all’Italia. Servono interventi fermi e decisi per ridurre il peso fiscale e contributivo che grava sulle aziende, una chiara politica di emersione dell’economia sommersa, un’incisiva ristrutturazione della spesa pubblica».
Berlusconi, che l’ha anche accusata scherzosamente di aver copiato il suo programma, è stato però interrotto 19 volte da applausi mentre Rutelli ha ricevuto qualche fischio per il suo inglese e uno striminzito applauso di cortesia a fine discorso…
«Berlusconi, da imprenditore, parla con il cuore di un imprenditore e ci mette passione ma, come leader politico, anche le sue promesse andranno verificate.»
Chi, invece, non sembra aver applaudito molto alle vostre proposte è Sergio Cofferati…
«Non voglio fare polemiche. Il paese ha bisogno di fatti. Mi limito a constatare che la Cgil si sforza di non capirci, mentre noi ci sforziamo di capirla».
N
ella sua intervista a Repubblica, il segretario generale della Cgil l’accusa di voler distruggere il sindacato e di puntare alla rottura della pace sociale. Davvero lei vuole questo?
«Cofferati mi sembra uno di quei sindacalisti nostalgici delle vecchie fabbriche, dei vecchi operai, dei vecchi padroni. Insomma, di un’Italia che non c’è più e che non è certo l’Italia che vogliamo noi. Noi vogliamo un’Italia che sia al tempo stesso più competitiva e più coesa, più ricca e più giusta. Gli obiettivi che proponiamo al paese, per la prossima legislatura, sono: più occupazione, meno economia sommersa, drastica riduzione del divario fra Nord e Sud».
E la pace sociale?
«Il consenso sociale è lo strumento migliore per raggiungere questi obiettivi, che però non possono essere sacrificati alla ricerca dell’unanimità. Cofferati parla di minacce alla pace sociale. E sbaglia due volte. Perché anche noi siamo interessati a mantenerla. E perché a furia di evocare certi spettri, si rischia che la situazione sfugga di mano.»
Ma insomma come le appare la posizione della Cgil?
«Noto con rammarico una forte assenza di proposte, di progetti, di coraggio e di voglia di cambiare e di modernizzare il paese. Eppure il sindacato, con Di Vittorio e con Lama, ha scritto pagine importanti nella storia di questo paese, dimostrando di sapere fare scelte, magari anche impopolari, per dare un contributo alla crescita del benessere».
Le trattative sui contratti a termine hanno evidenziato la rottura del fronte sindacale, con la Cgil da un lato e Cisl e Uil più vicine alla vostra posizione. Ma conviene a Confindustria avere come interlocutore un sindacato spaccato?
«Certo che sarebbe meglio un sindacato unito e pronto ad impegnarsi unitariamente per rendere il mercato del lavoro più agibile a chi oggi ne resta escluso. Sta di fatto che noi stiamo lavorando, insieme alle altre organizzazioni imprenditoriali e a Cisl e Uil, in un confronto responsabile che sta continuando anche in questi giorni».
L’accusa che vi viene mossa più spesso è questa: dietro alle vostre richieste di maggiore flessibilità del lavoro si nasconde in realtà la sola voglia di libertà di licenziare…
«Chi pensa che Confindustria voglia la legge della giungla, la cancellazione delle regole, la messa fuori gioco dello Stato e delle istituzioni, o non ha letto i nostri documenti o è del tutto in malafede e mente sapendo di mentire. Noi siamo contrari a licenziamenti indiscriminati: vogliamo più libertà di assumere, un mercato del lavoro più dinamico per combattere il sommerso che è fonte di emarginazione e criminalità».
Perché insiste tanto sulla sua proposta di emersione del lavoro sommerso?
«Perché da noi vale il doppio che negli altri paesi. Si tratta di 700 mila miliardi di lire che, se ne recuperassimo soltanto la metà, consentirebbero un maggior gettito contributivo e fiscale di ben 120 mila miliardi. Bisogna smetterla con l’atteggiamento compiacente o collusivo di larga parte delle forze politiche, delle istituzioni e dei sindacati. Il sommerso è uno dei maggiori elementi di corrosione non solo del sistema economico ma della stessa convivenza civile».
Eugenio Scalfari, nel suo editoriale di domenica scorsa, ha detto che la sua Confindustria è la migliore di quelle che ha conosciuto in 50 anni di professione giornalistica ma ha anche espresso il timore che le sue richieste possano compromettere il sistema di garanzie sociali a favore delle fasce più deboli della popolazione. Cosa risponde?
«Ringrazio Scalfari per le sue valutazioni, tanto più apprezzate in quanto vengono da un uomo del suo acume. Devo però dire che senza un maggior sviluppo economico non si creano le risorse necessarie per perseguire una maggiore equità sociale. Questa, insomma, è l’altra faccia dello sviluppo»…
Ma è proprio questo che Scalfari le contesta dicendo che lei ha omesso di parlare dell’utilizzo dei profitti che le imprese hanno fatto negli ultimi 50 anni. E, visto che la disoccupazione continua a rimanere alta, ciò vuol dire che gli investimenti fatti dalle imprese non sono evidentemente bastati…
«Non c’è paragone tra l’Italia cui si richiama Scalfari e quella di oggi. Il paese, in 50 anni, ha avuto una crescita straordinaria in termini di diffusione della ricchezza e del benessere e di qualità della vita. E a questo risultato hanno contribuito in modo fondamentale anche le forze imprenditoriali. Oggi ci sono però ancora grandi iniquità: il ritardo del Mezzogiorno, il fatto che tre giovani meridionali su 4 siano costretti a scegliere tra il lavoro sommerso, l’arruolarsi nelle file della criminalità o il vivere della pensione dei loro padri, almeno finchè ce l’hanno; un pezzo d’Italia dove si muore ancora di malasanità; c’è una generazione di lavoratori che vive nell’angoscia di non sapere se avrà la pensione per la quale ha lavorato tutta una vita o se i figli avranno un lavoro. Ed è a queste iniquità che deve appunto saper rispondere il sistema politico – il cui primato nessuno di noi mette in discussione – ridistribuendo la ricchezza che noi contribuiamo a creare».

Quando lei fu eletto, lo fu in contrapposizione a Carlo Callieri, candidato dei grandi gruppo industriali. Oggi lei sente di averli dalla sua parte – come è sembrato ascoltando il discorso che ha fatto il presidente della Fiat Paolo Fresco a Parma – o sente ancora freddezza e diffidenza?
«La forza di un’organizzazione come Confrindustria è quella di sapersi confrontare e dibattere al suo interno, rinnovandosi continuamente (e, comunque, ogni quattro anni il presidente va a casa…). Parma ha dimostrato come oggi, dal triangolo industriale al Nord-Est, dal Centro al Sud, dalle grandi alle microimprese, dalle industrie manufatturiere tradizionali ai pionieri della New Economy, c’è la piena e convinta adesione alle nostre proposte».
E’ vero, come di ce qualcuno, che lei è ostaggio di alcuni dei suoi grandi elettori (il nome che si fa più spesso è quello di Cesare Romiti)?
«La mia storia associativa, fin da quando ero presidente dei giovani industriali, è fatta di indipendenza economica, come imprenditore che sta sul mercato, e autonomia culturale, grazie ad un padre che mi ha insegnato che non c’è nulla che valga più della propria dignità»…
Quale sarà la prima cosa che chiederà al presidente del Consiglio uscito dalle urne del 13 maggio, chiunque esso sia?
«Che si mettano da parte le polemiche ed i toni accesi di questa campagna elettorale per tornare intorno ad un tavolo a costruire, insieme, il futuro di questo paese».