Intervista a D’Alema: «Riformismo, la Cgil non si arrocchi»

23/11/2001






L’INTERVISTA / Il presidente dei Ds: Berlusconi non sarà in grado di mantenere le promesse e quando metterà le mani sulla Rai perderà ancora credibilità

«Riformismo, la Cgil non si arrocchi»


D’Alema: ricostruiamo i partiti e rilanciamo l’Ulivo, il nostro mondo è stufo di liti

      ROMA – Non parlategli di «svolta» dei Ds: «Svolta è un termine usato troppo spesso a sproposito. Diciamo che il congresso di Pesaro è stato molto importante». Non pensate di sentirlo ancora polemizzare a difesa dei partiti (in primo luogo il suo) contro la retorica ulivista: «Quella tra l’Ulivo e i partiti è una contrapposizione che ha fatto solo danni. L’appello a non litigare che ci rivolge il nostro mondo è fortissimo. Sono diventato molto tranquillo, e lo faccio integralmente mio: bisogna nello stesso tempo ricostruire i partiti, i Ds e la Margherita, e rilanciare l’Ulivo». E se immaginate che, dopo essere stato rieletto presidente della Quercia, voglia togliersi chissà quale sassolino dalla scarpa, lasciate perdere, e accontentatevi di un po’ di ironia. Massimo D’Alema fa gli auguri a Piero Fassino («Fisicamente è oblungo, ma politicamente è robusto e sobrio, come si addice a un dirigente riformista») e per sé disegna un ruolo alquanto defilato: «Non esiste alcun problema denominato D’Alema. Lavorerò soprattutto qui, alla Fondazione Italianieuropei. Continuerò a tenere dei rapporti, a scrivere, a pensare. In ogni caso, non intendo gestire un bel nulla».
      La parola «svolta» non le piace, e va bene. Come definirebbe allora il congresso di Pesaro?
      «Un congresso vero nel quale, dopo la sconfitta, bisognava stabilire che cosa è, e che cosa vuole diventare, questo partito. Il confronto politico è stato aperto, ci si è misurati con le resistenze al compimento della nostra trasformazione in una forza socialdemocratica che si sono coagulate nel cosiddetto correntone».

      Ma non vi dichiaravate socialdemocratici già da un bel pezzo?

      «Non è così semplice. Il Pci era un partito dall’identità molto forte, il Pds prima, i Ds poi, hanno avuto un’identità, una cultura politica, un sistema di valori condivisi alquanto deboli. Siamo stati a lungo una specie di cantiere aperto o, se preferisce, un ponte gettato sull’ignoto. Il che è anche affascinante, non discuto, specie per chi, sbagliando, continua a pensare che comunismo e socialdemocrazia siano periti insieme, e che occorra andare oltre. Ma un partito deve avere una ragion d’essere».

      C’è chi sostiene che, per adottare un’identità compiutamente socialdemocratica anche in Italia, il tempo sia ormai scaduto. Lei avverte questo rischio?

      «No. L’Italia è in Europa, la sinistra europea è questa. Quando hanno chiesto a Tony Blair di definire il New Labour, ha detto: "E’ un partito socialdemocratico". Eppure il New Labour è lontanissimo dal modello socialdemocratico tradizionale. Sciogliere il nodo dell’identità dei Ds, come abbiamo fatto a Pesaro, è la condizione necessaria per riuscire a mettere in campo anche in Italia una sinistra riformista dalle dimensioni paragonabili a quella delle socialdemocrazie europee».

      Provo a metterla diversamente. Lei pensa a dei Ds un po’ più grandi, a un tentativo di ricomposizione unitaria, in un partito nuovo, del socialismo italiano, o a cos’altro?

      «Prima di tutto: dopo la Cosa Due, vorrei evitare la Cosa Tre. Non sono fazioso nei confronti di chicchessia. Prendo solo atto che, anche a metterci tutti assieme, noi, gli eredi delle diverse famiglie della sinistra italiana, continueremmo a costituire un ceto politico alquanto asfittico. Dunque, bisogna aprire un processo politico e culturale, senza forzature sul piano organizzativo. E in questo credo che il lavoro della Fondazione e della rivista, che non sono un club esclusivo di Giuliano Amato e di Massimo D’Alema, possano essere molto utili: non c’è grande partito al mondo che non poggi anche su importanti istituzioni culturali e centri di ricerca».

      A proposito di Amato: c’è chi sostiene che il presidente del partito avrebbe dovuto farlo lui.

      «Chi lo sostiene dimostra di non avere la più vaga nozione di come sia fatto un partito. Ed è ridicolo chiedere ai riformisti delle più diverse estrazioni di unirsi cominciando con il tentativo di contrapporre i due, Amato e D’Alema, che si sono messi assieme da un pezzo».

      Riformismo, riformisti. Sergio Cofferati dice che di riformismi ce ne sono due, e che occorre trovare il modo di farli convivere sotto la Quercia.

      «Io a questa storia dei due riformismi non credo. In tutta Europa i partiti socialdemocratici, per elaborare una piattaforma riformista moderna che consentisse loro di vincere, hanno dovuto ridiscutere in profondità, e apertamente, il loro rapporto con il sindacato, ma senza che questo si sia mai tradotto in una cristallizzazione delle posizioni. Una sinistra di governo deve avere una rappresentatività sociale più ampia di quella sindacale».

      Ma la Cgil è riformista da una vita.

      «Spero che, superata questa fase, si possa riaprire una discussione, anche per rilanciare l’unità sindacale. La Cgil, proprio perché non viene da una tradizione corporativa, dovrebbe favorire il rinnovamento della sinistra invece di scegliere l’arroccamento. Come ha detto Bruno Trentin, se ci facciamo chiudere sulla difensiva rischiamo un’altra sconfitta».

      A dire il vero, la sinistra non sembra in grado di passare all’offensiva…

      «Io non credo che Berlusconi sia in grado di mantenere le sue promesse di modernizzazione del Paese. Il Cavaliere non è la Thatcher, il centrodestra mi sembra più impegnato a occupare lo Stato che a ridurne il peso, e dunque i giovanili entusiasmi ultraliberisti manifestati dal presidente di Confindustria mi sembrano malriposti. Non esiste una destra capace di modernizzare questo Paese. Se non lo fa la sinistra, o meglio il centrosinistra, non lo fa nessuno. E il guaio è che non si può nemmeno escludere a priori questa seconda eventualità».

      E lei, per evitarla, che cosa propone?

      «Rispondere colpo su colpo al centrodestra è giusto e doveroso, ma non basta. L’anomalia rappresentata da Berlusconi, pensi al conflitto d’interessi o alle questioni della giustizia, fa pagare al Paese un prezzo assai alto, in termini di riduzione di credibilità nella comunità internazionale. E non siamo ancora arrivati al passaggio cruciale. Ci arriveremo quando il centrodestra metterà le mani anche sulla Rai, e sarà come la storia delle rogatorie, ma elevata al cubo…».

      A giudicare dai sondaggi, l’opinione pubblica italiana non è poi troppo turbata da queste vicende…

      «Che devo dirle? Non credo. Ma può darsi. E allora bisognerà spiegare meglio che, nel mondo civile, questioni simili sono considerate dirimenti. E, insisto, non limitarsi a denunciare questo andazzo con nobili parole. Per questo è importante e non più rinviabile la convenzione programmatica dell’Ulivo: per definire, assieme alle forze sociali più significative, all’impresa, alle forze intellettuali, i suoi programmi, le sue idee sul Paese, un progetto di governo più ampio».

      Proprio lei si fa paladino del rilancio dell’Ulivo?

      «Non credo proprio che nelle polemiche del passato le responsabilità fossero tutte e solo mie, ma la mia parte di autocritica la ho fatta. E adesso dico: guardiamo avanti. Ricostruiamo i partiti, i Ds come la Margherita. E rilanciamo l’Ulivo, lavorando prima di tutto sul programma e sul progetto, perché l’alternativa di governo si costruisce da adesso.

      L’Ulivo, i programmi, l’alternativa di governo. Ma intanto ci sono molti segni dell’ingresso sulla scena politica di qualcosa di simile a una nuova sinistra, soprattutto giovanile.

      «Questi movimenti sono una novità importante, pongono la grande questione democratica del nostro tempo: come si partecipa a decisioni che investono il futuro del pianeta e di ciascuno? A noi spetta dare risposte politiche su questi temi, non accodarci strumentalmente ai movimenti. La globalizzazione è una realtà. E se la realtà non ti piace non la neghi, ma cerchi di cambiarla».
Paolo Franchi


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