“Intervista” A.Alesina: l’Italia lavori di più, ormai ci supera anche il Cile

02/12/2004

    giovedì 2 Dicembre 2004

    l’Economista

    Alesina: l’Italia lavori di più, ormai ci supera anche il Cile

      DAL NOSTRO INVIATO

        VENEZIA – Non capita spesso che un economista e un sacerdote si trovino d’accordo. «Ha ragione il Cardinale Poupard. La più grande sfida per l’Europa nei prossimi 20-30 anni è costruire una società multiculturale e multietnica. Il problema riguarda l’intero continente, ma in particolare l’Italia», sostiene Alberto Alesina, 47 anni, direttore del Dipartimento economico dell’Università di Harvard accogliendo l’invito al rispetto reciproco, all’apertura e al dialogo con gli immigrati lanciato ieri a Venezia, in occasione dei Telecom Italia Colloquia, dal presidente del Pontificio Consiglio della Cultura. E in questa intervista l’economista spiega perché, se non si faranno scelte diverse, dall’orario di lavoro («va subito allungato») alla concertazione («aboliamola») saremo condannati al declino, che è già iniziato.

        Professor Alesina, partiamo dall’immigrazione.

          «Tra due o tre decadi l’Europa sarà più multirazziale degli Stati Uniti, perciò deve pensare subito a come costruire un nuovo modello di società: può imparare dall’esempio americano. Storicamente la forza degli Stati Uniti è stata infatti quella di inglobare ondate successive di immigrati. Questo significa offrire alloggio, educazione, assistenza e quant’altro, non solo il lavoro, che pure resta il primo passo per integrarsi. In Italia il problema, che è politico, culturale, religioso ed economico, è ancora più urgente».

          Perché?

            «Dal ’90 il Pil italiano cresce meno della media Ue, già debole. Ma la situazione è aggravata da un tasso demografico molto basso, che ha conseguenze negative sulla forza lavoro, e dalla scarsa partecipazione delle donne e degli anziani. In questo contesto l’Italia rischia di vedere restringere la propria economia. L’Irlanda è già più ricca dell’Italia, presto lo sarà anche il Cile. L’alternativa è diventare un Paese di "immigrati"».

            Che cosa si potrebbe fare subito per invertire la tendenza?

            «Aumentare le ore di lavoro a parità di salario, riducendo le ferie. Lavorare meno è una scelta europea: si può fare, ma poi non bisogna lamentarsi se si cresce meno».

            I sindacati insorgerebbero.

            «I sindacati rappresentano una parte limitata della popolazione, di cui molti pensionati. Credo che il loro ruolo vada molto ridimensionato».

            Sta decretando la morte della concertazione?

              «Sì, è vissuta anche troppo a lungo».

              Come valuta il taglio fiscale varato da Berlusconi?

              «Troppo piccolo per stimolare la crescita. Serviva più coraggio nei tagli, ma poi anche una forte riduzione della spesa pubblica».

              A pesare sulla crescita contribuisce il super euro.

                «Un tasso di cambio con il dollaro di 1,33 rispetto all’1,17 segnato quando è stata introdotta la moneta unica rappresenta solo un 10% in più: non è un livello spaventoso. Penso anzi che il dollaro scenderà ancora: non mi stupirei che il cambio arrivasse fino a 1,50 1,60. Le conseguenze? I tempi della crescita trainata dall’export sono finiti. L’Europa è caratterizzata da mercati rigidi e sistemi estesi di welfare: per rimettersi in moto, deve cambiare modello».

                Giuliana Ferraino