“Intervista” A.Accornero: Un lavoro in frantumi e con scarse garanzie

09/09/2002


 Intervista a: Aris Accornero sociologo del lavoro
       
 

Aris Accornero


Intervista
a cura di

Giovanni Laccabò
 

07.09.2002
Un lavoro in frantumi e con scarse garanzie


MILANO
Le risposte affluite all’Unità sono già centinaia, sia per e-mail che per posta, a dire il grande interesse per il questionario dei Ds sul lavoro che cambia. Domani sul nostro giornale i lettori troveranno un’altra pagina con le domande. Il professor Aris Accornero, sociologo del lavoro, ha diretto il team che ha elaborato la ricerca.
Professor Accornero, ma davvero questa indagine ci dirà come cambia il lavoro?

«Il cambiamento in corso è talmente complesso che è difficile coglierlo con un questionario, perché siamo di fronte ad una vera e propria mutazione, anche se è bene ripetere che nel postfordismo sopravvive molto di fordismo, e che non tutte le imprese sono andate oltre l’ordito tradizionale nel modo di organizzare il lavoro».

E allora da dove partire per capire i cambiamenti?

«Il vero problema è che, mentre gli elementi del fordismo continuano a incidere nei contenuti del lavoro, ossia nel modo di lavorare, il postfordismo sembrea presentarsi più vistosamente come, appunto, il “dopo” del lavoro stabile, duraturo, a tempo intedeterminato. Il lavoro cambia nei contenuti e nelle garanzie».

Questo binomio ricorre spesso nei suoi studi, professore.

«I due elementi sono entrambi da considerare. Nei contenuti del lavoro, ad esempio, la fatica viene abbattuta anche se i ritmi sono tesi, anche se con l’informatica sono persino convulsi».

Il questionario però batte sul tipo di rapporto di lavoro.

«Perché è l’elemento di maggiore preoccupazione: dal “lavoro in frantumi” si è passati al rapporto in frantumi. Il questionario indaga a fondo sulle varie tipologie: ormai non ci sono più lavoratori con o senza lavoro, ma lavoratori con tante tipologie diverse di lavoro: nel rapporto giuridico-contrattuale convivono tipologie con definizioni blande, incompiute, come nei Cococò, un rapporto definito solo da norme previdenziali e fiscali».

Si può dire che il questionario servirà anche a riaccendere il contatto tra il partito e il lavoro?

«Sì senz’altro e sotto questo profilo è la presa di contatto, la ricerca di una base più ampia possibile per conoscere davvero come cambia il lavoro. Ad esempio non si è ancora capito che per una parte del nord il vero problema è il pieno impiego, come spiego in uno studio per il Cnel di prossima uscita. Gli imprenditori del nord non trovano nessuno e quindi sono pronti ad assumere chiunque: il loro non è tanto un bisogno di immigrati, ma un bisogno fisiologico dovuto ai bassi tassi di disoccupazione, che cozzano contro quelli alti di molte zone del sud. Al nord la disoccupazione come fenomeno sociale non esiste più».

Qual è il grado di attendibilità della ricerca?

«Non ha pretese scientifiche, nel senso che l’oggetto non è la scientificità, ma la percezione di un cambiamento in
fieri. Una cosa è scientifica anche se coinvolge pochi soggetti, però se i soggetti sono molti e più o meno io so anche chi sono, allora riesco a farmi un’idea sul problema che indago».
Ecco, appunto: a quali condizioni l’indagine avrà successo?
«La prima è che le risposte siano vere. Non usare il questionario come sfogo. Poi gli interrogativi sono formulati prevedendo anche che la politica del governo possa portare a risultati positivi: escluderli non sarebbe
politically correct. Tenendo conto degli incroci possibili, si misura il grado di scontento – se parliamo di questo – distribuito per età, sesso, zona, condizione familiare, tipologia di rapporto. L’inchiesta serve per gli incroci cui può dar luogo, tra una domanda e l’altra, l’elaborazione successiva».
Un esempio di “incrocio”?

«Ad esempio come si sente in termini di reddito, o di condizione civile o di diritti, chi ha un certo tipo di rapporto di lavoro. Incrociando la domanda 12 con altre emerge che chi lavora a tempo indeterminato la pensa diversamente da chi lavora a tempo determinato, su molte questioni».

Perché chiedete anche la collocazione politica di chi risponde? Risulterà che è una indagine solo “di sinistra”: non è un limite?

«Dobbiamo suppore che chi compila il questionario legge o conosce
l’Unità. Ci rivolgiamo a un pubblico della sinistra, nei suoi tanti rami. Sapremo solo cosa pensano quelli di sinistra? Intanto, è meglio di niente, e poi è necessario e doveroso ripristinare un contatto su basi conoscitive. Ma soprattutto non è bizzaro dire che, quando conosce il pubblico nel quale ha pescato, il ricercatore è in grado di fare le debite proporzioni e destagionalizzare il dato. La ricerca non ci dirà ciò che pensa tutto il mondo del lavoro, ma le opinioni di una platea di sinistra, largamente di sinistra o magari vagamente di sinistra. Penso alla ricerca alla Fiat degli anni Ottanta che aveva destato stupore perché aveva rivelato che la maggioranza dei soggetti, benché molto di sinistra, erano collaborativi, ossia giudicavano utile la collaborazione coi padroni. Sapere che molte persone ritenevano necessaria la collaborazione, faceva emergere un pubblico di sinistra meno uniforme di quanto si potesse ritenere. La lotta poi ha confermato la ricerca: la componente più militante e alternativa andò a sbattere la testa».
Quindi potremo guardarci severamente nello specchio?

«Risponderà un pubblico di sinistra con gradazioni di opinioni per ciò stesso interessanti».