“Intervista 2″ G.Epifani: «Cari Ds, non tirate la Cgil di qua e di là»

29/11/2004
    sabato 27 novembre 2004
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      «Cari Ds, non tirate la Cgil di qua e di là»
      Siamo una realtà più grande del partito. Le quattro mozioni non mi convincono

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          Due questioni sui vostri rapporti con gli industriali. Primo: la nuova presidenza di Confindustria si era presentata come un punto di discontinuità rispetto alla passata gestione. Sembra, tuttavia, che non abbia colto pienamente la possibilità di una rottura con l’Esecutivo, è come se cercasse di tenere tutto assieme. Secondo: si ripropone una questione morale per la gestione di grandi gruppi, prima Parmalat e Cirio, oggi Volare, Finmatica, il caso Impregilo. Esiste una patologia nel Dna del tessuto imprenditoriale italiano?

            «Parto dalla seconda questione. C’è una parte del nostro sistema imprenditoriale per il quale la trasparenza dei comportamenti e la moralità nella loro responsabilità sociale è fortemente compromessa, perché casi come Parmalat, come la Cirio e adesso, sembra, Volare dimostrano che persiste. Questo chiama in causa due problemi: il primo è quello di un’azione di governo che non ha scoraggiato questo scarso e basso livello di moralità. Non avere, a distanza di un anno, una nuova legge di tutela del risparmio che era stata promessa nel giro di poche settimane, dimostra che il governo e questa maggioranza non si sentono dentro la battaglia di trasparenza e di moralità. Un esempio su un altro versante: si può annunciare una lotta contro la criminalità organizzata, ma se i tribunali non hanno risorse, se la polizia non ha risorse, puoi dire quello che vuoi, ma il messaggio implicito che mandi alla criminalità è quello di un governo che dice, ma non fa. C’è poi una parte dei nostri imprenditori che predica bene e razzola male. Noi per anni abbiamo sentito lezioni sulla trasparenza, la critica anche giusta della degenerazione del sistema politico, la retorica della responsabilità sociale dell’impresa, tutti a far lezione agli altri».

            E Montezemolo?

            «La cosa che più ho apprezzato e continuo ad apprezzare in Montezemolo e che mentre il suo predecessore sosteneva che l’impresa italiana era sana e bastava togliere un po’ di "lacci" perché si riprendesse, Montezemolo ha riconosciuto che i problemi sono dentro l’industria, dentro l’impresa italiana. In questo lui paga dei prezzi, anche dentro Confindustria, la sua azione è un po’ frenata. Ma anche i casi di questi giorni dimostrano quanto la questione sia vera. Potrei continuare su altri terreni, su come funziona l’Antitrust, e come le imprese si comportano nei suoi confronti : è un bel tema di riflessione».

            Veniamo alla dialettica sindacale. Prima ha citato il segretario della Cisl e le sue critiche pesanti alla Finanziaria. Fino a che punto sono alle spalle le divisioni di questi mesi, di questi anni, dal Patto per l’Italia in poi?

            «Io credo che Pezzotta dica le cose che pensa, con noi e con la Uil ha costruito le ragioni dello sciopero, c’è un clima di rispetto e di lavoro comune. Credo anche che le ultime vicende abbiano fatto e dovrebbero far ragionare Pezzotta e la Cisl su quello che è avvenuto prima. È mai possibile – e non lo dico polemicamente – che l’unico vero tavolo di trattativa il governo lo abbia stabilito su quello che portò al Patto per l’Italia? È mai possibile che, una volta firmato il Patto, con le divisioni che ci furono, il governo non ha attuato nulla tranne qualche piccolo aspetto? Da allora in poi questo governo non ha più avuto nessun serio tavolo di confronto con il sindacato né con le rappresentanze dell’impresa. Quel tavolo era la fisiologia delle relazioni o era un’eccezione? La mia tesi è che quel tavolo aveva un senso solo perché il governo aveva puntato a dividere il sindacato e una volta ottenuto il merito per il governo era finito. Qui sta il cuore della discussione, che riprenderemo con Cisl e Uil, sul rapporto tra il sindacato, la sua autonomia e il modello bipolare. È una discussione complicata per tutti».

            Qual è la vostra posizione? Siete stati spesso accusati di far politica, di non essere autonomi…

            «Noi restiamo dell’opinione che in un sistema bipolare l’autonomia del sindacato si misura nell’avere un proprio progetto e propri obiettivi sui quali costruire il giudizio sui programmi degli schieramenti che si contendono le elezioni e, poi, sul governo. La Cisl obietta che in questo modo il sindacato fa parte di uno schieramento. Io dico di no. Come facciamo a mettere sullo stesso piano chi la pensa più vicino a noi e chi ha posizioni diametralmente opposte? In un sistema bipolare il confronto con le organizzazioni sindacali è diverso dal passato, i margini di mediazione tendono a ridursi e tendono a diventare drammaticamente stretti quando il governo – in questo caso di centrodestra – ha dentro di sé valori ed obiettivi diversi dai tuoi. Questo non significa che non ci si debba discutere o fare accordi perché tradiremmo la funzione del sindacato. Ma non possiamo nascondere che per un governo di centrodestra diventa prioritaria una mediazione interna e del tutto secondario sentire le opinioni di chi rappresenta milioni di lavoratori o di imprese».

            Piero Fassino ha espresso un parere positivo sul Patto per il Mezzogiorno e si è detto disponibile a parlare di un «patto sociale». Non crede che sia il momento di mettere in campo un patto tra le forze più avvertite del pericolo di un declino, che non sono solo le parti sociali, ma anche alcune forze politiche?

              «Noi abbiamo fatto un accordo importante con Confindustria, che ha come oggetto la politica sul Mezzogiorno e credo che continueremo su questa strada. Si tratta di un accordo tra soggetti sociali, sindacati, e imprese. È un patto importante, ma che ha un’efficacia un po’ ridotta perché manca il terzo, quello che poi dovrebbe prendere impegni di politica finanziaria, di risorse, di investimenti. Questo non sminuisce il valore dell’accordo perché restano condivisi le priorità e gli strumenti. Va poi detto che se il governo centrale non dà ascolto si ha sempre la strada degli accordi territoriali. Nei giorni scorsi sono stato a Napoli e lì è stata lanciata l’idea che proprio Napoli e le altre grandi realtà del Mezzogiorno possono, per prime, sperimentare e tradurre l’accordo. Credo che sia importante: se non riusciamo a farlo con questo governo, possiamo con le forze dell’opposizione, oggi, far valere le politiche dell’accordo. E indicarle come parti costitutive del programma da costruire».

              A febbraio ci sarà il congresso dei Ds. In questi giorni noi dell’Unità abbiamo registrato – con qualche problema – le posizioni delle varie correnti che dicono «una parte della Cgil sta con noi». Epifani, la Cgil dove sta, con chi sta? E il suo segretario in che modo parteciperà al congresso?

                «La Cgil sta con la Cgil. Anche io qua e là ho visto titoli sui giornali che non mi sono piaciuti, "La Cgil sta con Fassino", "La Cgil sta con il correntone". Impossibile. La Cgil, come tale, non può che stare con le scelte, le regole ed i programmi della Cgil. Altro sono le scelte dei singoli dirigenti. Vorrei tenere ferma questa distinzione perché io ho tanto rispetto per i partiti e per i Ds, ma la Cgil non è meno dei Ds. In termini di iscritti la Cgil è di più, e il più che sta nel meno non esiste. La Cgil è una cosa grande, enorme, che sta lì con le sue regole, con la sua autonomia, con l’assoluta libertà dei suoi dirigenti, militanti, quadri ed iscritti di fare le scelte che ritengono, nella vita dei rispettivi partiti. Anche a me dà fastidio questo sentir dire "mille di qua, duemila di là”. Ne colgo però anche un aspetto positivo. C’è questa rincorsa non solo perché ci furono le vicende del congresso precedente che conosciamo, ma anche perché, per le cose che ha fatto la Cgil, questa rappresenta un punto di valore, tanto più per un partito della sinistra, per i suoi dirigenti che in questi anni hanno visto crescere, anche per le buone scelte della Cgil, credibilità e consensi. In questa corsa a dire "tanti di qua e tanti di là" vedo un valore che si tende ad incamerare. Perché la Cgil è una cosa importante. Ce lo dicono le ultime elezioni delle Rsu in cui abbiamo avuto risultati straordinari: nelle ferrovie la Cgil rappresenta più di un terzo dei lavoratori, nei parasubordinati abbiamo tre quarti degli eletti, e nel pubblico impiego – dove ha votato quasi un milione di lavoratori – abbiamo superato il 34% dei consensi e aumentiamo di 4 punti rispetto alle elezioni precedenti. Anche dal punto di vista degli iscritti la Cgil, quest’anno andrà avanti molto più dell’anno scorso. Un partito ha i voti alle elezioni e il numero degli iscritti, noi abbiamo i nostri indicatori che dicono queste cose».

                A differenza del suo predecessore, nel congresso di Pesaro, lei non ha firmato alcuna mozione, perché?

                  «Al congresso di Pesaro molti di noi fecero una battaglia nel nome di un valore che era e resta importante, cioè come la più grande forza di sinistra potesse far propria l’idea della centralità del valore del lavoro, del valore sociale. Questo fu il tema sul quale partì il nostro impegno in quella battaglia congressuale. Vedevamo in qualche modo allentato questo rapporto, questa centralità. Non eravamo così miopi da non capire che per un partito della sinistra moderna non può esserci solo questa centralità, è evidente, però non si possono perdere i legami con il mondo del lavoro che sono poi quelli che hanno dato vita, in tutto il mondo, a tutti i partiti della sinistra, comunque denominata, o progressisti. Noi vedevamo allentati quei rapporti. Io credo che quella battaglia sia stata non solo giusta, ma anche salutare e che – malgrado il risultato del congresso – abbia finito per contaminare un processo positivo, ha costretto anche i Ds a fare un ragionamento su questo tema e indirettamente ha costretto altre formazioni della sinistra a rivalutarlo».

                  A chi si riferisce?

                    «A me non sfugge che Rifondazione, partita con un atteggiamento molto filo-Cobas, oggi esprime riposizionamenti forti. È una battaglia importante, che in qualche modo non si è completata, anche se ci sono stati passi in avanti. Non ho nessuna difficoltà a dire che Fassino è stato un segretario che ha provato a tener conto di questa impostazione. Per questo, io ho preferito – e l’ho detto a Fassino – non esprimermi e non dare il mio sostegno a nessuna delle mozioni».

                    Che cos’è che non la convince?

                      «Per ragioni diverse, non mi convince nessuna delle quattro mozioni, mentre penso che sia più giusto, da parte mia, lavorare per il completamento del disegno che ci ispirò la volta scorsa, continuare a svolgere in autonomia una funzione critica di sollecitazione. Se posso dirla tutta, temo è che il valore di quella battaglia, che in parte è stato incamerato ma non fino in fondo come avremmo voluto, possa allentarsi e possano ritornare vecchie pratiche che avevano reso marginale questo valore nell’orizzonte delle scelte del più grande partito della sinistra. Mentre un ruolo critico di sollecitazione positiva lo valuto come il modo migliore per essere coerente rispetto alla battaglia fatta al congresso precedente. Mi convince, invece, la proposta di cambiare la denominazione del partito aggiungendo un riferimento al socialismo europeo. Penso che il socialismo europeo non sia qualcosa del passato, ma del presente, ha problemi, si sta trasformando, non deve chiudersi, ma è un riferimento importante».

                      Nei mesi scorsi lei è stato critico sui ritardi che l’Ulivo avevano accumulato nella definizione di un programma e nella programmazione di una strategia elettorale e politica da presentare agli elettori. È stato fatto qualche progresso? L’arrivo di Prodi in Italia può favorire un processo di elaborazione programmatica del centrosinistra?

                        «Devo dire la verità, quello che penso. Credo che siamo ancora fermi. Tra l’altro mi domando se, per caso si dovesse votare tra qualche mese, le forze di centrosinistra sono in condizione di mettersi d’accordo sulle cose partendo, non dico da zero, ma da poco. In realtà ancora si arranca. Ora, con tutto il rispetto per la questione dei nomi, stiamo ancora a cambiare da un giorno all’altro il nome delle coalizioni: per carità è importante, ma come dicevano i latini "Tieni il concetto, poi i nomi arrivano", i nomi sono la conseguenza delle cose, ma qui vedo che i nomi sono il punto di partenza. Io avrei fatto il contrario, sarei partito dalla costruzione del programma. Capisco che quando ci sono problemi di dissenso programmatico è sempre molto difficile immaginare un lavoro lungo, mentre la ristrettezza dei tempi ti costringe a mediare di più, ma qui il problema non è di fare solo un programma per le elezioni, qui il problema è fare un programma per governare il Paese, con i problemi che ha il Paese. Il lavoro andava fatto un po’ prima e un po’ più in profondità. Quando ho osservato questo mi è stato risposto che dei pezzi di elaborazione ci sono: è vero, ma si devono alla buona volontà dei singoli dirigenti, ai loro rapporti personali. Non c’è dubbio che Bersani e Letta abbiano fatto un approfondimento sulla parte fiscale; lo stesso vale per una parte dei problemi del lavoro. Ma quello che manca è un coordinamento, una regia».

                        Sarebbe Prodi il regista?

                          «Con l’arrivo di Prodi il primo segnale di cambiamento deve essere la messa in campo del lavoro programmatico. Mi pare nell’interesse dello stesso Prodi. Dai problemi della pace, alla politica economica, fino a quelli relativi al rapporto con la legislazione del centrodestra sappiamo che ci sono dei nodi da sciogliere, secondo me prima si affrontano meglio è. Siamo in presenza di un Paese abbastanza smarrito, non vorrei poi che, alla fine, a una minor fiducia verso il governo non si accompagnasse un miglioramento di clima confronti delle proposte dell’opposizione. Perché non si vince solo in funzione degli errori dell’altro, si dovrebbe vincere anche perché si ha un programma che persuade la maggioranza dei cittadini con le sue politiche di cambiamento e di riforma. Su questo “salto” avevo molto insistito nei mesi scorsi, fino ad oggi non si è prodotto, non abbiamo altro tempo. Io, infatti, non immagino la costruzione di un programma con quattro, sei, dieci persone che si chiudono in una stanza e lo elaborano. Lì possono partire le prime proposte, ma ci vuole un progetto che parli al Paese, quindi alle associazioni, ai sindacati, alle imprese, agli Enti locali, al terzo settore, alle aree del Mezzogiorno, ai cittadini. La democrazia non si risolve nelle primarie, ma anche nel modo con cui si coinvolgono tante persone e tanti interessi nella costruzione del programma».

                          (A cura di Felicia Masocco)