Intervista a Cofferati: «Il conflitto sociale è un rischio per il Paese»

04/05/2001





Venerdì 4
maggio 2001
«Il conflitto sociale è un rischio per il Paese»
Cofferati: «Il terrorismo colpisce noi del sindacato»

Non credo che la controparte
inasprisca
le posizioni
sui rinnovi contrattuali
sperando nell’ipotetico
governo Berlusconi: se
fanno saltare la politica
dei redditi non sarà
un favore al Polo
ma ciò porterà
a un inevitabile
conflitto

a pagine 5


intervista
Federico Geremicca
ROMA
DA una parte l’inasprirsi del conflitto con Confindustria in materia di rinnovi contrattuali e politica dei redditi. Dall’altra, segnali inquietanti di ripresa dell’attività di gruppi eversivi e terroristi. Siamo alle solite: eccole qua le Scilla e Cariddi dei leader Cgil da Luciano Lama in poi. Oggi tocca a Sergio Cofferati farci i conti: contrastare, cioè, l’annotazione – spesso strumentale – che il conflitto sociale porti acqua allo stagno brigatista. Avrebbe quasi voglia di non rispondere a contestazioni così. Potrebbe limitarsi all’elenco dei caduti, da Massimo D’Antona a più indietro nel tempo. Ma il giorno in cui i quotidiani titolano «Cofferati contro Confindustria» è anche il giorno della raffica di arresti di insospettabili accusati di contiguità col terrorismo. E allora il leader Cgil si arma di pazienza e spiega: «I volantini arrivano nelle fabbriche spediti dall’esterno: il che significa, intanto, che a differenza degli Anni 70 e 80 gli eversori non hanno nei luoghi di lavoro nuclei organizzati. E poi leggeteli, quei volantini: il sindacato è indicato come uno dei nemici da battere. E lo è per la politica che persegue, per le regole che vuole difendere. Quelle regole, per intenderci, a cui lavorò anche Massimo D’Antona».
Basta? Non basta. Perché, a chiudere il discorso, Cofferati aggiunge: «E’ senz’altro vero che una qualunque ipotesi terroristica fa affidamento su un tessuto sociale lacerato – dice -. Ma per quanto mi riguarda se si dovesse ricreare una situazione di conflitto, essa andrebbe in direzione precisamente opposta ai vaneggiamenti terroristici: nascerebbe, cioè, dall’esigenza di difendere quelle regole e quelle politiche che proprio i brigatisti avversano». Punto e basta. Nel senso che il tema del giorno, per quanto lo riguarda, adesso è un altro: è il conflitto che va riaprendosi con Confindustria in materia di politica dei redditi. E in una conversazione funestata dall’incrocio tra un telefono cellulare e trenta gallerie, Sergio Cofferati lancia un messaggio assai preciso: «Io non credo che Confindustria stia inasprendo le proprie posizioni sui rinnovi contrattuali sperando di poter affrontare la questione dopo il voto e magari sotto l’ala più protettiva di un ipotetico governo Berlusconi. Non lo credo. Del resto, se fanno saltare la politica dei redditi fanno certo un oggettivo favore al centrodestra, che è portatore di teorie liberiste: ma gli consegnano, nel contempo, una situazione di inevitabile conflitto sociale». E Cofferati pare chiedersi: il gioco vale la candela?
Però è proprio sulla politica dei redditi e sui rinnovi di alcuni contratti che è ripartito il braccio di ferro tra sindacati e Confindustria. L’incontro dell’altro ieri tra le parti e il governo non sembra andato granché: il consigliere Guidi l’ha definito addirittura inutile. Condivide?
«Non so perché abbia espresso un tale giudizio. L’utilità è il frutto anche delle posizioni che si assumono. Dico solo che Confindustria, mettendo in discussione la politica dei redditi, assume su di sé una responsabilità grave e determina conseguenze proporzionali agli atti che compie. Vorrei ricordare che la questione riguarda milioni di persone. Devo aggiungere, per onestà, che non sono sorpreso dalla linea scelta: il manifesto confindustriale di Parma per la competitività contiene già, nel capitolo sulle retribuzioni, questa posizione. Nella relazione con la quale giorni dopo un certo professor Biagi aprì la riunione del Comitato scientifico è stato sostenuto che bisogna accantonare la politica dei redditi e ridurre i livelli contrattuali da due a uno».
Non le pare di star istruendo il classico processo alle intenzioni?
«No. Nel comportamento di Confindustria c’è uno stacco netto. Cinque anni fa cose così non sarebbero state né scritte né dette. Non siamo all’anno zero: i precedenti contano».
Può citare casi di attacco alla politica dei redditi nei rinnovi contrattuali fin qui effettuati?
«Federmeccanica ci ha provato più volte. Direi che ora la storia è diversa. Anche le cose dette sull’inflazione importata e sul conteggio che ne andrebbe fatto sono o ridicole o preoccupanti».
Altri hanno definito la convocazione a Palazzo Chigi un atto di propaganda preelettorale. Che risultati poteva sperare di ottenere a dieci giorni dal voto?
«Il governo è responsabile della politica dei redditi. In più, è anche datore di lavoro, ed ha rinnovato molti contratti rispettando l’accordo del ‘93. Mi sorprenderei di un governo che non si preoccupasse della politica dei redditi. Anzi, se ho polemizzato col presidente Amato, è perché un governo non può assistere passivamente alla negazione di quelle intese».
Crede davvero, come alcuni ipotizzano, che Confindustria prima di firmare alcunché voglia attendere il risultato elettorale?
«Penso che per loro la scadenza elettorale sia assolutamente irrilevante. Mi pare che Confindustria abbia, ormai, un obiettivo dichiarato: recuperare produttività e profitti attaccando la politica dei redditi e comprimendo i salari. E le dirò una cosa: in nessun manuale c’è scritto che un sindacato debba accettare propositi così».
Parla di Confindustria come di un monolite: ha mai colto diversità di accenti al suo interno?
«Immagino che vi siano differenze, come in tutte le grandi organizzazioni. Sul piano delle intenzioni credo che vi siano anche posizioni diverse, che al momento non trovano visibilità. Poi, quanto ai comportamenti, a volte le differenze diventano evidenti: e alle posizioni confindustriali non corrispondono comportamenti analoghi da parte di grandi aziende o di alcune categorie. In ogni caso c’è una cosa che non capisco».
E sarebbe?
«Che sembrano puntare al braccio di ferro non valutando che le aziende sono più fragili rispetto ad alcuni anni fa. Molti ormai lavorano senza scorte e magazzino, basta uno sciopero di due giorni dei trasportatori per metterli in ginocchio. E guardi che quando poi succede, non c’è governo che tenga: il danno lo subiscono loro, le aziende. Sono loro a pagare il prezzo più caro».
Va intesa come una minaccia per quel che accadrà dopo il voto?
«Nient’affatto. E’ una constatazione. Che ha perfino riferimenti storici. Vede, nel 1994 Confindustria consigliò al governo di centrodestra di tenere una posizione molto rigida sulle pensioni. Si determinò una rottura, ci furono scioperi. Sul piano politico, il governo ci rimise in immagine: su quello concreto, furono le aziende a sopportare i costi maggiori. Ricordo che alla Fiat quelli del ’94 furono gli scioperi più pesanti degli ultimi vent’anni».
Che morale bisognerebbe trarne, segretario?
«Che un’associazione come Confindustria può pensare di trarre dei vantaggi da un certo quadro politico: ma se le sue scelte producono conflitti, il danno è delle imprese e del paese. Glielo dirò in maniera ancor più chiara: a volte può accadere che un vantaggio politico per l’associazione si traduca in un danno per gli associati. Insomma: ci pensino bene prima di imboccare la via del conflitto e dello scontro col sindacato».