Intervento M. Meschieri Audizione Parlamento Europeo Settore Lavoro Domestico

AUDIZIONE PARLAMENTO EUROPEO 19.9.2000

INTERVENTO DI MESCHIERI MARINELLA

RESP. NAZ.LE FILCAMS-CGIL LAVORO DOMESTICO e componente della RETE EUROPEA di RESPECT

Il lavoro domestico ricopre in Italia e in Europa un ruolo molto importante nella vita familiare. E’ un lavoro svolto nella maggioranza di casi da donne che sono immigrate in Europa per varie ragioni: per sfuggire alla povertà, per sfuggire alle guerre.

Un lavoro quello domestico al quale non è riconosciuta pari dignità con altre attività lavorative, spesso è considerato un lavoro di serie Z perché i lavori di cura non sono considerati produttivi e questo è sicuramente un grave limite culturale che deve essere superato. Ringraziamo la relatrice On. SMET per la sensibilità dimostrata su questi temi e auspichiamo che la sua proposta di raccomandazione possa essere accolta dal Parlamento.

La situazione italiana

1.200.000 collaboratrici familiari di cui il 50% immigrate, le etnie maggiormente presenti: Filippine, Sud America, Africa (Nigeria, Somalia), ecc. Su 1.200.000 LAVORATRICI SOLO il 18% pari a 215.872 (fonte INPS1998) sono assunte regolarmente, la maggioranza quindi opera nel “sommerso” .

In Italia si usa parlare di lavoro nero ma è una espressione che preferisco non utilizzare perché allora dovremmo parlare di lavoro giallo, bianco, rosso e anche il linguaggio che si usa quando ci si riferisce alle diversità e si parla di integrazione, ritengo sia importante. RISPETTO penso sia l’espressione giusta.

In Italia (ma è un trend europeo) diminuiscono le nascite, le persone vivono piu a lungo (aumentano quindi gli anziani con le relative problematiche di assistenza) le donne lavorano sempre piu fuori casa per avere da un lato la propria indipendenza economica e dall’altro perché la “ vita” costa. Tutto ciò ha comportato una nuova organizzazione della vita familiare.

Questi nuovi modelli familari così diversi dal passato, hanno prodotto un mutamento nelle richiesta di servizi. Negli anni 50 le colf in maggioranza lavoravano a tempo pieno-conviventi presso famiglie “ricche”, oggi non è piu così. Il 75% delle colf lavorano ad ore: es. 5 ore la settimana presso una famiglia, 4 ore presso un’altra, ecc. Ne usufruisce per la maggior parte il ceto medio-operaio. Il restante 25% lavora a tempo pieno-conviventi.

Nei prossimi anni In Italia il lavoro domestico aumenterà notevolmente perché lo Stato sociale non è in grado di rispondere ai bisogni dei cittadini, di garantire determinate prestazioni es. assistenza agli anziani, bambini, ecc.

Nel nostro Paese il lavoro domestico è regolato da una legge (n. 339/58) e da un contratto collettivo nazionale che prevedono:

- le colf sono assunte direttamente dalle famiglie;

- le colf devono essere assunte indipendentemente dall’orario di lavoro che effettuano (anche per un’ora di lavoro al giorno o alla settimana o al mese)

- hanno alcuni diritti previsti dai contratti: tariffe aggiornate annualmente, 26 gg. di ferie (cumulabili per le immigrate su due anni), la retribuzione effettiva percepita in caso di malattia per un massimo di 15 gg. all’anno a carico della famiglia, in caso di gravidanza le colf percepiscono, a carico dello Stato, l’80% di un salario convenzionale; la tredicesima mensilità che viene corrisposta nel periodo natalizio.

-

In caso di convivenza è d’obbligo che il datore di lavoro fornisca un alloggio. Ciò è positivo all’inizio per le lavoratrici immigrate perché così hanno un posto dove dormire (in Italia sono poche le persone che affittano appartamenti a persone immigrate per paura e-o per razzismo) , ma successivamente ciò diventa un problema perché difficilmente possono avere una vita propria e spesso quando pongono l’esigenza di ricongiungersi con i figli o la propria famiglia vengono licenziate.

-

In Italia il fenomeno della immigrazione è ancora al primo stadio, siamo alla prima generazione. Gli immigrati e le immigrate sono in genere persone che svolgono i lavori piu umili,- quelli meno qualificati, quelli che gli italiani non vogliono piu fare (raccolta frutta, lavoro domestico, edilizia, ecc.). La maggioranza delle lavoratrici immigrate hanno titoli di studio elevati, anche lauree ma sono costrette a svolgere questo lavoro perché i loro titoli di studio non sono riconosciuti.

Perché in Italia (ma credo anche nel resto dell’Europa) è presente tanto lavoro sommerso in questo settore?

Per scarsa convenienza di entrambe le parti perché da un lato vi sono famiglie che non assumono le lavoratrici per risparmiare sulla contribuzione e dall’altro vi sono molte lavoratrici (in particolare le italiane) che non vogliono essere assunte perché hanno scarsi diritti: hanno una copertura ridotta per malattia; in caso di maternità possono essere licenziate al termine di 5 mesi e il sistema pensionistico pubblico per le colf prevede una pensione di poco superiore al minimo pur lavorando 40 ore la settimana per 40 ann (i contributi vengono versati su un salario convenzionale che è inferiore a quello reale) i, di conseguenza preferiscono lavorare non in regola e “ farsi” pagare qualche lira in piu all’ora.

A tutto ciò si aggiunge il fatto che le famiglie non hanno incentivi alla regolarizzazione perché ad oggi non vi sono benefici fiscali i quali sono invece previsti per i settori cosiddetti produttivi.

Il tema deve essere affrontato quindi su due fronti, quello del lavoro regolare- delle tutele dei diritti della lavoratrici e quello del lavoro irregolare, della clandestinità.

Il lavoro regolare

In Italia le organizzazioni sindacali unitariamente stanno lavorando su due livelli:

1) contratto-diritti: stiamo discutendo con le associazioni che rappresentano i datori di lavoro il rinnovo del contratto nazionale, attraverso il quale vorremmo aumentare i diritti per le lavoratrici immigrate e non. Tra le varie richieste vi è quella di costituire un ente paritetico che si possa occupare di formazione professionale e attraverso una sorta di mutualità tra le famiglie costituire un fondo al fine di migliorare le prestazioni in caso di malattia e maternità.

2) Legislazione: stiamo discutendo con il Governo affinchè sia consentito alle famiglie la possibilità di dedurre dalla dichiarazione dei redditi i costi che sostengono per le colf (c’è in tal senso una proposta del Governo collegata alla finanziaria che prevede la possibilità di dedurre i contributi). Abbiamo proposto congiuntamente al sindacato pensionati l’introduzione, anche sperimentale dei buoni servizio (vedi Francia) per snellire le procedure burocratiche con particolare riferimento agli anziani che hanno maggiori difficoltà.

Abbiamo proposto modifiche alla legge sul lavoro domestico affinchè le lavoratrici possano essere assunte non solo dalle famiglie ma anche tramite agenzie. Io penso che si possano utilizzare quelle che attualmente si occupano di lavoro interinale (agenzie riconosciute dal Ministero del Lavoro), ciò al fine di rendere piu trasparente il mercato del lavoro, tutelare meglio le lavoratrici e fornire un servizio piu qualificato alle famiglie.

In questo modo si creerebbero le reciproche convenienze.

Queste misure pensiamo possano portare ad aumento della regolarizzazione,

Il lavoro irregolare delle immigrate ovvero la clandestinità

Lo sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori immigrati è impressionante, avviene in parte anche con le persone che sono in regola ma almeno queste possono denunciare i datori di lavoro e far rispettare le leggi.

I casi di abusi, di molestie verbali e fisiche di lavoratrici domestiche sono tanti. Spesso sono costrette in schiavitu non possono uscire di casa, lavorano 20 ore al giorno per paghe da fame.

Il sindacato tenta di aiutare anche i clandestini, utilizzando la legislazione vigente, ma la non conoscenza da parte loro delle leggi e la paura di essere rimpatriati li porta a subire continue umiliazioni.

In Italia la legge sulla immigrazione prevede per l’anno 2000 l’ ingresso di flussi programmati per una quota massima 63.000 persone di cui una parte per lavoro subordinato e una piccola parte per lavoro autonomo .

L’assistenza sanitaria è prevista anche per i clandestini e le strutture pubbliche devono garantire la riservatezza.

I problemi della clandestinità non riguardano solo il lavoro domestico, ma esso è sicuramente quello che ha il peso maggiore perché questo è il primo lavoro che le donne immigrate trovano ecco perché è necessario affrontare questo tema anche a livello europeo nella sua specificità.

E’ necessario che l’Unione europea riconosca il lavoro domestico al pari di un qualsiasi altro lavoro: accudire un anziano, un bambino, essere di supporto alla famiglia è un lavoro che deve essere riconosciuto socialmente, deve avere la propria dignità.

La raccomandazione proposta dall’ON. SMET suggerisce uno studio appropriato nei vari paesi e propone indirizzi utili. Successivamente sarebbe opportuno che a livello europeo si emanassero delle direttive atte a fronteggiare il tema della clandestinità, del ricongiungimento familiarie, riconoscimento dei titoli di studio e che si indirizzino i paesi membri verso misure che possano superare il lavoro sommerso, attraverso una regolamentazione europea sul lavoro domestico che preveda:

· maggiori diritti e tutele per le lavoratrici

· la deducibilità fiscale per le famiglie perché oggi non è piu un lusso avere una collaboratrice domestica, ma una necessità.

Vi ringrazio per l’attenzione

          PARLAMENTO EUROPEO
          1999 2004

Commissione per i diritti della donna e le pari opportunità

PROVVISORIO
2000/2021(INI)

6 settembre 2000

          PROGETTO DI RELAZIONE

          sulla normalizzazione del lavoro domestico nell’economia informale
          (2000/2001)

Commissione per i diritti della donna e le pari opportunità

          Relatrice: Miet Smet

INDICE
Pagina

PAGINA REGOLAMENTARE4

PROPOSTA DI RISOLUZIONE5

MOTIVAZIONE8

PAGINA REGOLAMENTARE

Nella seduta del 2 febbraio 2000, la Presidente del Parlamento ha comunicato che la commissione per i diritti della donna e le pari opportunità era stata autorizzata ad elaborare una relazione di iniziativa, a norma dell’articolo 163 del regolamento, sulla normalizzazione del lavoro domestico nell’economia informale e che la commissione per l’occupazione e gli affari sociali era stata consultata per parere.

Nella riunione del 26 gennaio 2000 la commissione per i diritti della donna e le pari opportunità ha nominato relatrice Miet Smiet.

Nella riunione del … ha esaminato il progetto di relazione.

In quest’ultima riunione/Nell’ultima riunione indicata ha approvato la proposta di risoluzione con … voti favorevoli, … contrario(i) e … astensione(i)/all’unanimità.

Erano presenti al momento della votazione … (presidente/presidente f.f.), … (vicepresidente), … (vicepresidente), …(relatrice), …, … (in sostituzione di …), … (in sostituzione di …, a norma dell’articolo 153, paragrafo 2, del regolamento), … e … .

Il parere (I pareri) della … (e della commissione …) è (sono) allegato(i)(; la commissione … ha deciso il … di non esprimere parere).

La relazione è stata presentata il ….

Il termine per la presentazione di emendamenti sarà indicato nel progetto di ordine del giorno della tornata nel corso della quale la relazione sarà esaminata/è stato fissato al … alle ….

PROPOSTA DI RISOLUZIONE

Risoluzione del Parlamento europeo sulla normalizzazione del lavoro domestico nell’economia informale (2000/2001) (2000/2021(INI))

Il Parlamento europeo,

- visto l’articolo 137, par. 1, quinto trattino, del trattato di Amsterdam,

-vista la Convenzione dell’OIL C 177 sul lavoro a domicilio,

- vista la comunicazione della Commissione sul lavoro sommerso (COM(1998) 219 – C5-0566/1998),

- vista la relazione comune sull’occupazione 1999 (A5-0049/1999-SEC(1999) 1386-C5-0215/1999) GU C 158 del 7.6.2000, pag. 43.,

- vista la relazione (PE 286.220) della commissione per l’occupazione e gli affari sociali,

- visto l’articolo 163 del proprio regolamento,

- vista la relazione della commissione per i diritti della donna e le pari opportunità e il parere della commissione per l’occupazione e gli affari sociali (A5-000/2000),

considerando che la nozione di lavoro domestico è vaga,

B.considerando che sul mercato del lavoro la presenza femminile registra un aumento costante,
C.considerando la difficoltà di valutare l’entità dell’economia sommersa e del lavoro domestico irregolare,
D.considerando le importanti ripercussioni del lavoro non dichiarato sui conti dello Stato, nonché sui redditi degli abitanti,
E.considerando la natura stessa del lavoro domestico che si presta più facilmente ad orari flessibili, addirittura frammentati, distribuiti fra più datori di lavoro, in cambio di un corrispettivo minimo, il più delle volte non dichiarato,
F.considerando la quantità di nuclei familiari in cui padre e madre sono occupati a tempo pieno,
G.considerando l’aumento delle famiglie monoparentali,
H.considerando l’aumento della domanda di lavoro domestico a seguito della sempre maggiore frammentazione della famiglia e della quantità di donne che lavorano fuori della propria casa,
I.considerando che tale domanda registra un aumento continuo, come del resto avviene nel caso del fenomeno del lavoro nero,
J.considerando la disparità, o addirittura la mancanza, della regolamentazione in materia di lavoro domestico in taluni Stati membri,
K.considerando gli encomiabili sforzi effettuati da taluni Stati membri che hanno creato organismi locali o regionali per regolare l’offerta e la domanda di lavoro domestico,
L.considerando che la lotta contro il lavoro domestico non dichiarato equivale a una lotta contro la disoccupazione di numerose donne,
M.considerando le esperienze francese e belga degli assegni servizio impiego,
N.considerando il fenomeno delle ingenti migrazioni di donne,
O.considerando la grande quantità di migranti donne, occupate in qualità di collaboratrici domestiche,

1.chiede una definizione di portata europea del lavoro domestico,

2.chiede agli Stati membri di redigere e di aggiornare regolarmente le statistiche sul fenomeno del lavoro nero domestico per poter disporre di un quadro più preciso delle dimensioni del problema;
3.chiede agli Stati membri di procedere a uno studio più approfondito sul lavoro domestico non dichiarato, nonché sui suoi costi e le sue ripercussioni sui conti dello Stato, sul mercato del lavoro e sui privati;
4.chiede che tale attività sia riconosciuta come una professione a tutti gli effetti;
5.chiede che il settore del lavoro domestico possa usufruire di orientamenti generali, da includersi in quelli per l’occupazione, che si traducano in una regolamentazione europea sui diritti sociali del lavoratore, in una regolazione dell’offerta e della domanda nel settore, nell’accesso alla formazione e nel cofinanziamento delle spese da parte del potere pubblico;
6.invita gli Stati membri a coinvolgere le parti sociali nell’applicazione degli orientamenti generali nel settore del lavoro domestico;
7.raccomanda agli Stati membri di adottare le seguenti misure per migliorare l’immagine del lavoro domestico:
-definizione chiara e precisa delle mansioni da svolgere,
-copertura sociale generale relativa a tale professione che tenga conto della varietà delle mansioni e dei pericoli che talune di esse possono rappresentare e consenta al lavoratore di beneficiare a suo tempo di una pensione rispettabile,
-creazione di posti di lavoro di qualità, mediante l’organizzazione di azioni di formazione professionale,
-creazione di strutture di assistenza che favoriscano l’inserimento sociale del lavoratore,
8.raccomanda l’adozione delle seguenti misure a livello nazionale per lottare contro la crescente quantità di collaboratori domestici che lavorano al nero:
-adeguamento dei prezzi e dei costi alle possibilità finanziarie dei privati,
-semplificazione delle formalità amministrative concernenti le dichiarazioni di assunzione a carico dei privati,
-deduzione fiscale dei contributi versati dai nuclei familiari per ridurre la disparità dei costi fra lavoratori in nero e lavoratori dichiarati;
9.sottolinea l’importanza di conformarsi, in tutti gli Stati membri, al principio stando al quale ogni ora lavorata dev’essere dichiarata;
10. sottolinea l’importanza di sviluppare il dialogo sociale settoriale, in quanto livello negoziale più prossimo alla realtà e perciò più adatto a proporre misure di lotta al lavoro non dichiarato, nonché a creare nuovi posti di lavoro duraturi;
11.raccomanda la creazione di centri specializzati per migranti donne, in grado di fornire la necessaria assistenza psicologia e psichica in caso di violenze psichiche, fisiche o sessuali, nonché per avviare una pratica nel quadro della procedura di regolarizzazione del loro permesso di soggiorno temporaneo;
12.raccomanda inoltre la distribuzione, effettuata dai centri di assistenza, di prospetti che forniscano tutte le informazioni e gli indirizzi utili nel contesto del loro soggiorno nello Stato membro;
13.raccomanda, nel caso delle migranti donne, la creazione di un visto speciale nominativo per collaboratrici domestiche;
14.incarica la propria Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, agli Stati membri, alle parti sociali e all’Organizzazione Internazionale del Lavoro.

MOTIVAZIONE

Introduzione

La presente relazione si prefigge di analizzare il quadro legislativo comunitario relativamente ai collaboratori domestici che sono remunerati, ma non dichiarati, e contribuiscono così ad alimentare notevolmente il mercato del lavoro nero. Per moltissime donne tale forma di lavoro nascosto e difficilmente quantificabile rappresenta una fonte di reddito che sfugge a qualsiasi forma di controllo statale.

Non si tratta di uno studio di carattere generale sul lavoro non dichiarato, che concernerebbe molte altre professioni e una problematica di base diversa, bensì di concentrarsi unicamente sulla categoria delle collaboratrici domestiche. Ovviamente, oggetto di tale studio non sono nemmeno le casalinghe che hanno scelto di occuparsi della propria casa, in quanto non sono lavoratrici dipendenti e remunerate.

Tale indagine mira a formulare una serie di proposte, basate sulle esperienze positive effettuate in taluni Stati membri, onde far sì che il settore possa beneficiare di una regolamentazione uniforme a livello europeo e consentire agli Stati membri di approfittare di esso in qualità di importante fonte di nuova occupazione.

Non è infine possibile ignorare la grande quantità di donne migranti occupate come collaboratrici domestiche. L’ultima parte della relazione sarà dedicata anche alla loro situazione di domestiche remunerate, ma non dichiarate.

1.Alcune osservazioni sulla situazione delle collaboratrici domestiche

Fra tutte le occupazioni, il lavoro domestico è quello che meglio si presta a orari irregolari e a lavorare per diversi datori di lavoro, per alcune ore alla settimana. Poiché si tratta inoltre della forma di lavoro più facilmente celata, essa è anche quella meno tutelata. La mancanza di cifre, di dati statistici e di quantificazioni non è insignificante: si tratta di un’occupazione di emergenza e spesso di una manodopera completamente ignara dei propri diritti. I lavoratori sono isolati, senza alcuna possibilità di stabilire contatti con il mondo del lavoro e di beneficiare del sostegno che essi possono fornire.

D’altronde, la remunerazione viene stabilita in via amichevole, in base all’offerta e alla domanda sul mercato locale, mentre la flessibilità richiesta e la mancanza di una precisa definizione dei servizi domestici possono tradursi in richieste eccessive da parte del datore di lavoro.

E’ opportuno ricordare che i servizi nazionali di ispezione del lavoro sono impossibilitati ad effettuare controlli, in quanto si tratterebbe di violazione di domicilio privato. Il lavoratore è perciò alla mercé del proprio datore di lavoro, spesso privo di un’assicurazione sociale e corre in ogni momento il rischio di essere licenziato.

La richiesta di collaboratori domestici registra un aumento costante a seguito di cambiamenti economici e sociali come l’aumento dei nuclei familiari o di quelli in cui entrambi i genitori lavorano a tempo pieno, la dispersione della famiglia o i bisogni costanti legati all’invecchiamento della popolazione.

Tale forma di lavoro necessita di una struttura giuridica perché possa essere riconosciuta come una professione a tutti gli effetti e le lavoratrici occupate in tale settore siano tutelate dalla normativa contro la discriminazione sul lavoro, da quella in materia di salute e di sicurezza sul lavoro, siano correttamente retribuite e protette dal sistema giuridico.

2. Lavoro domestico non dichiarato

La natura stessa del lavoro non dichiarato ne rende arduo l’esame. A livello europeo, non esiste una definizione esaustiva che tenga conte delle varie caratteristiche di tale forma di lavoro in ogni Stato membro, né esiste una definizione che corrisponda esattamente all’oggetto del nostro studio.

Nella comunicazione COM 219 def. (1998), la Commissione definisce il lavoro sommerso alla stregua di "qualsiasi attività retribuita lecita di per sé ma non dichiarata alle autorità pubbliche, tenendo conto delle diversità dei sistemi giuridici vigenti negli Stati membri." Non è tuttavia questo l’ambito che ci siamo proposti di analizzare.

In base a un aquis europeo, cercheremo di delimitare la nostra indagine al lavoro non dichiarato effettuato da donne occupate in servizi domestici. Esistono varie definizioni di uso corrente, come ‘lavori di casa’, ‘lavori domestici’, ‘collaboratrice domestica’, ‘donna delle pulizie’, ma si tratta sempre dello stesso lavoro? A quali mansioni corrisponde esattamente? E’ possibile tracciare un limite? Possiamo parlare di una professione o dobbiamo limitarci a fare ad esso riferimento in termini di mansioni?

L’art.1 della Convenzione C 177 dell’OIL sul lavoro a domicilio fornisce la seguente definizione:

a)il termine ‘lavoro a domicilio’ si riferisce a un’attività che una persona, definita ‘lavoratore a domicilio’, svolge:
i)nella propria abitazione o in altri locali di sua scelta, diversi da quelli del datori di lavoro;
ii)dietro ricompensa;
iii)per realizzare un prodotto o un servizio conforme alla richieste del datore di lavoro, a prescindere dalla provenienza degli impianti, dei materiali o di altri elementi utili a tal fine.
La definizione di ‘collaboratori domestici e addetti alle pulizie domestiche’, sempre fornita dall’OIL, sembra più consona all’occupazione che cerchiamo di definire. "I collaboratori domestici e gli addetti alle pulizie domestiche spazzano, puliscono con l’aspirapolvere, lavano e incerano i pavimenti, si occupano della biancheria, comperano le provviste necessarie, preparano i pasti, li servono e si occupano di molte altre attività domestiche. Le loro mansioni sono:

a)spazzare, pulire con l’aspirapolvere, lavare e incerare i pavimenti e i mobili o lavare i vetri e altri oggetti,
b)lavare, stirare e rammendare la biancheria e altri articoli tessili,
c)lavare le stoviglie,
d) preparare, cucinare e servire i pasti, nonché da bere,
e)comperare gli alimentari e le altre provviste necessarie,
f)effettuare mansioni connesse,
g)sorvegliare altri lavoratori" Sottocategoria 9131, Classificazione internazionale tipo delle professioni, CITP-88, BIT, Ginevra..
La presente relazione non riguarda i servizi forniti dalle imprese di pulizie a organismi pubblici o privati o a imprese. Tale prima categoria di lavoratori è ovviamente dichiarata, gode dei diritti sociali ed è tutelata dalla normativa nazionale sul lavoro. Ci concentriamo perciò sulla seconda categoria che comprende i lavoratori non dichiarati, privi di sicurezza sociale o di un contratto di lavoro, che prestano il proprio servizio presso nuclei familiari, per alcune ore alla settimana. Infine, la terza categoria riguarda i collaboratori domestici dichiarati, muniti di un contratto di lavoro e occupati presso privati. La loro situazione sarà eventualmente menzionata nell’analisi concernente la seconda categoria.

3. Analisi della situazione in taluni Stati membri

Il nostro studio è limitato ai paesi seguenti: Francia, Belgio, Germania, Regno Unito, Italia e Portogallo. Esso non ha la pretesa di essere esaustivo, dato che la vostra relatrice ha scelto di descrivere unicamente le situazioni più specifiche e le soluzioni più innovative adottate in taluni paesi.

Francia

Secondo l’"Institut de retraite complémentaire des employés de maison" (IRCEM), i lavoratori di tale settore sarebbero aumentati da 467.000 nel 1991 a 837.000 nel 1997 e per il 90% si tratta di impieghi per collaboratrici domestiche. Tali lavoratori sono spesso mal retribuiti, hanno contratti di lavoro a tempo parziale e lavorano in condizioni precarie.

Per regolarizzare la situazione professionale di tale categoria e per far fronte agli inconvenienti rappresentati dalle inevitabili pratiche amministrative inerenti alla dichiarazione obbligatoria dei lavoratori, l’approccio innovativo è l’assegno servizio impiego. Istituito dall’art. 5 della legge quinquennale del 20 dicembre 1993 sull’occupazione, tale assegno è stato adottato in via sperimentale nel periodo fra il 1° dicembre 1994 e il 31 marzo 1996. In seguito è stato sostituito dall’art. L.129-2 del Codice del lavoro e inserito nella legge del 29 gennaio 1996 a favore dell’occupazione nell’ambito dei servizi ai privati.

L’assegno servizio impiego è una forma di pagamento per servizi forniti a domicilio e snellisce le formalità connesse con l’assunzione; non è nominativo e riguarda tutti i servizi a carattere familiare o domestico, a prescindere dalla loro durata, a condizione che siano prestati a domicilio di chi utilizza l’assegno. Esso riguarda gli infermieri a domicilio, i baby-sitter, le ripetizioni a studenti, i piccoli lavori di giardinaggio e le attività che rientrano nella Convenzione collettiva nazionale (settembre 1998) sul lavoro domestico.

Il lavoratore è perciò un salariato a tutti gli effetti e il salario (orario) che percepisce non può essere inferiore ai minimi stabiliti dalla legge, è tutelato dalle disposizioni del Codice del lavoro e gode di tutti i diritti sociali. Per il datore di lavoro, le formalità amministrative sono più semplici: il contratto di lavoro è eliminato (nel caso dei lavoratori che effettuano meno di otto ore lavorative e meno di quattro settimane di lavoro consecutive all’anno), egli non è tenuto a presentare la dichiarazione del datore di lavoro entro otto giorni, bollettini paga mensili, né a calcolare i contributi padronali e salariali. Il salario viene pagato mediante assegno, mentre il calcolo dei contributi dovuti viene effettuato dal CNTCES (Centre National de Traitement du Chèque Emploi Service) e i prelievi mensili sono automaticamente effettuati dall’ufficio che normalmente si occupa della contabilità del datore di lavoro. Quest’ultimo beneficia di uno sgravio fiscale pari al 50% dell’importo totale del salario e dei contributi sociali versati nel corso dell’anno, sino a un massimo di 45.000 FF. Nel 1996 sono state remunerate 50.328.422 ore lavorative mediante tale sistema che nel dicembre 1996 concerneva circa 220.000 salariati. Nel maggio 1997, i salariati erano 254.695, con un tasso di crescita continuo e regolare dell’ordine di 25.000 nuove adesioni al mese Risposte al Senato del ministro francese per l’occupazione e la solidarietà, 24 luglio 1997, n. 1628, pag. 2469.. I nuclei familiari possono beneficiare del medesimo sgravio fiscale, qualora ricorrano alle prestazioni di lavoratori di organismi abilitati a fornire servizi alle persone. Tale abilitazione, estesa nel 1992 alle associazioni senza scopo di lucro, è stata estesa alle imprese private nel 1996.

Belgio

Già nel 1987, creando le Agenzie locali per l’occupazione (in appresso ALE), il Belgio ha tentato di regolarizzare gli impieghi di carattere sociale per offrire ai disoccupati opportunità di lavoro, senza dover rinunciare all’indennità di disoccupazione. Le ALE consentono al disoccupato di restare in contatto con il mondo del lavoro, riciclandolo in occupazioni di carattere sociale, per prestazioni in precedenza fornite al nero da lavoratori senza un’occupazione. I disoccupati che si iscrivono volontariamente vengono altresì aiutati a trovare un’occupazione regolare.

Tale sistema ha riscosso un successo limitato e, dopo una riforma radicale, nel 1994 è stato esteso a tutti i comuni (legge del 30 marzo 1994). Tutti i disoccupati di lunga durata sono automaticamente iscritti presso le ALE. Dal 1° gennaio 2000 (legge del 7 aprile 1999), i disoccupati impiegati nel tale settore ottengono un contratto di lavoro specifico da parte dell’ALE.

I lavoratori ALE percepiscono 150 FB netti per ora lavorata, oltre all’indennità di disoccupazione, e possono lavorare per un massimo di 45 ore mensili presso privati, associazioni o autorità locali, nonché svolgere lavori a carattere stagionale presso agricoltori e orticoltori. Le attività prestate presso privati possono essere di natura diversa e comprendere servizi domestici, di baby-sitter, di infermiere a domicilio, di assistenza per sbrigare formalità amministrative e piccoli lavori di giardinaggio. I lavoratori sono pienamente tutelati dalla sicurezza sociale e beneficiano della relativa legislazione sul lavoro. Il datore di lavoro retribuisce il lavoratore tramite assegni ALE che gli costano fra i 200 e i 300 FB per un’ora di lavoro. In compenso, egli usufruisce di una riduzione dell’imposta sul reddito pari al 30-40% del valore degli assegni, fino a un massimo di 80.000 FB. Gli assegni ALE sono perciò meno costosi di un lavoratore non dichiarato. Le ALE sono altresì tenute a consacrare parte del loro bilancio alla formazione dei lavoratori.

Nel giugno 2000, 128.613 clienti era iscritti presso le ALE e 47.883 erano i lavoratori che avevano prestato la propria opera. Nel 1999 la media delle ore mensili effettuate da ogni lavoratore era di 29 e per il 75% si trattava di servizi domestici in un senso ampio.

A Charleroi e a Liegi è stato realizzato un progetto pilota per estendere l’utilizzo di assegni servizio impiego alle imprese del settore delle pulizie e a domicilio. All’origine del progetto è l’ASBL Sens (Solidarité Emploi Novateur de Services) con il sostegno del fondo John Cockerill e del Fondo sociale europeo. Nel novembre 1998 il progetto Sens è stato selezionato a seguito di una gara d’appalto indetta dal FES, dotato di 15 milioni di FB e varato il 28 gennaio 2000. Anche in tal caso, il privato si procura un libretto di assegni di 250 FB l’uno da scambiare con ore di lavoro. Il costo orario era di 900 FB e i restanti 650 FB erano coperti dalla Sens. Al lavoratore è riservata una formazione di una settimana.

Tale secondo progetto belga, comportante l’uso di assegni servizio impiego era inteso a creare posti di lavoro effettivi, obbligando le imprese di pulizie selezionate dal progetto ad assumere personale. In realtà, l’impresa è tenuta ad assumere il lavoratore a metà tempo, dopo che egli ha lavorato 19 ore settimanali per tre settimane consecutive.

Dopo tre mesi, nella sola regione di Liegi e di Charleroi erano stati emessi 410 assegni, 28 clienti avevano fatto ricorso a tale sistema, 8 persone avevano ricevuto una formazione ed erano stati creati 3 posti di lavoro.

Germania

Stando a stime risalenti al 1994, 2,8 milioni di nuclei familiari fanno regolarmente ricorso a servizi domestici, mentre sarebbero 1,4 milioni i nuclei che ne fanno ricorso in modo irregolare.

In Germania gli assegni servizio impiego sono stati istituiti nel 1997 e consentono sgravi fiscali a coloro che ricorrono a collaboratori domestici dichiarati e adeguatamente retribuiti. Per poter utilizzare gli assegni servizio impiego il datore di lavoro privato deve pagare la totalità dei relativi oneri sociali. Egli può quindi ottenere sgravi fiscali, a condizione che i salari pagati siano superiori a un certo limite e corrisposti per più di 10 ore settimanali. Lo sgravio fiscale è perciò proporzionale al reddito e favorisce i nuclei familiari più agiati con una maggiore domanda di servizi domestici. Sinora, solo alcune centinaia di persone hanno utilizzato tale sistema.

Un’esperienza che ha riscosso maggiore successo riguarda gli "uffici intermediari" che offrono vantaggi ad ambo le parti. Chi desidera fare ricorso a tale servizio, si rivolge agli uffici intermediari, responsabili dell’assunzione, del pagamento degli oneri sociali ed eventualmente della sostituzione del personale. Il lavoratore usufruisce delle medesime condizioni finanziarie di un salariato e di uno status di regolarità. E’ il caso di notare che, per il tramite dell’ufficio, i lavoratori hanno altresì la possibilità di restare in contatto con i propri colleghi, sfuggendo così all’isolamento sociale. Nel 199711 European Colloquium on news sources of employment, organizzato da FENI, EURO-FIET e dalla DG V, 9 e 10 ottobre 1997, pag. 28. in Germania funzionavano 15 uffici intermediari, cofinanziati dalle autorità pubbliche.

Regno Unito

La situazione inglese presenta una problematica diversa da quella degli altri paesi europei. Il salario minimo non è riconosciuto dal sistema inglese e la tutela sociale ha carattere universale. La lotta contro il lavoro nero concerne principalmente i lavoratori non autorizzati a usufruire dei vantaggi della sicurezza sociale, come l’indebita riscossione dell’indennità di disoccupazione, e di prestazioni per compensare i redditi poco elevati (income support). Le misure introdotte dal governo rispecchiano tale diversa problematica.

Il "Working Family Tax Credit", adottato nell’ottobre 1999, è una misura di lotta contro la povertà sotto forma di aiuto integrativo per le famiglie (1 o 2 genitori con figli) a basso reddito (3,60 sterline l’ora). Il WFTC contribuisce per metà al salario minimo di un collaboratore familiare con famiglia a carico. Il datore di lavoro continua perciò a versare l’importo abituale, mentre lo Stato contribuisce per la metà al salario di base.

Italia

In Italia lo status del collaboratore domestico è disciplinato dalla legge n. 339 del 2 aprile 1958 che stabilisce nei dettagli come debba essere redatto un contratto di lavoro, la malattia ha una copertura ridotta a carico delle famiglie e l’ indennità di maternità è erogata dal sistema pubblico sulla base del salario convenzionale. D’altronde, il sistema di contribuzione non è calcolato sul salario effettivo, ma su un salario convenzionale, con la conseguenza che i lavoratori percepiscano una pensione minima.
Per far fronte a tale problema, i contributi dovrebbero poter essere fiscalmente deducibili.
L’obiettivo della proposta di legge n. 4233 alla Camera e n. 2966 al Senato sull’imposta sul reddito sarebbe quello di riportare i collaboratori domestici allo stesso livello delle altre categorie di lavoratori; essa comporterebbe altresì l’estensione degli sgravi fiscali alle spese sostenute dai privati per i servizi di collaborazione domestica. I collaboratori domestici otterrebbero così un riconoscimento del diritto al congedo di malattia e il calcolo della pensione si baserebbe sul salario effettivamente percepito.

Sia i collaboratori domestici che lavorano presso privati che i dipendenti di imprese di pulizie sono coperti da un contratto collettivo nazionale firmato nel luglio 1996. Il contratto prevede tre categorie di lavoratori, a seconda delle competenze richieste. Nella prima categoria rientrano i lavori che consentono un’ampia autonomia e richiedono una responsabilità notevole, nonché un’elevata competenza professionale (governante, infermiera o capocuoco). La seconda categoria comprende lavori a carattere familiare che richiedono una competenza professionale specifica (baby-sitter, cameriera o portinaio). Infine, la terza categoria comprende i lavori manuali o di fatica, come le pulizie o l’aiuto cucina.

Portogallo

In Portogallo la legge del 24 ottobre 1992 comporta un regime giuridico per i collaboratori domestici. Si tratta del primo tentativo di regolare una professione che non si è evoluta, nonostante i profondi cambiamenti che hanno interessato la maggior parte dei contratti di lavoro. Era perciò necessario regolare il settore, alla luce del migliorato tenore di vita e dell’evoluzione dei rapporti di lavoro, ma soprattutto della vetustà delle disposizioni dell’antico codice civile del 1867 a cui sottostava ancora tale tipo di contratto.

La nuova legge del 1992 riconosce la natura specifica di tale lavoro, che richiede un forte rapporto di fiducia, e stabilisce norme diverse da quelle a cui sono subordinati gli altri contratti di lavoro. L’articolo 2 definisce la collaborazione domestica mediante un lungo elenco di varie mansioni che il lavoratore può essere tenuto a compiere nel quadro del contratto; sono quindi minuziosamente regolati tutti i casi possibili, ad esempio l’interruzione del contratto, il congedo di malattia, i congedi di maternità, quelli retribuiti, gli infortuni, il periodo di prova, affinché nessuna delle parti sia lesa.

4. Proposte concrete

Tre sono le considerazioni principali che si possono evincere da quanto precede. Innanzitutto, la consistenza della domanda di servizi di collaborazione domestica, forniti da cittadini comunitari o extracomunitari. La molteplicità delle situazioni in cui tale lavoro viene svolto è prova della necessità di regolarizzare il mercato e le condizioni dei lavoratori. A tal fine è essenziale riconoscere a livello comunitario tale forma di lavoro come una professione.

Si deve in secondo luogo constatare il grado di irregolarità a cui tale categoria di lavoratori è confrontata e a cui nessun’altra professione si presta altrettanto bene. I vari approcci adottati negli Stati membri sono prova di una presa di coscienza dinanzi a tale problema. Si tratta solo di un inizio, soprattutto di fronte all’aumento dell’emigrazione verso l’Europa e dell’ampiezza dell’offerta di manodopera al nero che ne farà seguito.

Un’ultima considerazione: la domanda di servizi di collaborazione domestica da parte dei nuclei familiari è in aumento e continuerà ad aumentare. Tuttavia, si tratta di una domanda a cui è impossibile far fronte, dato che nessuno è disposto a pagare tali prestazioni al prezzo di costo o, in altre parole, a remunerare tale manodopera in condizioni di regolarità.

In conclusione, visto il mancato profitto per gli Stati e la percentuale estremamente elevata di collaboratori domestici che lavorano al nero, tale settore merita una grande attenzione. Le due serie di misure proposte consistono innanzitutto nel ridurre l’attrattiva del mercato nero, da un lato, e nell’aumentare il rischio di sanzioni, dall’altro. In realtà, mentre taluni Stati membri hanno optato per il finanziamento dei contributi sociali, tramite assegni servizio impiego, altri hanno invece intensificato i controlli e appesantito le sanzioni.

5. I collaboratori domestici immigrati

La presente relazione sarebbe incompleta se non menzionasse le numerose donne immigrate occupate in tale settore, in condizioni di irregolarità e spesso vittime di condizioni di lavoro estremamente dure e ingiuste. Dinanzi a tale nuova manodopera, sempre più numerosa e meno costosa, è fuor di dubbio che qualsiasi tentativo di regolarizzare a livello europeo tale settore deve tenere conto anche di questa nuova realtà.

La situazione di irregolarità in cui tale lavoro è effettuato fa ovviamente sì che il fenomeno sia estremamente difficile da dimostrare. Detto ciò, è indubbio che la collaborazione domestica presso privati rappresenta uno dei principali settori di occupazione delle donne immigrate o di recente giunte in Europa.

In Italia questo settore è disciplinato da una convenzione collettiva e i dati della Filcams-CGIL (sindacato dei lavoratori) dimostrano che su un milione di collaboratori domestici, 480.000 sono immigrati. Nel 1995 i permessi di lavoro rilasciati erano per un terzo permessi rilasciati a collaboratori domestici. Stando a uno studio effettuato nel 1997 Anderson, B. and Phizacklea, A. (1997) "Migrant Domestic Workers: A European Perspective", Relazione alla DG V della Commissione europea, pag. 52-54. a Barcellona, i cittadini filippini erano 15.000 e per quasi la totalità occupati in tale settore. Dei 7.000 cittadini della Repubblica Dominicana immigrati in Spagna, l’85% sono donne occupate in servizi di collaborazione domestica. In Francia, tale attività rappresenta un’importante fonte di occupazione per le donne: un’indagine dimostra che già nel 1984 circa il 53,8% dei lavoratori immigrati in posizione irregolare erano collaboratori domestici Marie, C.V. (1984) "De la clandestinité à l’insertion professionelle régulière", in Travail et Emploi, n. 22, dicembre 1984, pag. 21-29..

Malgrado le sue proporzioni, tale fenomeno resta spesso invisibile e ignorato. Nel 1997, uno studio richiesto dalla Commissione europea e effettuato in varie città europee ha messo in luce l’ampiezza degli abusi di cui sono vittime le collaboratrici domestiche immigrate. Al fatto che il lavoro domestico è spesso sottovalutato e non è considerato alla stregua di un lavoro effettivo, occorre aggiungere i problemi legati al razzismo e alla situazione di dipendenza dovuti alle condizioni di irregolarità. I datori di lavoro sono spesso in posizione di forza e sfruttano i propri dipendenti. Le condizioni di vita e di lavoro di tali lavoratori dipendono molto dal fatto che risiedano o meno presso il datore di lavoro.

I dati raccolti in varie città d’Europa dimostrano che, oltre ad essere sfruttate al lavoro (remunerazioni molto basse, o addirittura inesistenti, e lunghe giornate lavorative), le collaboratrici domestiche immigrate sono quotidianamente confrontate alla violenza e spesso vittime di molestie sessuali "Doing the Dirty Work? The Global Policy of Domestic Labour" B. Andersson, University of Warvick, gennaio 2000.. Tale forma di abuso rimane generalmente impunita, le immigrate sono infatti completamente isolate e i loro datori di lavoro in posizione di forza, dato che spesso si tratta di immigrate clandestine. Le lavoratrici munite di un permesso di lavoro sono giuridicamente obbligate a risiedere presso il loro datore di lavoro, dal quale dipende altresì il rinnovo del permesso di soggiorno. Rinunciare a condizioni di lavoro abusive significa il più delle volte essere espulse immediatamente.

Le condizioni di lavoro dipendono pertanto dallo status legale dei lavoratori. Gli immigrati in condizioni di irregolarità sono generalmente remunerati di meno e lavorano di più, dato che per lo più risiedono presso il nucleo familiare e sono costretti a giornate di lavoro senza pausa, fino a tarda notte. I lavoratori che dispongono di un permesso di lavoro sono invece spesso vittime di ricatti legati al rinnovo del permesso.