Intervista a Cofferati «Al governo non conviene lo scontro»

03/12/2001

La Stampa web



Cofferati «Al governo non conviene lo scontro»
ECONOMIA
Sabato 01 Dicembre 2001
intervista
Roberto Giovannini
ROMA. SERGIO Cofferati, segretario generale della Cgil, è determinato nel difendere le norme sui licenziamenti che il governo intende modificare (definite «norme di civiltà»). Avverte l’esecutivo di rinunciare a «blitz» sulle pensioni, e boccia la politica economica del governo. Ma a Silvio Berlusconi oggi lancia un messaggio: rinunci alla modifica dell’articolo 18 voluta da Roberto Maroni, un ministro «che definendo “utile” il nostro sciopero – dice – si dimostra davvero arrogante». Il premier abbandoni una strategia di divisione del sindacato condannata a fallire. Segua piuttosto l’esempio di Josè Maria Aznar. In questo caso, la strada del sindacato e quella del governo potrebbero addirittura convergere. L’alternativa, sarà uno scontro sociale durissimo.
Segretario, perché il primo ministro dovrebbe imitare il premier spagnolo? Il sindacato non appare in gran salute. Sui licenziamenti siete arrivati a un passo dal dividervi.
«E’ evidente che ci sia oggi un’articolazione maggiore del sindacato italiano. Abbiamo spesso fatto fatica a trovare un orientamento comune. Sulle questioni fondamentali però il sindacato confederale ha un’opinione comune e un atteggiamento unitario. Il governo ha sperato e operato perché ci dividessimo. Non si è reso conto che sulle cose che contano stiamo insieme. Un governo che parte dall’idea di dividere il sindacato, e isolarne l’organizzazione più rappresentativa, è un governo che commette un errore politico enorme. Ogni tanto il presidente del Consiglio fa riferimento al governo spagnolo guidato da Aznar. Aznar si è ben guardato dall’idea di dividere i sindacati: ha trattato con loro, sulla base di un atteggiamento di rispetto e di riconoscimento della pari dignità».
E’ davvero così devastante la riforma dell’articolo 18 sui licenziamenti? L’esecutivo spiega che in realtà ha un impatto limitato.
«L’articolo 18 garantisce un diritto di civiltà. Sgombriamo il campo da una serie di falsità e di inesattezze. Si dice che in Italia le aziende sono bloccate dall’impossibilità di licenziare. Non è vero: i licenziamenti individuali sono previsti dalle leggi e dai contratti. Poi ci sono le procedure di legge e gli accordi per i licenziamenti collettivi. L’articolo 18 è altra cosa: prevede la possibilità di reintegrare nel suo posto di lavoro una persona che è stata licenziata senza giustificato motivo o giusta causa, senza infrazioni gravi nei confronti di colleghi o dell’azienda. Noi siamo convinti che quella norma è importante per il suo valore di deterrenza. Senza quella norma, i licenziamenti discriminatori potrebbero moltiplicarsi».
Il ministro Maroni ribatte che le norme antidiscriminatorie restano in vigore.
«Se si può licenziare senza giustificato motivo, tocca al lavoratore l’onere di dimostrare al giudice che si tratta di misura discriminatoria. L’articolo 30 della Carta dei Diritti europea varata a Nizza stabilisce che non si possa licenziare una persona senza giustificato motivo. Confindustria, e il governo che la asseconda, hanno dato alla questione dei licenziamenti un peso concreto evidente, ma anche una valenza simbolica. Riducendo la soglia dei diritti dei lavoratori delle imprese più grandi si mette in moto un processo generalizzato di riduzione dei diritti. Si afferma che le imprese, per recuperare competitività, devono avere mano libera sui rapporti di lavoro, perché i diritti e le protezioni sociali sono un costo. Un modello di competizione "bassa" cui si contrappone il modello europeo di competizione "alta", che punta sulla qualità, sull’innovazione, sulla ricerca, sull’utilizzo e la valorizzazione del sapere. Questo prefigura il "Libro Bianco" del governo, che punta a destrutturare il mercato del lavoro e le sue regole».
Il recente rapporto della Commissione Ue sostanzialmente avalla il «Libro Bianco», e punta il dito sul basso tasso di occupazione italiano…
«Non è così. L’Ue chiede più partenariato, sostiene che il rapporto fondamentale di lavoro è quello a tempo indeterminato, suggerisce la stabilizzazione dei rapporti di lavoro; il “Libro Bianco” punta in direzione esattamente opposta, prospettando una strana “libertà” individuale: che le persone – chissà perché – siano più libere senza tutele e rappresentanze collettive. Non sono contrario ideologicamente alla flessibilità. Ma in Italia l’80% dei posti di lavoro creati sono precari, a termine».
Il governo afferma che le imprese non assumono, perché le regole del lavoro "stabile" sono troppo rigide e penalizzanti.
«La legislazione italiana da anni è tra le più ricche di strumenti contrattuali flessibili, tanto da imporre alle aziende la ricerca di modi per "fidelizzare" una manodopera troppo mobile e flessibile. Vediamo il caso delle pensioni. Per anni ci hanno spiegato che le pensioni di anzianità erano uno sconcio; adesso ci tocca sentire autorevoli rappresentanti di grandi industrie che consigliano il governo di non insistere, perché il regime transitorio sulle anzianità garantisce loro vantaggi. Perché la flessibilità sia utile, e non paventata come devastante dai giovani, serve ben altro: occorre formazione continua, una rete di ammortizzatori sociali efficaci, moderni servizi per l’impiego».
Sarà, ma si direbbe che nel paese – questo hanno detto le elezioni politiche – prevale un punto di vista diverso. Anche sui licenziamenti.
«Non so da dove discenda questa opinione. Io so, invece, che c’è stata una sola verifica concreta: il voto sul referendum radicale del maggio 2000. Nonostante la nota campagna astensionistica, oltre dieci milioni di italiani si pronunciarono perché l’articolo 18 non venisse toccato. L’unica occasione in cui venne chiesta un’opinione agli italiani fu quella, e il responso fu molto netto».
Sull’articolo 18 ha preso posizione anche Silvio Berlusconi. Sono possibili mediazioni? Compensazioni sulle pensioni o sul fisco?
«Il nostro obiettivo è chiaro: il ritiro degli articoli della delega su arbitrato e articolo 18. Staremo in campo con le nostre iniziative finché non avremo realizzato questo obiettivo. Credo che il governo abbia agito per dare un segnale politico alla pressione di Confindustria. Gli imprenditori avevano aspettative molto forti sulle pensioni e su altre materie, che via via sono state deluse. Se la verifica sulle pensioni si concluderà sulla base delle indicazioni già definite, potrebbe anche determinarsi una convergenza tra noi e il governo. Non sarà facile, perché si tratta di una materia complessa su cui si dovranno trovare punti di equilibrio. Riflettere sugli incentivi all’allungamento dell’età pensionabile, sulle agevolazioni fiscali per la previdenza complementare e individuale, sulle condizioni per lo sblocco del Tfr da parte delle imprese».
Confindustria chiede un taglio dei contributi per i nuovi assunti.
«È un’idea errata, da contrastare: porterebbe a un taglio fortissimo della futura pensione, e metterebbe a rischio l’intero sistema a ripartizione, rendendo impossibile il pagamento delle prestazioni di chi è già in pensione. Ho un sospetto, vedremo se fondato: se in primavera i conti della finanza pubblica non dovessero tornare, se si dovesse agire per colmare i buchi creati da una Finanziaria ancorata ad ipotesi di crescita che non si realizzeranno, se le entrate deludessero, a quel punto nel mirino finirebbe la spesa sociale, le pensioni».
Il governo dichiara di non voler toccare le pensioni…
«Se è per questo, il ministro del Welfare e la sua parte politica avevano giurato che con loro al governo mai sarebbe stato toccato l’articolo 18. Abbiamo visto com’è finita. Sulle pensioni potrebbe finire allo stesso modo. Credo che il governo abbia ben presenti i rischi di una rottura sociale e di un conflitto col sindacato, e dunque vada alla ricerca di soluzioni in grado di evitarlo. E ho qualche timore. Appare chiaro che i provvedimenti dei 100 giorni non stanno producendo risultati significativi. Il governo stima di incassare dalle norme sull’emersione – una misura per me sostanzialmente inefficace – 6.500 miliardi nel 2002. Come? E poi, sono state varate solo politiche mirate a stimolare l’offerta, senza effetti sulla domanda, che non aiutano la ripresa di un’economia che rallenta. Sono preoccupato: quando l’economia cresce il mestiere del sindacalista è più semplice, c’è spazio per la redistribuzione. Non è così: ormai, l’unico a scommettere su una crescita fantasmagorica è il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio. Serve realismo. Dal governo sento invece confusione, molta navigazione a vista, una positiva volontà di evitare il conflitto, e poco altro».
Il conflitto c’è, sui licenziamenti. Il governo insiste.
«In questo caso, il conflitto tenderà a peggiorare. Ci pensino bene. Hanno commesso un errore grave assecondando Confindustria, e non è da escludere che ne possano commettere altri, sulle pensioni o sul fisco. Debbo dire di non comprendere il comportamento di Confindustria. Spinge il governo a radicalizzare i rapporti col sindacato, a cancellare il sistema di relazioni industriali. Ma le imprese hanno bisogno di strumenti e di soggetti di regolazione. L’alternativa è il conflitto peggiore possibile: quello che nasce dal superamento delle funzioni dei soggetti collettivi, come il sindacato». Il sindacato è unito in questa impresa. Con Cisl e Uil c’è stata, e c’è, grande tensione. Ci sono responsabilità della Cgil e sue, come segretario – fortemente impegnato in queste ultime settimane sul versante della politica – per queste difficoltà?
«La Cgil non ha mai firmato accordi separati, non ha mai cercato una rottura. Ha sempre prospettato le sue opinioni con il massimo di franchezza. La Cgil – che conosce il valore dell’unità – ha cercato ogni possibile mediazione; qualche volta non ci siamo riusciti. Se responsabilità ci sono, sono di tutti noi. Sull’impegno politico dei dirigenti della Cgil: credo ci vada riconosciuto il diritto-dovere di avere passioni ed opinioni politiche, la possibilità di partecipare alla vita di partiti politici. Poi, ci può essere per alcuni sindacalisti una maggiore visibilità, che è data da circostanze contingenti. Tutti i sindacalisti che lo hanno voluto, nel passato o in epoca recente, hanno partecipato alla vita politica. Sempre garantendo autonomia alle loro organizzazioni». Esponenti di governo e maggioranza spesso affermano che la Cgil agisce sulla base di un progetto politico del suo leader, Cofferati.
«Fandonie. Si tenta strumentalmente di liquidare le opinioni dei propri interlocutori attribuendo loro oscure motivazioni politiche».
E se sui licenziamenti il sindacato subisse una disfatta storica, come sulla scala mobile, nel 1984?
«Sono convinto e determinato. Oggi si punta a creare lacerazione sociale, a introdurre elementi di ingiustizia e addirittura di barbarie nei rapporti sociali. Su questi temi tra i cittadini troveremo un’ampia adesione. E credo che su questi argomenti ci siano tensioni profonde nella stessa maggioranza, che ora non sono pienamente visibili, ma che possono venire a galla».
Ipotizza un bis del ‘94?
«Non ha senso fare accostamenti. È diversa la situazione politica, parlamentare, sociale. La storia non si ripete mai allo stesso modo, se non come farsa o tragedia. Ma sui licenziamenti, sulla difesa dei diritti e delle tutele sociali si può tranquillamente costruire un consenso largo. E schieramenti inediti».
 

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