“Intervista” A.Bombassei: «L´apertura di Epifani è positiva ma il sindacato passi alle proposte»

21/12/2004

    martedì 21 dicembre 2004

    Pagina 5 – Economia

    l´intervista

    Parla il vicepresidente di Confindustria, Alberto Bombassei: finito il tempo delle riflessioni, il Paese ha bisogno di cure da cavallo
    «L´apertura di Epifani è positiva ma il sindacato passi alle proposte»
    il governo La Finanziaria ci ha deluso, non ha recepito le nostre idee: vediamo se il governo saprà correggersi con il decreto sulla competitività

      SALVATORE TROPEA

        ROMA – «Ben venga la proposta della Cgil, non può che farci piacere, anche perché pensiamo sia importante poter condividere con tutto il sindacato una linea comune di rilancio effettivo del sistema produttivo del paese. E´ però giunto il momento di passare dalle parole ai fatti e dobbiamo affrettarci. Il tempo delle analisi è finito. Adesso ci vogliono le cure e più si va avanti più queste cure dovranno essere da cavallo. Basta con i rinvii o con le soluzioni che non risolvono». Alberto Bombassei, imprenditore bergamasco e vicepresidente di Confindustria ai rapporti col sindacato, accoglie l´idea dell´intesa tra forze sociali avanzata ieri dal leader della Cgil, Guglielmo Epifani, con l´intervista a Repubblica. La giudica un passo avanti positivo e rilancia.

        Ingegner Bombassei, crede veramente che, dopo i tanti e incalzanti appelli di Montezemolo sulla necessità di correre ai ripari, il governo Berlusconi possa cambiare rotta e mostrarsi meno insensibile in presenza di un fronte tra imprenditori e sindacati?

          «Quando una voce singola diventa un coro i risultati non possono che essere migliori. Le parole di Epifani sono condivisibili anche perché di fatto comprendono le analisi più volte elaborate da Confindustria e accettate anche da altre sigle sindacali. Dobbiamo tradurle in fatti concreti. Non dobbiamo perdere questa occasione».

          Che cosa intende per fatti concreti? Avete delle proposte da discutere col sindacato?

            «Intanto va detto che già il nostro documento del 14 luglio dava nette indicazioni sul da farsi, in particolare sul punto per noi centrale del rilancio della competitività del sistema. Su questo noi siamo in grado di assicurare la massima disponibilità. Aspettiamo che sia il sindacato a proporre ora una soluzione sulla quale discutere».

            Senza la presenza del governo al tavolo è difficile approdare a risultati apprezzabili.

              «Noi tutti ci auguriamo che il governo ci sia. Se così non sarà consideriamo comunque un passo avanti riuscire a condividere tra noi, industriali e sindacati, alcune proposte da portare poi a Palazzo Chigi. C´è ancora la possibilità del decreto collegato e se fossimo così bravi da trovare una posizione comune potremmo sicuramente avere maggiore ascolto presso il governo».

              Provi a indicare alcune proposte prioritarie.

                «Sono quelle che ci vengono suggerite e per alcuni aspetti imposte dai dati elaborati dal nostro ufficio studi la scorsa settimana e che mostrano con evidenza come permanga ancora un´allarmante perdita di competitività da parte delle nostre imprese».

                E dunque i rimedi quali sarebbero?

                  «Incremento della produttività e una più attenta politica sui cambi e sulle materie prime. Sono cose condivisibili e mi piacerebbe se su queste ci fosse qualcosa di più concreto anche da parte del sindacato».

                  Non teme che i rinnovi contrattuali possano essere di qualche ostacolo a questa «alleanza» col sindacato?

                  «Questo è un mito da sfatare. La stagione dei contratti di fatto non si esaurisce mai. Nel 2004 abbiamo firmato ben 24 contratti nazionali con Cgil, Cisl e Uil. E´ sbagliato ricondurre tutto alla contrattazione. Dobbiamo trovare la forza di volare alto, sapendo che gli obiettivi sono più generali e che in gioco c´è l´economia del paese».

                  La manovra finanziaria poteva essere un´occasione per cominciare a volare alto ma non è andata bene. Delusi?

                    «Nelle nostre aspettative c´era l´inserimento in questa manovra di alcuni meccanismi riconducibili alla necessità di investire di più in ricerca e infrastrutture per dare slancio alla nostra industria. Sono state fatte scelte diverse e questo è per noi motivo di delusione. Avevamo auspicato, per esempio, uno sgravio dell´Irap. Non c´è stato o c´è stato in misura modesta. Siamo in attesa di vedere se con il collegato il governo farà qualche correzione».

                    La bordata di aumenti, non solo tariffari, annunciata per il nuovo anno, in aggiunta alla Finanziaria, non va nella direzione del rilancio della domanda.

                      «E´ vero e proprio per questo ci auguriamo che il governo cambi atteggiamento e ci ascolti rendendosi conto che le nostre non sono le richieste di chi chiede soldi. Quanto agli aumenti, bisogna esaminarli voce per voce. L´unica soluzione per evitare un altro contraccolpo negativo sulla domanda è aumentare i redditi per famiglia in un contesto in cui al centro deve esserci sempre un sistema produttivo vitale».

                      In questa situazione può esserci posto per una nuova guerra di religione sull´articolo 18?

                        «Con le tante priorità che abbiamo penso proprio che possa restare in coda. Vale la pena concentrarsi su cose ben più importanti a cominciare dalla difesa delle piccole e medie imprese troppo a lungo trascurate. Dobbiamo aiutare i piccoli imprenditori che potrebbero essere travolti e scomparire in seguito alle delocalizzazioni messe in atto dalle grandi o medie imprese. In questo senso vediamo con interesse la possibilità di discutere col sindacato. Come del resto avviene in Germania e in Francia, non per adottare in maniera piatta le loro soluzioni ma per cercarne delle nostre».

                        Una Confindustria che dialoga col sindacato e cerca alleanze contro il declino è una Confindustria che fa politica?

                          «No. Per noi le imprese restano la cosa più importante del paese, se non crescono è il paese che non cresce. E se un´azienda delocalizza è il paese che si impoverisce».