Intervento I. Corraini Convegno FILCAMS – FILTEA 21/11/2006

CONVEGNO FILCAMS CGIL – FILTEA CGIL 21 novembre 2006
"La filiera innovativa della moda italiana produzione-distribuzione: sinergie di processo, prodotto e competitivita’ internazionale"

Intervento di Ivano Corraini, Segretario generale FILCAMS CGIL

Ringrazio anch’io, doverosamente tutti coloro che hanno collaborato per il successo di questa iniziativa, a partire dal dott. Ricchetti per il risultato eccellente della sua ricerca che gli avevamo richiesto e che ci ha illustrato qualche minuto fa.

Il risultato lo apprezziamo per la profondità dell’analisi e per i notevoli spunti di riflessione che ci offre.
Spunti, non per una discussione accademica su temi indubbiamente interessanti, ma per quanto mi riguarda, riflessioni utili al fine di un riposizionamento del ruolo di un sindacato di categoria sui temi complessi dello sviluppo dell’apparato produttivo e della sfida oggi aperta sui mercati mettendo a fuoco, in particolare, il rapporto, non nuovo in verità, tra produzione e distribuzione, un rapporto antico che si arricchisce di nuove tematiche.

E d’altro canto spunti di riflessione per un altrettanto riposizionamento nel fare il nostro mestiere più proprio, quello di negoziatori delle condizioni di lavoro avendo a mente, però, uno scenario molto diverso rispetto al passato.

Scenario che ci obbliga a riflettere in termini strategici nuovi, non ancora compiutamente definiti.
È per queste ragioni che diventa preziosa la partecipazione al convegno di rappresentanti delle associazioni imprenditoriali, delle istituzioni e dei consumatori che ringraziamo per l’attenzione che dimostrano a queste tematiche.

Vedete, che ci sia un rapporto tra produzione e distribuzione lo si sa fin dai tempi del baratto.
Che sulla filiera produzione – distribuzione si siano scritti volumi e realizzati convegni innumerevoli è altrettanto vero, ma questa è la prima volta che due sindacati di categoria, la Filcams che su occupa di distribuzione e la Filtea che si occupa di produzione tessile e abbigliamento decidono di riflettere, assieme e pubblicamente, su questo importante snodo che da il titolo al convegno invitando a farlo anche controparti, istituzioni e rappresentanti dei consumatori.

La ragione principale che ci ha spinto a farlo, va ricercata rispetto l’analisi che svolgiamo dei cambiamenti strutturali nei nostri rispettivi settori e dei rapporti nuovi che si instaurano tra produzione e distribuzione e delle ricadute spesso nefaste che si registrano in tema di diritti di chi lavora non solo nei nuovi paesi produttori, ma anche in casa nostra, nel nostro paese.

Valeria, nella sua comunicazione, metterà l’accento, come è ovvio, sul mondo della produzione ed io, come è altrettanto ovvio, svolgerò alcune considerazioni a partire dal mondo della distribuzione.

La prima considerazione parte dal rilevare come il sistema distributivo oggi, per effetto delle profonde trasformazioni di cui è stato protagonista negli ultimi 10 anni, non solo in termine di formule commerciali, tipologie distributive ma, soprattutto in termini di processi di concentrazione, sta semplificando molto la geografia delle imprese commerciali che operano in campo mondiale.
Questo processo è avvenuto e continua anche in Italia seppur con risultati inferiori che negli altri paesi europei.

Come è noto, in Italia lo sviluppo della distribuzione organizzata ha visto crescere in modo esponenziale, centri commerciali, ipermercati, catene specializzate, senza per questo saturare il mercato come è avvenuto per alcuni paesi europei, la Francia ad esempio e, contemporaneamente si è ridotto il numero delle imprese che controllano il mercato.

Quello che voglio sottolineare, e che mi interessa per sviluppare alcune riflessioni, è come le imprese commerciali che oggi presidiano il mercato, per la capillarità della loro presenza sui territori europei e mondiale, per i volumi trattati, non solo condizionano il settore produttivo ma, in alcuni casi ne stabiliscono i contenuti intrinseci dei prodotti, scandiscono tempi della produzione, dei processi produttivi e della logistica. In una parola dettano le regole alla produzione.

Imprese che come Wal-Mart hanno un milione e mezzo di dipendenti e 250 miliardi di euro di fatturato annuo non condizionano la produzione, la modellano a loro piacimento, o, meglio, secondo la loro visione del bussines.

Le imprese che operano da noi, Carrefour, Metro, Auchan, non sono a questo livello, ma sono multinazionali che nel mondo determinano o, per essere moderati, indirizzano scelte produttive a seconda della loro visione degli affari.

Una seconda considerazione, come premessa, riguarda il fatto che il processo di riorganizzazione e concentrazione della distribuzione in Italia, con prevalenza nell’ alimentare, nei prodotti per la casa e i beni durevoli di largo consumo, oggi, se si fa eccezione per il mondo della cooperazione di consumo, è condotto da imprese commerciali straniere, in prevalenza francesi che inevitabilmente promuovono, in parte, la produzione dei paesi di origine.

Lo stesso comparto “moda”, per dirlo con un termine caro ai miei amici della Filtea, che negli anni ha avuto una sua evoluzione caratteristica diversa dalla distribuzione generalista puntando sul presidio di alcune aree commerciali di centro città, su catene di negozi a marchio industriale, o di insegne commerciali, oggi si misurano rispetto ad una evoluzione che vede l’affermazione degli outolet, “centri commerciali veri e propri di capi firmati che erano di moda l’anno prima, ma soprattutto si dovranno misurare con una distribuzione moderna per segmento medio, medio – alto come Zara, anch’essa impresa non italiana. Impresa che, a mio parere, rappresenta una tipologia commerciale temibile concorrente per le imprese tradizionali italiane che presidiano questa parte del mercato della moda come La rinascente e Coin.

Come successiva e conclusiva considerazione voglio rilevare come il presidio del mercato per i prodotti tessile ed abbigliamento per un segmento medio basso, affidato alla distribuzione organizzata specializzata e ai centri commerciali generalisti viene alimentato in tanta parte dalla produzione che si sviluppa all’estero: medioriente, paesi dell’est, africa, ma anche nel nostro paese, ove però la costante comune delle condizioni di lavoro sta nella mancanza di diritti e, alle volte, anche di quelli più elementari.

Da questo quadro sintetico e succinto, dalla nostra esperienza sindacale, ne ricaviamo che le imprese commerciali che hanno assunto come indicatore assoluto del proprio successo la competizione tout court sulla convenienza del prezzo e della presenza diffusa sul territorio, hanno strozzato imprese produttrici generando evidenti problemi rilevanti nel lavoro sia nelle imprese produttrici che tra i propri dipendenti.

Caso emblematico, davvero, è quello di Wal-Mart che, come è risaputo, non sopporta la presenza del sindacato nell’impresa, nemmeno quello giallo, piuttosto chiude o se ne va come ne è stato per la sua esperienza in Germania.
Ma quello che è rilevante e che voglio mettere in luce, proprio per il suo valore paradigmatico è che oggi i nuovi investimenti di questa impresa, anche nel suo territorio di origine, gli Stati Uniti, solleva reazioni negative fra la popolazione in quanto questi investimenti anziché risultare un traino per lo sviluppo deprimono l’economia di quel territorio.

La deprimono costringendo le imprese produttive a condizioni capestro per rispettare le condizioni di costo imposte e traguardano le condizioni di lavoro di quell’area, per l’insieme delle attività, alle basse condizioni adottate per i propri addetti ricavandone reazioni sociali ostili consistenti.
Di tutto ciò l’impresa comincia a risentirne negativamente anche in termine di riduzione di fatturato.

Ciò significa che anche per una impresa commerciale, rispetto al modo con cui si pone in rapporto alla produzione, alla economia di un territorio e nei confronti dei diritti dei lavoratori, esiste una sua responsabilità che va oltre alla sua missione di vendere un prodotto in termini competitivi.

La responsabilità che un’impresa assume nei confronti dell’ambiente, nei confronti dell’economia del territorio e dei diritti dei lavoratori per la sua sostenibilità sociale non è solo un affare delle imprese produttrici. Essa è una questione che riguarda anche le imprese della distribuzione, ne può limitare lo sviluppo o, a seconda dell’impostazione, può diventare essa stessa un fattore di successo nella competizione.

Prima descrivevo un contenuto del processo di trasformazione della rete distributiva nel nostro paese e rilevavo come esso, condotto dalle grandi imprese della distribuzione straniera, con la sola eccezione della cooperazione e di qualche altra impresa italiana ancora in bilico rispetto ai suoi destini, ha aperto problemi considerevoli con il sistema produttivo italiano e contemporaneamente, a ciò, sul piano squisitamente sindacale ha rimesso in discussione tutto un consolidato di relazioni sindacali e di diritti realizzato con la contrattazione in trent’anni.

A mio parere questi sono due facce diverse di un unico problema.

Non voglio che detto in modo così asciutto appaia una forzatura, o, peggio, strumentale e quindi voglio spendere qualche parola in più.

Vedete, alle imprese straniere che con le loro acquisizioni hanno portato sul mercato alcuni prodotti stranieri e una impostazione delle relazioni sindacali che le era propria, perché consolidata nel proprio paese, noi abbiamo risposto come meglio abbiamo potuto difendendo il sistema delle relazioni sindacali consolidato da noi, riuscendoci in buona parte e, ovviamente, non dicendo nulla, sul piano negoziale, in merito ai prodotti commercializzati.

Qui non si poteva invocare una difesa della italianità dei prodotti commercializzati in termini protezionistici perché ciò avrebbe rasentato il ridicolo, in un mercato globale.

Ciò non toglie però che il problema ci sia e che abbia bisogno di un comun denominatore per essere affrontato. Un terreno comune, sia per l’impresa che per il sindacato, un terreno che con il nazionalismo non ha nulla a che vedere e che, anzi, fa del superamento delle realtà nazionali la sua forza.
Questo vale per le imprese multinazionali e per quelle locali che si misurano in un mercato globale, come vale per un sindacato che fa della difesa dei diritti dei lavoratori la sua missione indipendentemente del paese in cui essi lavorano.

Il minimo comun denominatore per il sindacato e per l’impresa è l’assunzione della responsabilità sociale nei confronti della economia in cui si opera, del rispetto dei diritti di chi lavora nella produzione come nella commercializzazione del prodotto, dell’ambiente in cui si produce e poi si vende.

Questo minimo comun denominatore consiste nella qualità del prodotto così complessivamente definita, sia per il suo valore materiale che per i contenuti etici che esprime e ne fa punto di riferimento sia per chi fa impresa che per il sindacato che si misura sulle condizioni di lavoro e sui diritti.

Questo, a mio parere è l’orizzonte strategico nuovo dentro il quale il sistema di relazioni sindacali, anche quello consolidato e conosciuto, viene rimodulato, rideclinato in un nuovo modello contrattuale che si configura per i contenuti che esprime e non per la forma e prende le mosse da una assunzione comune di valori senza nazionalità.

Così pure l’eventuale riflessione sul prodotto commercializzato non parte dalla sua origine, se è nazionale o straniera, bensì dai contenuti etici complessivi che esso esprime e su quello lo si valuta.

In questa senso la conoscenza del percorso del prodotto, in tutta la filiera, dalla produzione alla trasformazione fino alla commercializzazione da parte dei soggetti sociali che interagiscono fino al consumatore finale è la precondizione per impostare una competizione sul mercato fondata su nuovi valori su cui vale la pena spendersi.

La ricerca presentata, che focalizza il rapporto tra produzione e commercializzazione nella filiera della moda, mette in luce chiaramente come la componente immateriale del valore del prodotto si componga si di valori simbolici estetici, culturali, ma anche di valori etici, valori che vengono trasmessi e comunicati dalla rete distributiva.

Oggi molti affermano che siamo di fronte ad un mutamento del mercato soprattutto nei paesi occidentali.
C’è una sensibilità verso i grandi valori, non solo la salubrità e difesa dell’ambiente ma, anche, delle relazioni sociali e, in esse, di quello che capita nel mondo del lavoro.

Una impresa commerciale che può ragionevolmente offrire un prodotto di qualità ad a un prezzo conveniente, ma che può anche fregiarsi non solo di rispettare contratti e diritti dei suoi lavoratori, ma di saper svolgere anche una azione positiva rispetto ai diritti dei lavoratori delle imprese produttrici con le quali viene in relazione contrattuale, – oggi, sul mercato,- può sperare di avere a una marcia in più nella competizione.

Lo possiamo dedurre in negativo dal calo del fatturato che ne hanno le catene di distribuzione a fronte di campagne di boicottaggio contro il lavoro nero e soprattutto il lavoro minorile. Come lo possiamo verificare dal peso che anche oggi, nel nostro mercato, ha la componente della qualità del prodotto offerto, ma anche della qualità di servizio prestato.

Qualità del servizio fatto di tante componenti prime fra tutte la comunicazione al consumatore del valore immateriale del prodotto.

Per me è fortemente indicativo di questo comportamento il fatto che in una fase di crisi economica, di stagnazione dei consumi, che dura ormai da qualche anno per effetto della riduzione della capacità di spesa delle famiglie e che per la prima volta coinvolge tutti i prodotti, da quelli di generale e largo consumo a quelli alimentare e non solo quelli che “possono attendere” nelle intenzioni di spesa degli italiani.

Ebbene, in questo contesto, non abbiamo registrato un incremento considerevole delle tipologie commerciali quali i discount. Essi sono incrementati, è vero, ma non tanto da farli uscire da una loro marginalità rispetto alle altre tipologie commerciali, o quanto meno tale da avvicinarli alle grandezze medie europee.

È vero che la distribuzione organizzata ha contenuto i prezzi riducendo i margini, ma è altrettanto vero che il consumatore italiano oltre al prezzo è molto attento alla qualità e alle componenti immateriali della qualità quali il servizio e la comunicazione delle caratteristiche del prodotto.

Io non voglio stressare più di tanto il concetto affermando che c’è stata attenzione al valore etico del prodotto, questo no, non me la sento di affermarlo, come invece, però, mi sento di affermare che nelle scelte del consumatore non ha fatto premio esclusivamente il prezzo e la qualità materiale del prodotto.

Questa attenzione da parte del consumatore la si ha sia quando esso si rivolge a prodotti di alta qualità e quindi di prezzo elevato sia quando si rivolge a fasce di prezzo e di qualità inferiore anche perché, è dimostrato, spesso è lo stesso identico consumatore che si rivolge a segmenti di mercato differenti confermando il carattere “nomade” del consumatore occidentale, come direbbero i ricercatori.

Questo è un terreno di riflessione, per alcuni versi nuovo che io mi sento di rivolgere ai miei interlocutori, diciamo così, istituzionali, ovvero un terreno nel quale la competizione sui mercati, senza prescindere dalla tematica dei costi, si sviluppi sul tema della qualità e della eticità del prodotto offerto in quanto, essa, contiene la affermazione di valori e diritti.

E, questo, riconoscendo che non solo esiste un mercato in grado di raccogliere il messaggio, ma che ciò può risultare il valore aggiunto per vincere la competizione.

La scelta è di natura strategica in quanto ciò non vuol dire, e già non è poco, lo ammetto, escludere dal circuito, dalla filiera, luoghi di produzione in cui il lavoro minorile, perfino infantile, è la pratica riconosciuta, e dove lo scempio dell’ambiente, la sicurezza non rispettata, sono la condizione per un vantaggio competitivo sui costi.

Ciò vuol dire riconoscere il valore del rispetto delle regole e in primo luogo di quelle che stabiliscono le condizioni di lavoro definite contrattualmente.

Vuol dire riconoscere il sistema delle relazioni sindacali come una componente positiva essenziale che, se traguardato a forti obiettivi, può affrontare e ragionevolmente risolvere esigenze di organizzazione della produzione come della distribuzione in cui la precarietà nel lavoro diventa davvero, come è, sinonimo di inefficienza produttiva e dove l’assenza o la riduzione dei diritti diventa nemico della qualità del lavoro e del prodotto.

Scegliere questo terreno significa fare una scelta di campo definitiva contro il lavoro nero e tutto il contesto che esso alimenta.
Per battere il lavoro nero non sono sufficienti leggi nuove, una repressione più inflessibile, incentivi e percorsi di sostegno per l’emersione, occorre una strategia più generale delle imprese e delle forze sociali che, paradossalmente rispetto ai luoghi, purtroppo comuni, renda il lavoro nero meno competitivo sul mercato, perché, altrimenti, vince lui, magari con pii difficoltà e in maniera meno opprimente, ma vince lui.

Scegliere questo terreno significa compiere uno sforzo per dare una risposta in positivo alla concorrenza che ci viene dai mercati diversi dal nostro senza ricorre a semplicistiche protezioni nazionali come azioni di difesa, ma assumendo un terreno strategico nuovo in cui tutti possono concorrere sia per quanto attiene il sistema distributivo che, credo, produttivo.

Se questo è un terreno utile e lo conveniamo è necessario che i due mondi, quello della produzione e quello della distribuzione comunichino tra di loro senza che ciò rappresenti una invasione di campo e, la comunicazione, si sviluppi attraverso le associazioni maggiormente rappresentative sia del mondo sindacale che di quello imprenditoriale.

Il convegno di oggi è un esempio che io ritenga non debba rimanere isolato.

I passi successivi vanno ricercati assieme e le sinergie pure.

Io mi permetto di suggerirne una soltanto.

Problematiche di questo tipo per avere soluzioni con una qualche probabilità di successo devono permeare le strutture organizzative ai vari livelli anche perché le soluzioni di merito sono complesse e tutte da ricercare, vorrei dire, da inventare in tempi medio lunghi. Perché ciò avvenga la componente formativa è determinante.

Ricercare una sinergia tra i fondi per la formazione a cui fanno capo le aziende della distribuzione e le imprese della produzione su una serie di progetti comuni che abbiano al centro queste tematiche può essere un primo impegno su cui misurarsi.