“Intervento” Il diritto alla contrattazione deve fare i conti con la concorrenza

26/01/2001

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Venerdì 26 Gennaio 2001
italia – lavoro
—pag—15

Il diritto alla contrattazione deve fare i conti con la concorrenza

di Raffaele Delvecchio*

«Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur»: mi è tornato in mente quest’antico modo di dire, che anni or sono causò una simpatica disputa fra il Cardinale arcivescovo di Palermo e il professor Mortillaro, riflettendo sui pochi ma qualificati interventi di dottrina giuridica su una sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee (caso "Albany", 21 settembre 1999).

Un’azienda olandese (Albany) aveva chiesto l’esonero dall’iscrizione al fondo previdenziale integrativo istituito dal proprio contratto collettivo di categoria; essa, infatti, garantiva ai propri dipendenti un trattamento migliore rispetto a quello contrattuale, grazie a una polizza stipulata con una compagnia di assicurazioni. Negato l’esonero nel 1989, la vertenza è approdata alla Corte di giustizia per presunto contrasto con le norme del Trattato poste a garanzia della libertà di concorrenza delle clausole del contratto collettivo di lavoro che avevano istituito il fondo integrativo. La Corte ha stabilito che l’attribuzione all’autonomia collettiva di esclusiva in tema di pensione integrativa «non viola la disciplina della concorrenza… quando l’unicità della gestione e l’obbligatorietà erga omnes dell’iscrizione siano indispensabili per realizzare le finalità sociali e solidaristiche perseguite mediante il contratto collettivo».

La novità della decisione, secondo quanto affermato dai pochi studiosi attenti al problema (Di Via, Ichino e Pallini), consiste nel fatto che i giudici europei non hanno eluso il problema e, nel salvaguardare l’ambito operativo dell’autonomia collettiva, hanno incominciato a circoscriverne i limiti, fissando le condizioni nel rispetto delle quali essa prevale rispetto alla sfera giuridica della concorrenza. L’autonomia collettiva cioè non può essere salvaguardata in assoluto.

Siamo solo agli inizi di un iter interpretativo che, come ha rilevato in particolare Di Via, non ha prodotto esiti ancora soddisfacenti neppure negli Stati Uniti, Paese nel quale il dibattito sull’incrocio tra le due discipline è molto più avanzato di quello europeo.

L’incrocio fra diritto del lavoro e diritto della concorrenza presenta aspetti interessanti e suscettibili di sviluppo anche per il nostro ordinamento: basti pensare alle clausole dei contratti collettivi che limitano il ricorso ad appalti di servizi o al rapporto fra rappresentati e rappresentanti, oggetto di un tentativo di normazione che si giocherà, se si giocherà, in quest’ultimo scorcio di legislatura.

Tutti questi elementi inducono a una considerazione di fondo. Quella secondo la quale il confronto fra le due aree va preso per quello che è, esattamente come ha fatto la Corte di giustizia non eludendo il problema. Bisognerà misurarsi di nuovo con temi e ostacoli che sembravano superati e che oggi, se riproposti secondo gli schemi passati, inducono a leggere e interpretare come aprioristiche le impostazioni che vi fanno perno. Come riconosce Ichino, il quale attribuisce alla dottrina continentale e, a quella francese in particolare, l’impostazione «di snobbare il dibattito degli economisti sulla giustificazione razionale del diritto del lavoro e del diritto sindacale».

«Certo tutto prima era così semplice!», come scrisse Capograssi tanti anni fa. Ma non bisogna dimenticare che il diritto del lavoro deve la sua nascita proprio alla capacità degli interpreti che tra la fine dell’800 e l’inizio del ’900 seppero svincolare il contratto di lavoro dalla locazione, secondo l’interpretazione data da Carnelutti.

*Docente Luiss