“Intervista” A.Börsch-Supan: «Subito le nuove regole sulle pensioni»

22/09/2003




21 Settembre 2003

intervista
Luigi Grassia

«Subito le nuove regole sulle pensioni»
L’autore della riforma tedesca: già nel 2005 legheremo gli assegni alla produttività

TONO
LA riforma Dini sulle pensioni è valida, ma troppo lenta ad andare a regime, mentre quella tedesca del 2003 avrà effetti corposi già nel 2005»: il professor l’economista che ha firmato il nuovo sistema previdenziale tedesco, ritiene che muoversi presto in questo campo sia una necessità comune a tutti i Paesi d’Europa. Lo studioso è venuto a Torino per il convegno del Cerp.
Börsch-Supan, in Italia c’è attenzione alla riforma tedesca per capire se può venirne un’indicazione anche per noi. Può riassumere in che cosa consiste il suo progetto?
«Le idee fondamentali sono due. La prima è di elevare di due anni l’età base del pensionamento, che oggi per gli uomini è di 65 anni e passerà gradualmente a 67, facendo slittare nella stessa misura biennale i parametri correlati, fra cui l’età di pensionamento delle donne che passerebbe da 60 a 62. Resterebbe invece fissa a 60 anni l’età limite per chi fa lavori usuranti».
Non parla di un aumento istantaneo, vero?
«No, l’aumento sarebbe molto graduale, di un mese ogni anno per 24 anni, fra il 2011 e il 2035».
E l’altro grosso cambiamento?
«Si tratta di correlare l’entità delle pensioni con l’indice di occupazione e con quello di produttività del Paese».
Ma questo è compatibile con il sistema contributivo, dove il lavoratore prende di pensione esattamente tanto quanto gli spetta in base a quello che ha versato?
«Certo che è compatibile. Il sistema contributivo, che in Germania è già stato introdotto da una precedente riforma, non fissa in maniera automatica l’assegno. Non lo fanno nemmeno le pensioni private: l’ammontare di queste è fissato sulla base delle performance dei mercati finanziari, non una volta per tutte. Concettualmente non cambia nulla se come parametro le pensioni pubbliche prendono i due indici di cui ho parlato prima».
Quali saranno le conseguenze della riforma sull’entità delle pensioni tedesche?
«Il governo si pone come obiettivo di non far scendere le pensioni sotto il 67% della retribuzione netta. L’altra priorità, da bilanciare con questa, è di impedire che i contributi crescano sopra il 20% del monte dei salari, e già sappiamo che se non si interviene li vedremo aumentare al 22% entro il 2030. E sappiamo anche che per incidere sui numeri della previdenza bisogna muoversi con anni e decenni di anticipo».
Che tempi ha la sua riforma?
«Per l’innalzamento di due anni, come dicevo, si parte nel 2011, mentre per l’indicizzazione la scadenza è brevissima: già nel 2005».
Innalzare l’età del pensionamento a parole significa anche innalzarla di fatto?
«Solo in parte. L’esperienza di altre riforme ci dice che un terzo dei lavoratori si adegua in toto alla nuova norma, un altro terzo riesce ad andare in pensione a 60 anni o anche prima facendosi riconoscere ragioni di salute, e un terzo finisce in una situazione intermedia: va in pensione all’età che era fissata prima, accettando una decurtazione dell’assegno».
Dunque anche la vostra riforma lascia un margine di discrezionalità al lavoratore. Vi siete posti anche in Germania, come in Italia, la questione degli incentivi e dei disincentivi?
«Da noi chi lascerà il lavoro più tardi avrà una pensione dell’8% più alta di chi lo fa prima. Non so se rubricare questa proposta fra gli incentivi o fra i disincentivi».
Nel complesso sarebbe esatto dire che la riforma Dini ha anticipato alcune disposizioni della vostra ma che nel 2005 in Germania sarete più avanti?
«La riforma Dini è valida ma entra a regime dopo una lunga transizione, perché non riduce le pensioni dei figli del baby-boom ma solo quelle della generazione successiva. La nostra ha effetti già sulla generazione più anziana. Ma non è corretto confrontare la situazione tedesca e quella italiana in termini di chi è più avanti o più indietro».
La Germania ha un sistema pensionistico nazionale fin dai tempi di Bismarck. Una tale tradizione rende un popolo più maturo e disposto ad accettare riforme difficili?
«Non mi pare proprio, se lo diciamo in assoluto. Le resistenze in Germania sono forti. Ma in termini relativi, i tedeschi preoccupati dal problema delle pensioni sono aumentati dal 79% all’85% fra il 2000 e il 2001, mentre gli italiani preoccupati sono scesi dal 67% al 62%».

Che cosa sia mai successo per rendere gli italiani più ottimisti sulla sostenibilità delle pensioni è un bel mistero.