“Intervista” A.Bombassei: «Il sindacato ha perso troppo tempo»

13/12/2004

    lunedì 13 dicembre 2004

    ECONOMIA E PARTI SOCIALI
    RIFORME E CRESCITA

    «Il sindacato ha perso troppo tempo»

    ROMA – «Il sindacato sta perdendo tempo, troppo tempo. Mentre all’estero si stanno raggiungendo accordi innovativi finora impensabili, in Italia vincono le chiacchiere. Basta guardare alla Francia che ha archiviato la legge sulle 35 ore o alla Germania dove si fanno accordi per lavorare di più con salari bloccati per sei-sette anni». Alberto Bombassei, vicepresidente di Confindustria con la delega per le relazioni industriali, lancia un misurato ma deciso allarme sullo stato di «narcosi» che impedisce il rilancio del nostro sistema industriale. Bombassei si raccorda con quanto detto nei giorni scorsi, durante il viaggio in Cina, dal capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi e dal numero uno degli imprenditori Luca Cordero di Montezemolo. Cercando di trasformare le idee in fatti concreti. E senza sottacere una grave forma di boicottaggio alla legge Biagi che in alcune regioni e in molte aziende si sta facendo avanti.

    Partiamo dalla «narcosi»…

      «Diciamo la verità, il sindacato sta facendo poco o niente. Dal 14 luglio, da quando il segretario della Cgil Guglielmo Epifani si è alzato dal tavolo, c’è una totale assenza sulle cose concrete. E’assorbito completamente da una discussione interna e non si rende conto che sono passati sei mesi».

      Però è stata la Confindustria ad accettare una pausa di riflessione pur di arrivare a un documento comune…

        «Sì, ma tutto ha un limite. Volevamo attendere la definizione del contratto dei metalmeccanici prima di avviare una manutenzione del modello contrattuale. Ma i segnali di questi giorni sono di nuove divisioni. Con la prospettiva di piattaforme separate alle quali si può rispondere solo con contratti separati».

        Dunque è questa la vostra strategia?

          «Non vogliamo arrivare alla firma separata, la consideriamo molto negativa, sempre che le circostanze non ce la impongano. Ma non possiamo nemmeno rassegnarci a subire la delocalizzazione di centinaia di imprese. E’ una situazione di emergenza che va disinnescata prima. Non ci accorgiamo che intorno a noi stanno accadendo delle accelerazioni fortissime. Penso non solo all’invasione di prodotti cinesi e indiani ma alle contromisure prese dai nostri partner europei. E noi cosa facciamo? Niente!»

          Si riferisce a Francia e Germania…

          «Certo. E’ come se l’Italia si sentisse un’isola felice che continua a discutere del salario come variabile indipendente. Ci rendiamo conto sì o no che il sindacato in Germania ha accettato di lavorare di più senza toccare le retribuzioni? Anzi, bloccandole per molti anni. Il tedesco Ifo (Istituto di analisi economiche del Tesoro) ha calcolato che, se il sistema delle 40 ore lavorate diventasse stabile, la Germania avrebbe tassi di crescita annua del Pil pari al 5%».

          Che cosa chiedete al sindacato?

            «Di condividere con noi l’urgenza della situazione. Dobbiamo fare tutti qualche sacrificio se vogliamo rilanciare il sistema industriale del Paese. E anche il governo deve fare la sua parte, per esempio defiscalizzando gli straordinari».

            Vuol dire che il dialogo rilanciato dalla nuova Confindustria mostra la corda?

              «Il metodo del dialogo resta una scelta obbligata. Su alcuni temi, penso al Sud e non solo, sta dando i suoi frutti; ma su altri temi, non tutti hanno il giusto senso dell’urgenza nel trovare soluzioni. E’ il caso delle questioni contrattuali, dove siamo fermi da quando la Cgil si è alzata dal tavolo. E sulle soluzioni condivise tra le parti sociali, come un alleggerimento del carico fiscale alle imprese per ridurre il costo del lavoro, il governo ha deciso in modo diverso».

              Molti ritengono che la Confindustria stia con le mani in mano. Rinuncia all’articolo 18, si defila sulle polemiche al contratto del pubblico impiego, attende i «comodi» del sindacato.. .

                «Assolutamente no. Anzi, stiamo dando forti segnali a tutti perché è giunto il momento di uscire dall’immobilismo e compiere delle scelte nell’interesse del Paese. Anche perché, andando in giro per le associazioni industriali, registriamo un clima veramente pesante. Le critiche sono verso il sindacato e anche verso il governo. Ma noi ci ostiniamo a cercare il dialogo e il bene comune».

                Oggettivamente esiste un problema salariale e di politica dei redditi. C’è un pezzo del Paese, come ha documentato il Corriere , che incassa in euro e non paga le tasse.

                «Condivido totalmente. Lo ha denunciato anche uno dei leader della maggioranza Bruno Tabacci che l’emergenza è quella di stanare gli evasori, i furbi e far emergere l’economia "nera". E’ sempre stato un cavallo di battaglia di Confindustria. Dovrebbe diventare un’emergenza di tutti, dal governo al sindacato».

                La Fiom ha ancora pregiudiziali politiche?

                  «Non vi è dubbio. Lo prova il fatto che Confindustria ha firmato con Cgil altri 24 contratti».

                  Qual è il vero nodo sui metalmeccanici?

                    «Il salario. Fiom, Fim e Uilm stanno discutendo e litigando sulla mole di aumenti da chiedere. Altro nodo mi sembra sia la rappresentanza».

                    Lei prospetta un ritorno alla linea dura della Confindustria?

                    «Assolutamente no. Quello che sto facendo è sollecitare le parti interessate affinché diano risposte alle imprese e al Paese».

                    Legge Biagi, quali sono i problemi?

                      «Si stanno verificando molte forzature per non farla funzionare. Alcune Regioni, come l’Emilia Romagna, anziché limitarsi a intervenire sulla sicurezza del lavoro come prevede la legge, intervengono per incentivare la trasformazione dei contratti di lavoro da tempo determinato a indeterminato. Sono segnali negativi e ci auguriamo che non si diffondano in altre Regioni».

                      E nelle aziende funziona?

                        «Dove si applica sì. Ma molte imprese sono state costrette a firmare dei precontratti per disconoscere la legge Biagi con forme di pressione che non si vedevano da trent’anni – blocco delle merci, delle portinerie, scioperi selvaggi – una parentesi oscurantista veramente brutta».

                          Roberto Bagnoli