Intervista a Bersani: nuova concertazione per lavoro e opere pubbliche

15/03/2001

Corriere della Sera
IL MINISTRO DELL’ULIVO

Bersani: nuova concertazione per lavoro e opere pubbliche

      ROMA – «I convegni della Confindustria sono tradizionalmente appuntamenti non agevoli per i governi in carica, ma la discussione che ne è scaturita non è stata mai emotiva. È emerso sempre il tratto razionale proprio degli imprenditori. Mi auguro che Parma non faccia eccezione». Pierluigi Bersani alla vigilia della kermesse confindustriale veste i panni del «ministro dell’armonia» e invita il mondo dell’impresa a ragionare partendo da un quesito: «Chiediamoci insieme: l’Italia è un Paese in decadenza oppure è un Paese che ha ripreso a crescere?». È chiaro che ha ripreso a crescere. Si tratta di vedere se la velocità è sufficiente a non perdere il confronto con i concorrenti.
      «Perfetto. Vogliamo dire che l’Italia ha problemi di competitività? Diciamolo pure. E subito vediamo quali sono gli ostacoli alla crescita. Per comodità ne elenco due, i trasporti e il lavoro. Nel mio settore crescita vuol dire raddoppio della mobilità, di conseguenza significa che bisogna accelerare l’apertura dei cantieri e il ritmo delle liberalizzazioni. Ebbene, lo sa che la deregulation del settore ferroviario ha trovato più ostacoli nell’opposizione parlamentare che nel sindacato? E lo sa che lo stesso centrodestra oggi propone di cancellare il sistema delle autorizzazioni per le opere pubbliche?».

      Capisco la critica agli avversari non capisco qual è la proposta.

      «La proposta è: circoscriviamo i colli di bottiglia che impediscono lo sviluppo e affrontiamoli con una nuova concertazione. Che preveda, nel caso delle opere pubbliche, la partecipazione ma anche tempi certi e decisioni prese a maggioranza».

      Lo stesso schema lo applica al lavoro?

      «Grosso modo. L’Italia sta crescendo e noi ci accorgiamo che il lavoro è mal distribuito tra Nord e Sud, che ci mancano determinate figure professionali, che i flussi migratori sono destinati a continuare. Beh, sforziamoci di trovare una nuova contrattualistica riformista che crei equilibri tra dimensione nazionale e territorio, tra dimensione collettiva ed esigenze individuali. Insomma, diamoci pure un menù più ricco di soluzioni contrattuali ma evitiamo di pensare a 20 mercati del lavoro, regione per regione. Le imprese ne avrebbero solo danni».

      Se dovesse definire il carattere di questa nuova concertazione come lo riassumerebbe?

      «Direi che credo poco a risistemazioni cosmiche e punto di più a scrivere un’agenda fatta di elementi precisi sui quali trovare meccanismi di scambio. Quello che vorrei spiegare agli industriali di Parma è che è cambiata la fase, e dobbiamo inventare una concertazione non più finalizzata al risanamento ma alla crescita».
      Lei parla di nuova concertazione ma il dibattito di questi giorni è stato se si possono fare accordi senza la Cgil…

      «Sono discussioni che lascio volentieri ai cultori della metafisica. Parto dal presupposto che tutti lavorino per costruire un meccanismo di dialogo adatto ai tempi, se c’è qualcuno che pensa che sia una buona cosa partire senza una o più confederazioni sindacali lo faccia. Ma voglio escludere che la Confindustria punti alla divisione».

      C’è un orientamento radicato tra gli industriali del Nord che comunque guarda più verso il centrodestra
      .
      «Non ne sono convinto. Moltissimi imprenditori temono in realtà che nel Polo prevalgano ipotesi populiste e che ciò mandi a monte qualsiasi idea di rigore e affidabilità. Il centrodestra ai loro occhi non ha ancora sufficiente cultura di governo».

      Ma il centrosinistra ce la fa a discutere serenamente con D’Amato e nello stesso tempo sostenere la Cgil?

      «Il sindacato e la coalizione fanno due mestieri diversi in reciproca autonomia.Detto questo, in vita mia non ho mai conosciuto un imprenditore che abbia rimproverato un governo perché capace di parlare con il sindacato. Caso mai, il contrario. E, comunque, si ricordi che noi abbiamo garantito cinque anni di pace sociale».
Dario Di Vico


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