Intervista a Cofferati: “Quercia sconfitta, deve cambiare”

29/05/2001



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"Quercia sconfitta, deve cambiare:
congresso vero e poi nuovo leader"

Cofferati: il mio impegno nel sindacato scade nel 2002
Il segretario della Cgil scopre le carte. "I vertici aprano il dibattito, ma evitino la resa dei conti e facciano un passo indietro"

MASSIMO GIANNINI


ROMA – Sergio Cofferati scende in campo. Sferza la sinistra, "seccamente sconfitta" al voto del 13 maggio. Non si candida, oggi, alla guida dei Ds. "Resterò alla Cgil fino alla primavera del 2002". Non può andarsene adesso che si profila uno scontro durissimo con il governo Berlusconi sul Dpef e sulla Finanziaria. Ma propone la sua ricetta. "Il partito deve ritrovare la sua identità. Bisogna convocare subito il congresso per eleggere il nuovo segretario". Dice un no grosso come una casa all’ipotesi di assemblea congressuale per la nomina di un segretario pro-tempore che gestisca il congresso vero e proprio. "Sarebbe uno schiaffo in faccia agli elettori". Così si mette di traverso, nell’ennesimo braccio di ferro tra D’Alema e Veltroni. Indica il percorso all’alleanza per i prossimi mesi: "Bisogna creare subito un governo-ombra, guidato da Rutelli e da Fassino, che dia battaglia contro il Polo in Parlamento". Ma anche se non lo dice, non si può escludere che nel prossimo autunno, se la Margherita avrà trovato una sua fisionomia definita e il congresso diessino glielo chiederà, lui possa guidare i Ds verso lo sbocco che ritiene più urgente: "Niente partiti unici o Cose 3, ma un vero partito della sinistra, nel solco del socialismo europeo".

Cofferati, partiamo dai Ds.

"Partiamo dal centrosinistra, invece. La sconfitta elettorale è stata evidente. Il voto del 13 maggio, e anche i ballottaggi di domenica scorsa, hanno evidenziato elementi di novità interessanti. La coalizione ha mostrato segnali di vitalità al Nord e nelle grandi città. Il Paese non ha ceduto alla deriva pericolosa del populismo mascherato da una patina di liberismo, rappresentato dal centrodestra. Tuttavia, ha affidato proprio al centrodestra il compito di governare".

Il centrosinistra ha colpe da farsi perdonare. E’ così?

"Sì, ma con alcune singolarità. Lo schieramento di centrosinistra, rispetto al ’96, ha migliorato le sue performance. Se si sommano Rifondazione e Di Pietro, l’Ulivo ha ottenuto più voti. Il centrodestra, al contrario, ne ha ottenuti di meno. La ragione più banale per spiegare la sconfitta, quindi, è che il centrodestra ha ritrovato l’unità perduta nel ’96, ed ha vinto, mentre il centrosinistra si è diviso, ed ha perso".

Allora ha ragione Nanni Moretti, a dire che Berlusconi deve ringraziare solo Fausto Bertinotti?

"Bertinotti ha una forte responsabilità, nelle condizioni in cui si è arrivati al voto. Rifondazione comunista si è consolidata come una sinistra antagonista e massimalista, indisponibile a un accordo di programma con la sinistra riformista. Ma quest’ultima, a sua volta, avrebbe dovuto darsi una caratterizzazione molto netta, un profilo di sinistra vera, moderna, europea. E in questo modo sarebbe stato forse più semplice trovare una convergenza sufficiente, quanto meno per non subire danni dai meccanismi della legge elettorale".

Perso questo profilo, perse le elezioni. E’ questa è la sua analisi?

"Sì. Nel corso della legislatura si è persa la radicalità riformatrice della sinistra, il rigore assoluto del suo riformismo. Che naturalmente è cosa totalmente diversa dal massimalismo. Ma che deve essere percepita anche come totalmente diversa dal riformismo laico e dal riformismo cattolico. Purtroppo la sinistra non è riuscita a marcare questa distinzione. E questo ha pesato, nell’esito del voto".

Così il Cavaliere ha vinto. E ora la sua preoccupazione è che vada a governare con il supporto della Confindustria di D’Amato, vero?

"C’è un evidente collateralismo, tra Confindustria e il nuovo governo Berlusconi. L’assemblea degli industriali della scorsa settimana ha ribadito, in peggio, lo stucchevole balletto di Parma. D’Amato ha dettato al nuovo governo le sue priorità, per il Dpef e per la prossima Finanziaria. Ha chiesto ‘scelte impopolari’, tradendo una volontà punitiva nei confronti dei lavoratori e dei pensionati. E Berlusconi si dichiara pronto. Con ricette inaccettabili su scuola, sanità, previdenza e diritti. Se confermeranno le loro intenzioni, Berlusconi e D’Amato troveranno la Cgil sulla loro strada. Ma questo non può bastare. Le parti sociali hanno fatto supplenza politica solo nel ’95, col governo Dini che era privo di una vera maggioranza parlamentare. Oggi, da cittadino elettore, mi aspetto che l’opposizione ferma e rigorosa la faccia il centrosinistra in Parlamento".

Lei dubita che ne sia capace?

"Il centrosinistra deve costituire al più presto un governo-ombra, che si contrapponga in Parlamento in modo rigorosissimo, e con la forza del programma che ha presentato in campagna elettorale, al governo ufficiale. Dovrebbero guidarlo quelli che in campagna elettorale sono stati scelti come candidati alla premiership. Francesco Rutelli e il suo vice, Piero Fassino. Ma poi dentro dovrebbero esserci le personalità più autorevoli dello schieramento, che possono vantare esperienze di governo più solide rispetto ai loro avversari, a partire dagli ex presidenti del Consiglio".

Per esempio?

"Massimo D’Alema sarebbe un ottimo ministro degli Esteri del governo ombra". Cofferati, scherza o fa sul serio? Si parla di un D’Alema pronto a riprendersi la sinistra italiana, e lei lo confina al governo ombra?

"Io dico che del governo-ombra c’è un gran bisogno. Il rischio, in caso contrario, è che l’Ulivo si svalorizzi, che perda visibilità e forza. Nel frattempo, il governo-ombra consente ai soggetti che lo compongono di ridefinire se stessi. La Margherita dovrà decidere se diventare un partito, e in base a quale profilo politico. Io auspico che ci sia una valorizzazione della cultura dei riformismi cattolico e laico. Allo stesso modo, gli altri partiti minori, come i socialisti o i verdi, potranno decidere le loro forme di aggregazione".

E così arriviamo ai Ds.

. "A mio parere i Ds dovranno darsi la fisionomia definitiva di un partito della sinistra europea. Credo che, oggi, sia questo il problema più grande del mio partito: se nel centrosinistra è utile che il centro si rafforzi, bisogna che si lavori per rafforzare anche la sinistra".

Questo lo dicono tutti. Il problema è decidere in che modo rafforzare la sinistra. Amato ha rilanciato l’idea della riaggregazione delle famiglie dei riformisti, D’Alema insiste sulla via del partito socialdemocratico. Lei come si schiera?

"Io sono contrario alle ipotesi di formare nuovi partiti o nuove aggregazioni. Sto nella sinistra da tanti anni, e mi ricordo i tempi in cui ‘riformista’ e ‘socialdemocratico’ erano parole usate in senso spregiativo. Io che invece ho sempre apprezzato la valenza e la radice positiva di queste definizioni, oggi dico che dobbiamo superare gli schematismi e le formule a priori".

Quindi è schierato sul fronte degli ulivisti Veltroni e Rutelli, che guardano al modello del grande "partito democratico"?

"Io non so qual è il modello che propongono Veltroni e Rutelli. So qual è il modello che a me sembra preferibile. E non è certo quello del ‘partitone democratico’. Sono convinto che l’Ulivo sia un valore da apprezzare per quello che è: uno schieramento di forze politiche. E questo, secondo me, deve restare. Con le sue anime e le sue diversità. Quanto ai Ds, da iscritto sono interessato a una discussione che proietta il partito nel solco del socialismo europeo, e che definisce prima di tutto quali sono gli insediamenti sociali di riferimento, e quali sono le politiche fondamentali da adottare, quelle che danno identità a una forza di sinistra, che stimolano passioni e appartenenze".

E secondo lei quali devono essere gli insediamenti di riferimento dei Ds, e le politiche fondamentali di una forza vera di sinistra?

"Secondo me un partito di sinistra deve avere come fondamento nella sua idea di società il lavoro, in tutte le sue articolazioni".

Così i Ds, in termini di rappresentanza, coincidono pari pari con la Cgil. Non è un po’ ristretto, come orizzonte?

"No, perché il lavoro in tutte le sue forme vuol dire milioni di persone che lavorano in un’economia complessa. Bisogna partire da lì, dai loro bisogni e dalle loro aspettative, e poi per cerchi concentrici si aggregano altre aree sociali più lontane dal nucleo. Non ho in testa un modello da ‘riserva indiana’. Al contrario, sono convinto che il successo di una politica si misura dalla tua capacità di proporre politiche funzionali e utili ad una platea sempre più estesa".

Oggi c’è una segreteria dei Ds, Veltroni si dimetterà da leader del partito.

"Per ridefinire la sua identità, il partito dovrà affrontare una discussione lunga e difficile, che richiederà un percorso definito anche temporalmente, e che dovrà escludere scorciatoie e soluzioni affrettate".

Parli chiaro, Cofferati. Lei vuole il congresso?

"Assolutamente sì. Gli organismi dirigenti del partito dovrebbero fissarlo immediatamente, e organizzarlo disponendo tutti i passaggi di confronto e di dibattito che lo rendano utile e percepibile da tutti gli elettori e i militanti come un appuntamento davvero straordinario. Ma questo richiede tempo. Ho sentito parlare di un congresso prima dell’estate: non esiste in natura. Serve una riflessione seria, per un partito della sinistra che è reduce da un risultato elettorale seccamente negativo. Quindi la mia proposta è: si apre subito la discussione pre-congressuale e si fissa subito la data del congresso vero e proprio, che realisticamente può essere intorno al prossimo autunno. Ma senza vaghezze, e senza forzature sui gruppi dirigenti".

Che vuole dire ‘forzature sui gruppi dirigenti’? Mai come adesso il Botteghino ha bisogno di un segretario. "Quando dico che bisogna evitare forzature, mi riferisco per esempio alle ipotesi che ho sentito circolare su un’assemblea congressuale che dovrebbe eleggere un segretario al quale affidare poi la gestione del congresso vero e proprio. Sono assolutamente contrario. Capisco la difficoltà dei gruppi dirigenti a gestire un dibattito lungo e difficile, senza un segretario in carica. Ma queste difficoltà sono piccola cosa, rispetto all’effetto deflagrante di un segretario scelto prima di un congresso".

La preoccupazione è che scatti una resa dei conti tra i leader…

"Ma quale resa dei conti! I leader devono fare tutt’altro, in questo momento".

Allora chiede di fatto a D’Alema e a Veltroni di fare un passo indietro?

"Io chiedo al gruppo dirigente di fare uno sforzo straordinario: discutano tra loro, sui programmi e sulla linea politica. Stendano le tesi congressuali. Poi la scelta del leader si farà al congresso".

Sergio Cofferati è pronto a candidarsi alla segreteria dei Ds?

"Io sarò il segretario della Cgil fino alla primavera del 2002. Per un verso, è il tempo che coincide coincide con il limite massimo della mia permanenza al vertice della confederazione, e non intendo chiedere proroghe. Per un altro verso, è il tempo che serve alla Cgil per fronteggiare la prima scadenza rispetto al nuovo governo Berlusconi, cioè la Legge Finanziaria, e per fare il suo congresso". Ma se al congresso del prossimo autunno i Ds le chiedessero di scendere in pista lei accetterebbe o no?

"La politica non si fa con i ‘se’ e con i ‘ma’. Ad oggi la situazione è questa: ho un patto con gli iscritti al mio sindacato, che scade nel 2002".