“Intervista” A.Accornero: Inverno caldissimo

17/12/2003

18 dicembre 2003 N.51

    Attualità

    Inverno caldissimo

    Stipendi in flessione. Consumi e crescita al palo. E sindacati in difficoltà. Una miscela preoccupante
    colloquio con Aris Accornero di Paolo Forcellini

    Esiste una ‘questione salariale’ oggi in Italia? Le retribuzioni hanno perso con distacco la gara con i prezzi? Ci dobbiamo attendere un inverno e una primavera caldi, una raffica di vertenze aspre e più o meno spontanee, come quella degli autoferrotranvieri che ha paralizzato nei giorni scorsi le metropoli italiane? Lo abbiamo chiesto ad Aris Accornero. Che non è soltanto un esperto in quanto per molti anni docente di Sociologia dell’industria a La Sapienza di Roma, membro della prima commissione per la regolamentazione degli scioperi e attualmente consigliere della presidenza del Cnel per le questioni del lavoro. Accornero, infatti, può vantare un’esperienza pratica e teorica inusuale sul campo dei conflitti sindacali: in anni lontani è stato operaio in fabbrica, alla torinese Riv (cuscinetti a sfera), poi ha lavorato in Cgil con Agostino Novella e Luciano Lama e ha creato e diretto, nel periodo d’oro del potere sindacale, tra la fine degli anni ’60 e la prima metà dei ’70, quella palestra di elaborazione che sono stati i ‘Quaderni di rassegna sindacale’.

    Allora, Accornero, se prendiamo i pur contestati dati Istat vediamo che, almeno dal ’96 a oggi, ogni anno la crescita delle retribuzioni è stata di qualche frazione di punto inferiore a quella dei prezzi medi. Zero e qualcosa più zero e qualcosa, anno dopo anno, siamo giunti a una situazione di tensione allarmante?

    "È evidente che si sta comprimendo sempre più una molla, prima o poi destinata a esplodere. Quando, è difficile prevederlo. Certo è che già da tempo questa situazione influenza negativamente il livello complessivo dei consumi e, per questa via, la crescita economica. Forse qui sta anche la principale spiegazione del perché l’Italia ha tassi di sviluppo inferiori a quelli della maggior parte dei suoi partner europei".

    Qualcuno, in questa situazione, potrebbe provare nostalgia per la scala mobile che garantiva un adeguamento automatico, fin troppo, delle retribuzioni all’inflazione. Ma la concertazione, inaugurata nel ’93, non avrebbe dovuto garantire una protezione analoga all’indicizzazione salariale evitando le sue controindicazioni (appiattimento salariale, effetti inflazionistici)?

    "Dobbiamo uscire da un equivoco grosso come una montagna che è sotteso alla politica di concertazione e anche all’attuale discussione sulla ‘questione salariale’. Il problema cruciale non è se la variazione dei salari è stata negli ultimi anni un po’ inferiore a quella dei prezzi medi o magari un po’ superiore. Cruciale è invece il fatto che la politica della concertazione, ponendo come parametro principale di riferimento il tasso d’inflazione (programmato ed effettivo) ha posto le basi per l’attuale situazione di squilibrio a danno del lavoro dipendente",

    L’economista ed eurodeputato di Forza Italia Renato Brunetta, l’uomo che più spera nel tramonto di Tremonti, ha sostenuto anch’egli che "la politica dei redditi è come un antibiotico. Può essere praticata quando c’è un’infezione. Poi fa male. E, invece, viene somministrata da dieci anni". Ma non era forse giusto cercare di evitare la cosiddetta ‘spirale prezzi-salari’ che tanti guasti aveva arrecato all’economia italiana negli anni precedenti al ’93? E non è stata proprio la politica della concertazione, assieme a una più avveduta spesa pubblica, a permetterci di entrare nell’euro, domando l’inflazione?

    "Lungi da me l’idea di parlar male della concertazione e di negare i suoi benefici effetti sulle compatibilità economiche del sistema Italia. La concertazione fu fortemente e giustamente voluta in primo luogo da Carlo Azeglio Ciampi che convinse i sindacati ad accettarla. Essa ha permesso di contenere la crescita salariale e l’inflazione e ha in qualche modo compensato le confederazioni della perdita della scala mobile. Si è posta, insomma, come un meccanismo protettivo rispetto al nostro passato fortemente inflazionistico degli anni ’70 e ’80. Ma ha fatto perdere di vista ai sindacati in loro naturale e principale obiettivo, e cioè una politica dei redditi che adeguasse il monte salari non all’inflazione, ma alla crescita del benessere del paese, che mantenesse o magari accrescesse la quota spettante al lavoro dipendente sulla ricchezza complessiva. È da questo punto di vista che più si è allargato il gap, il distacco rispetto agli altri paesi europei. Da qui, oggi, nasce la ‘questione salariale’, assai più che da una cattiva applicazione, o da un tradimento, della concertazione".

    Lei sostiene, quindi, che la perdita di potere d’acquisto non dipende dal mancato rispetto della contrattazione biennale delle retribuzioni, né dalla scelta costante di tassi d’inflazione programmata largamente sottostimati rispetto a quella effettiva, né dal mancato recupero del fiscal drag, né dalla non applicazione delle politiche di controllo dei prezzi e delle tariffe che costituivano un pilastro della concertazione…

    "Tutto ciò ha sicuramente contato nel far perdere ai salari la battaglia con il carovita. Almeno in alcuni anni. Ma i sindacati dovrebbero rendersi conto che nel frattempo hanno anche perso una guerra, quella sulla distribuzione della ricchezza del paese, che dovrebbe essere il loro terreno rivendicativo. Tra il ’72 e il 2000, sono dati del sesto ‘Rapporto del Cnel sulla distribuzione del reddito’, la quota del lavoro dipendente sul reddito complessivo è passata dal 50,6 al 40,6, dieci punti netti di calo, un’enormità. Fino a un po’ di anni fa, le confederazioni parlavano di profitti, di surplus da redistribuire, ora queste sono parole cancellate dal loro vocabolario".

    La perdita di rappresentatività che colpirebbe le grandi organizzazioni sindacali può dipendere anche da questo?

    "Si può dire che i sindacati nell’ultimo decennio si sono preoccupati esclusivamente dell’equilibrio macroeconomico del sistema e hanno dimenticato quello socioeconomico. Hanno posto al centro della loro azione la lotta all’inflazione o altre meritevoli cause: il Mezzogiorno, il welfare, alcune riforme. E hanno dimenticato la questione distributiva e quindi anche aspetti della politica salariale indipendenti dalla protezione dal carovita, come la definizione per legge di un salario minimo di inserimento. Ma questo significa che hanno rinunciato a far bene il proprio mestiere. E una perdita di rappresentatività ne è prima o poi l’inevitabile conseguenza, anche se una correzione di rotta è sempre possibile".

    Si può dire che la scala mobile, quando ebbe un grado di copertura superiore al cento per cento, svolgesse un ‘doppio lavoro’: difendeva le retribuzioni dal caro vita e ridistribuiva la ricchezza a favore del lavoro dipendente, anche se magari il sindacato era ‘distratto’ su questo versante?

    "In un certo senso sì. Però era un modo surrettizio e rischioso per alterare la di-stribuzione della ricchezza, che operava soprattutto modificando le gerarchie retributive all’interno del lavoro dipendente (chi guadagnava di più era meno protetto e viceversa), con effetti a lungo andare insostenibili e che sono stati all’origine della ‘parabola’ del sindacato: dal massimo di potere degli anni ’70 al rapido declino del decennio successivo".

    La scarsa dinamica delle retribuzioni si accompagna a un aumento della quota del monte salari distribuita unilateralmente dalle imprese, sotto forma di premi ad personam? E la rappresentatività sindacale si indebolisce anche per questa via?

    "Sono fenomeni marginali, non vi darei troppo peso. Vero è, piuttosto, che la ‘questione salariale’ è al tempo stesso una questione generale, di livello medio delle retribuzioni troppo basso, e una questione relativa a segmenti settoriali-professionali e ad aree geografiche. Nel nord d’Italia abbiamo un 3 per cento di disoccupazione, praticamente nulla: in queste aree le imprese si strappano i lavoratori concedendo di più, ma non sono aumenti di merito, premi individuali, sono semmai tentativi di fidelizzazione. In altre zone, invece, o per determinate qualifiche, c’è sovrabbondanza di manodopera. E qui la ‘questione salariale’ è più esplosiva e i sindacati mostrano tutta la loro debolezza".