“Intervista” A.Accornero: «Più flessibile, molto precario. Ecco come cambia il lavoro»

10/02/2003



 Intervista a: Aris Accornero
       
 



Intervista
a cura di

Angelo Faccinetto
 
Sabato 8 febbraio 2003

"Più flessibile, molto precario. Ecco come cambia il lavoro"


MILANO
A preoccupare di più è la precarizzazione dei rapporti di lavoro. Ma a pesare sono anche l’incertezza sul fronte previdenziale e le difficoltà di ritrovare un’occupazione una volta persa l’attuale. È quanto emerge dall’inchiesta – cui oggi l’Unità dedica un inserto – promossa dai Ds sul «Lavoro che cambia» i cui risultati verranno illustrati oggi a Bologna nel corso di un convegno cui prenderanno parte, con gli altri, il segretario della Quercia, Piero Fassino, e i leader di Cgil, Cisl e Uil, Epifani, Pezzotta e Angeletti. Un’inchiesta, come ha sottolineato Fassino, che marca il ritorno del partito ad una tradizione iniziata negli anni settanta. Dei dati più significativi parliamo col sociologo del lavoro Aris Accornero.
Accornero, c’è una tendenza che emerge con più nettezza da questa inchiesta? Si parla molto di mobilità, di flessibilità: cosa emerge dal campione?

«Guardiamo a quanti hanno cambiato lavoro, nella loro vita professionale. Il 30% lo ha fatto una volta, il 25% da tre a cinque volte, il 10 per cento più di cinque volte. Solo il 2% non lo ha mai cambiato. È un segno evidente del lavoro che cambia. Vent’anni fa la percentuale di quanti non hanno mai cambiato sarebbe stata molto più alta».

Ci sono differenze di trattamento tra chi ha cambiato molto e chi non si è mai mosso?

«Anzitutto chi ha cambiato più spesso guadagna di meno e viceversa. Dal punto di vista sociale è ingiusto. È ingiusto che chi si muove di più, in questa era che fa della mobilità un valore, venga penalizzato».

Il 16% del campione analizzato dichiara di avere rapporti di lavoro flessibili, cioè di non avere un posto fisso. Come viene vissuta questa condizione?

«In generale si può dire che chi imbocca questa strada si ritrova poi con maggior frequenza a fare altri lavori temporanei: il doppio della media».

Quindi non si tratta semplicemente di una tappa verso il posto fisso.

«È difficile dirlo. Il 50-55% di quanti si avviano lungo questa strada ci rimangono a lungo, anche se non per tutta la vita lavorativa. Soprattutto in alcune fasce di età questa condizione è molto penalizzante, anche perché tra un lavoro e l’altro non esistono tutele, nemmeno con la legge appena approvata».

Ma preoccupa la flessibilità o è vissuta come un’opportunità?
«Sette su dieci si dicono preoccupati. Più del 50 %, però (più al nord che al sud, per la verità), in caso di perdita del posto pensa di riuscire a trovare un nuovo lavoro nell’arco qualche mese, e il 18% in poche settimane. Questo dimostra che il mercato del lavoro non va male e che la disponibilità a muoversi non manca».

Tornando al discorso generale, il lavoro piace o no?

«Rispetto al passato, conseguenza dell’organizzazione post-fordista, il lavoro soddisfa di più. Le differenze, comunque, restano. Sia in base alla professione che in base che al settore in cui si presta la propria opera. Quadri, professionisti, dirigenti, lavoratori autonomi sono più soddisfatti rispetto agli operai. Chi lavora nell’industria lo è un po’ meno. In generale, però, le soglie sono più elevate che in passato».

Un tempo il lavoro era quasi sinonimo di fatica. Lo è ancora?

«Al primo posto nella classifica del disagio, indicato dal 45% degli intervistati, oggi viene lo stress. È una percentuale altissima. Quindici-vent’anni fa al primo posto c’era la fatica. Anche la ripetitività, una lagnanza classica, oggi viene dopo un altro fattore di disagio: la burocrazia interna alle imprese. Quelle stesse imprese che esaltano la flessibilità, cioè, si impongo con la loro rigidità. Poi, al quarto posto, parente stretta della burocrazia, viene la struttura gerarchica, che le imprese continuano a mantenere. Significa che, a dispetto degli sbandierati “organigrammi piatti”, i livelli del potere aziendale restano molti».

E per quel che riguarda prospettive e sicurezza?

«Il 55%, soprattutto uomini, ritiene di avere buone prospettive professionali, anche se non sono viste tanto legate alla carriera. Riguardo la sicurezza, invece, solo la metà, e soprattutto coloro che hanno qualifiche elevate, ritiene il proprio posto abbastanza sicuro. E ciò nonostante l’84% degli interpellati sia titolare di contratto a tempo indeterminato. Anche questo è un segno dei mutamenti in atto. Un quarto, poi, si ritiene poco sicuro, mentre l’altro quarto si sente insicuro. Vent’anni fa le cose erano diverse».

In base a cosa varia questo sentimento di insicurezza?

«I più insicuri, come ovvio, sono gli apprendisti e coloro che hanno le qualifiche più basse. Ma questo sentimento varia anche in relazione alla dimensione aziendale. Più l’azienda è grossa più ci si sente sicuri (e si guadagna di più), anche se diminuisce la soddisfazione».

Oltre il 56% di quanti hanno risposto al questionario è iscritto al sindacato, il 28,8% ha la tessera dei Ds. Qual è la richiesta più frequente che viene loro avanzata?

«Più unità nel sindacato, anzitutto. Lo chiede oltre la metà del campione, il 68% degli iscritti ai Ds e il 63% di quelli della Cgil, mentre scende appena sotto la media tra gli iscritti a Cisl e Uil. È un dato significativo».