Intervista a Billè: «I contratti? Aspettiamo il 13 maggio»

24/04/2001

Martedì 24 Aprile 2001


«I contratti? Aspettiamo il 13 maggio»

MYRTA MERLINO
Berlusconi? «Se vuole governare non può pensare di fare il tatcherismo all’italiana, con il suo seguito di tatcherini mal riusciti». Rutelli? «Non ci ha convinto, le sue proposte non sono ne qualitativamente ne quantitativamente paragonabili a quelle del leader della Casa delle Libertà». D’Amato? «Non può pensare di demolire il sindacato né di lanciare out-out pretestuosi, politicizzando il confronto». I contratti a termine? «Dividerci sui contratti è come giocare lo spareggio Roma-Juventus, sul campo del Caivano». È un fiume in piena Sergio Billè, capo della Confcommercio italiana.
Cosa vi aspettate voi commercianti da queste elezioni?
«Il Paese ha bisogno di una maggioranza sufficientemente stabile ed omogenea per riformare il sistema. Se dalle urne verrà fuori una maggioranza risicata saremo da capo a dodici. È per questo che mi auguro che chiunque vinca, vinca davvero e possa assicurare all’azione di governo efficienza ed operatività. Il nostro è un allarme molto serio, se si continua con ribaltoni, cambi di maggioranza, e giochetti politici l’Italia rischia una crisi di anoressia acuta. Non bisogna chiudersi nella torre d’avorio dei no come spesso ha fatto il ministro Visco, bisogna liberare il Paese dai suoi pesi».
Quali?
«Prima cosa una riduzione di spesa della pubblica amministrazione, snellire tutto e soprattutto i costi, poi stabilire subito gli investimenti in infrastrutture più urgenti; mettere mano al problema fiscale predisponendo un piano operativo sia a breve che a lungo termine, quello che tutti dicono di voler fare ma che nessuno fa. Inoltre affrontare il tema pensione dividendo la sorte dei lavoratori autonomi da quella dei lavoratori dipendenti. E poi la riforma istituzionale senza la quale il Paese non può andare avanti. Urgentemente un piano vero per la sicurezza. Faccio presente, a questo proposito, che il tanto strombazzato pacchetto sicurezza non è stato neanche pubblicato sulla gazzetta ufficiale. Perché?».
A proposito della criminalità. Si parla molto di infiltrazioni criminali proprio nel mondo del commercio, soprattutto al Sud…
«Non è più il momento di puntellare la struttura di sicurezza di questo Stato, bisogna ripensare tutto, cambiare sistemi. Oggi la criminalità è padrona sul terreno dell’economia, sa utilizzare meccanismi legali per raggiungere i suoi scopi, controlla il territorio. Per combatterla bisogna lavorare sulla prevenzione dei reati, servono investigatori di razza, bisogna separare l’attività burocratica da quella dell’Intelligence e formare dei veri poliziotti».
Cosa ne pensa del boom sospetto registrato in Campania? 4.343 nuovi esercizi in un solo anno non le pare troppo?
«Ci vuole, come dicevo, un’azione di intelligence molto discreta che non criminalizzi le nuove attività, che molte volte sono figlie di una rinnovata capacità di iniziativa al Sud. Oggi c’è una voglia di emersione dal sommerso consentita dai benefici effetti delle semplificazioni introdotte dalla riforma del commercio, ma che certo può essere un modo per pulire il danaro sporco delle organizzazioni criminali presenti sul territorio. Più controlli e più attività investigativa dunque, la categoria in gran parte sana non ha nulla da temere».
Arriva l’euro, e anche dietro il cambio della moneta si possono nascondere grandi operazioni di ”pulizia”...
«Bisogna fare molta attenzione ma la cosa che più mi preoccupa, dal mio osservatorio è la totale preparazione a questo bing bang monetario. I negozi saranno in prima linea di fronte ai cittadini, ma a tutt’oggi l’informazione economica è insufficente, si rischia un vero e proprio collasso nelle transazioni. La mancanza di preparazione inoltre rischia di penalizzare gli esercizi piccoli e brevi a tutto vantaggio della grande distribuzione».
Veniamo ai contratti a termine il vero tormentone del dibattito economico. La rottura è oramai definitiva?
«Siamo all’ennesima puntata di una lunga telenovela. Prima cosa non so se la resa dei conti tra Cgil e Cisl faccia l’interesse dei lavoratori, inoltre la politicizzazione dello scontro fa male a tutti e soprattutto a noi che, come estrazione, assorbiamo il 30-40% degli attuali contratti a termine. Non faccio, come qualcuno ha insinuato, da sponda a Cofferati. Dico solo che una riforma deve essere più possibile condivisa che prendere l’avversario a cazzotti prima ancora di salire sul ring, come ha fatto Amato, è improduttivo. Il rischio che temiamo è quello del ripetersi di un risultato come il decreto sul part-time, dove non ci siamo messi d’accordo e il governo ha scontentato tutti restringendo invece che ampliare le opportunità».
Lei cosa suggerisce?
«Di non avere tutta questa fretta. Chi lo ha detto che bisogna chiudere entro il 13 maggio? Tiriamo un bel respiro e ricominciamo a ragionare».