“Intervista” A.Accornero: Contratti, ripartire dal territorio

24/09/2004


            venerdì 24 settembre 2004


            sezione: ITALIA-LAVORO – pag: 23
            Il sociologo / Parla Aris Accornero
            Contratti, ripartire dal territorio
            Lo sviluppo locale decisivo per la competitività

            MASSIMO MASCINI

            ROMA • L’Italia si è sviluppata localmente. Nei territori e non nelle grandi aziende sono cresciute produttività e occupazione. E allora è nel territorio che deve svilupparsi la contrattazione alla ricerca di nuova competitività delle imprese, che consenta di remunerare meglio i lavoratori. Il sociologo Aris Accornero crede che in questo modo sia possibile superare l’eclissi del sistema di relazioni industriali.
            Professor Accornero, la contrattazione rischia davvero di diventare marginale?
            Non è un’ipotesi remota, la sua eclissi è già iniziata.
            Per colpa di chi?
            Di chi non ha voluto o saputo adeguare alle novità il sistema di contrattazione del 1993.
            Ci fu l’accordo del 1998.
            Ma lasciò il meccanismo immutato, mentre tutti concordavano sull’opportunità di un intervento. In più è stata messa in mora la concertazione, che era il segreto di quel protocollo.
            Il sistema intanto cambiava.
            E anche profondamente. Basterebbe pensare al mercato del lavoro. Ma nemmeno questo è servito a spingere le parti sociali a un intervento riformatore.
            Adesso se ne parla molto.
            Tutti attendono le novità promesse con il cambio di presidenza in Confindustria. Ho visto da parte del sindacato anche troppa precipitazione. Capisco che le confederazioni fossero stanche di essere attaccate da Governo e Confindustria. Il punto è che una linea di Confindustria per la riforma della contrattazione non c’è. C’è invece una forte questione salariale ce si rischia che l’urgenza del nodo salariale finisca per oscurare quella della riforma della contrattazione.
            È possibile che il problema venga ulteriormente rinviato?
            No, nessuna ulteriore dilazione è possibile.
            Come può cambiare il sistema di contrattazione? Quale può essere il nuovo scambio sociale?
            Per capirlo occorre prendere in considerazione un altro grande problema che si è creato in questi anni, la povertà del bacino della contrattazione aziendale, cui è intimamente collegato il tema salariale. Nel 1993 è stato riconosciuto formalmente questo secondo livello, ma non c’è stata una effettiva estensione dei contratti aziendali.
            Per quali motivi?
            Perché non è stato facile arrivare a tante piccole imprese.
            Il presidente di Federmeccanica pensa che questo sia un problema del sindacato.
            No, è un problema anche del mondo della produzione.
            Come si può intervenire?
            Applicando il modello del 1993, che parlava di contrattazione territoriale. Perché questo diverso livello contrattuale può portare risultati positivi anche alle aziende, in termini di competitività?
            Perché l’Italia si è sviluppata in questi anni nel territorio. Non sono state le grandi imprese a creare occupazione, al contrario, lì, a causa delle ricorrenti crisi, ci sono stati molti sprechi e anche la produttività non è salita tanto. Invece lo sviluppo locale ha dato risultati importanti, è stato questo il vero contributo alla definizione di un modello di sviluppo italiano.
            La contrattazione avrebbe più peso?
            Sì, perché localmente si sono già moltiplicati vari modelli di patti informali, di cooperazioni di fatto, che hanno visto lavorare assieme con profitto le parti sociali, spesso anche con amministratori pubblici, politici, dirigenti di enti. Intese che hanno risolto i problemi dello sviluppo. Sia chiaro, queste intese non fanno parte della contrattazione vera e propria, ma la base è quella, come calcolare e remunerare una maggiore resa, come avere un risultato più brillante, una maggiore produttività locale.
            Non è facile calcolare la produttività locale.
            Ma nemmeno impossibile. La verità è che noi abbiamo in testa un’idea fordista della produzione. Ma la realtà è diversa. Ed è giusto che si punti ad aumentare la produttività non della singola azienda, magari di grandi dimensioni, ma dell’insieme delle imprese di un territorio, che sono collegate tra loro, non solo nei distretti.
            Crescerebbe la copertura contrattuale?
            Nel giro di qualche anno potremmo coprire il 50% dei lavoratori. Adesso non si va oltre un terzo, troppo poco.
            Crescerebbe la competitività delle aziende?
            In maniera sostanziale, perché è localmente che siamo cresciuti. Lì c’è stato lo sviluppo.
            Gli imprenditori temono tre livelli contrattuali.
            Ma questa sarebbe un’assurdità. Non può accadere.
            I contratti aziendali affrontano e risolvono problemi specifici, riscontrabili nel processo produttivo della singola impresa.
            Il successo è più sicuro. Ci sono problemi comuni a tutte le imprese, che vanno affrontati assieme, cercando sinergie interne ed esterne, realizzando risparmi collettivi, utilità collettive.
            Come sarebbero disegnati questi territori?
            Non le provincie. Si metteranno assieme quattro, cinque comuni, magari anche di due diverse provincie. La base è il bacino del mercato del lavoro locale, dove c’è il lavoro ci sono le aziende.