Intervento F. Martini Manifestazione Nazionale Terziario, Distribuzione e Servizi, 15/11/2008

Manifestazione Nazionale Terziario, Distribuzione e Servizi, 15 novembre 2008

Intervento Franco Martini, Segretario generale FILCAMS CGIL

Voglio prima di tutto ringraziarvi a nome della segreteria Nazionale della Filcams per essere venuti in tanti oggi a Roma. Per molti di voi è stato un viaggio faticoso, ma avete voluto compiere questo sforzo per rappresentare a tutto il Paese le ragioni che hanno portato il nostro sindacato a promuovere questa giornata di lotta.

Siamo qui per spiegare ancora una volta le ragioni per le quali non abbiamo condiviso l’intesa separata che Confcommercio e Confesercenti hanno siglato con Cisl e Uil di categoria e per ribadire che nei prossimi giorni e nelle prossime settimane continueremo a batterci per evitare che quell’accordo separato possa peggiorare le condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori del settore nelle singole aziende della distribuzione, grandi o piccole che siano.

Non è come si è detto in questi giorni, che non abbiamo firmato perché “facciamo politica”, perché strumentalizziamo le vicende sindacali per fare opposizione politica a questo Governo. NO, noi non abbiamo firmato quell’accordo per motivi esclusivamente sindacali, perché è un accordo che non migliora le condizioni dei lavoratori, come dovrebbe fare un contratto di lavoro rinnovato, anzi, le rende più difficili, le peggiora in alcuni punti importanti.

Ci è stato spiegato in queste settimane che un sindacato vero, che ha a cuore gli interessi dei lavoratori, è quello che fa gli accordi. E’ vero, questa è anche la nostra opinione. Infatti, per tutta la lunga nostra storia sindacale abbiamo fatto accordi, abbiamo sempre ricercato le soluzioni che potessero portare risultati favorevoli alle lavoratrici ed ai lavoratori. Ma questo non può significare che gli accordi si sottoscrivono a prescindere da quello che c’è scritto, indipendentemente dal loro contenuto. E, soprattutto, non può significare accettare i ricatti delle controparti, come è avvenuto in questo caso. Per 19, lunghi mesi Confcommercio e Confesercenti hanno tenuto al palo la trattativa per il rinnovo del Ccnl, con l’obiettivo di scardinare importanti punti del precedente Ccnl. Per 19, lunghi mesi i salari e gli stipendi delle nostre lavoratrici e dei nostri lavoratori sono rimasti bloccati nel loro potere d’acquisto per questa pretesa delle controparti, per poi essere sottoposti al ricatto di una contrapposizione tra il loro possibile aumento e i diritti, che si chiedevano in cambio. Nella nostra cultura sindacale, nel nostro modo di fare sindacato vi è certamente la scelta di fare gli accordi, ma mai in cambio dei diritti, che rendono possibile contrattare la condizione concreta di chi lavora.

Ci hanno fatto passare per quelli che non hanno firmato un Ccnl, perché non abbiamo condiviso la norma sull’apprendistato. A parte la singolarità di questa osservazione, come se gli apprendisti non fossero lavoratori che meritano lo stesso rispetto di tutti gli altri! Anzi, proprio per il fatto di essere giovani, di vivere il loro primo impatto con il mondo del lavoro, di essere per questo oggettivamente più deboli delle lavoratrici e dei lavoratori più stabilmente occupati da tempo, meriterebbero più attenzione, maggiori tutele, meriterebbero che i loro diritti fossero ancor più rispettati, a partire da quelli alla sicurezza ed alla formazione.
Ed invece No, anche loro debbono pagare un prezzo supplementare, oltre a quello già imposto dalle norme contrattuali e legislative, che prevedono periodi certo non brevi di permanenza nella categoria degli apprendisti, per imparare il mestiere: pensate, fino a quattro anni per imparare a fare la commessa…!! E’ ovvio che questa stranezza si spiega solo per poter risparmiare sui contributi versati dalle imprese.
E come se non bastasse, Confcommercio e Confesercenti hanno preteso di risparmiare anche sulle 72 ore di permessi individuali annui di cui gli apprendisti hanno diritto, come tutti gli altri dipendenti del settore. Quella ragazza o quel ragazzo che verranno assunti con un contratto di apprendistato per 2-3-4 anni, secondo l’accordo separato per la prima metà del periodo di durata del loro contratto non potranno godere neanche di un’ora di permesso individuale. Tutti gli altri SI, loro NO! Ma perché? Come può spiegarsi una cosa che non ha né capo, né coda, che ha poco a che fare con la logica ed il buon senso?! Si può spiegare in un modo solo: quello di risparmiare qualche euro in più e di guadagnare qualche margine di produttività in più sugli ultimi arrivati, su coloro per i quali dovrebbe essere privilegiata l’attività dell’apprendimento, attraverso una vera formazione.

C’è poco da ironizzare –dunque- su questo problema, perché parla di una modo vecchio di fare impresa, quello di insistere sulla debolezza del fattore lavoro, in un settore dove già la precarietà del lavoro rappresenta uno dei tratti peculiari delle attività lavorative.

Ma le ragioni per le quali non abbiamo firmato l’accordo di rinnovo del Ccnl sono anche altre e lo avete spiegato bene, voi, in tutte le assemblee che avete fatto in questi mesi e sono proprio quelle per le quali le controparti hanno tenuto bloccato per 19 mesi il negoziato: la norma che di fatto rende obbligatorio il lavoro domenicale.
Vedete, anche qui si è tentato di minimizzare la questione, facendoci passare per gente antiquata, che non sa guardare al mondo, che non sa capire quali sono i nuovi bisogni dei lavoratori del settore e dei consumatori. Ci hanno dipinti come coloro che hanno un’avversione pregiudiziale al lavoro domenicale, roba che se lo sapesse il Ministro Brunetta….
Ma come se non bastasse, ieri sera abbiamo appreso da una agenzia Ansa che il responsabile delle relazioni sindacali di Confcommercio si è dichiarato molto amareggiato per questa deriva estremista della Filcams, rappresentata dallo sciopero “inutile” che noi avremmo dichiarato, una cosa fuori dal tempo (ve la immaginate voi, la Filcams, un soggetto estremista, quasi sovversivo…). Vi confesso che mentre tornavo a casa mi chiedevo se veramente ci stavamo caratterizzando come un popolo di giapponesi persi nella giungla, mentre tutto intorno il mondo cambiava. Se non che, il caso vuole che durante l’ascolto del Tg2 (la cui redazione notoriamente non è diretta da nostri “amici”) manda in onda un servizio sul lavoro domenicale nel commercio, nei principali paesi dell’Europa (sembrava fatto apposta!). Sapete cosa abbiamo scoperto? Che nei principali paesi dell’Europa la domenica i negozi sono chiusi! Che le persone intervistate, anche quelle che non sarebbero state dispiaciute di poter fare shopping la domenica, hanno dichiarato che nessun vantaggio economico potrebbe mai compensare la perdita della “libertà domenicale”, perché la domenica è più importante fare altre cose, stare in famiglia, coltivare gli affetti. Ma la cosa più sensazionale che abbiamo scoperto è che il Presidente Francese, quel noto comunista sovversivo di Sarkozi, riflettendo sulla necessità di pensare ad una legge un po’ più permissiva, si è preoccupato di chiarire che, in ogni caso, deve essere salvaguardata la volontarietà della prestazione lavorativa domenicale! Vi confesso che sono rimasto allibito e mi sono chiesto se veramente i giapponesi siamo noi o, piuttosto, c’è qualcuno che vuole farci passare per fessi! Non ci si può chiedere di essere europei quando fa comodo e quando, invece, l’Europa non ci fa comodo tornare ad essere una provincia del mondo, capace sola di coltivare interessi di bottega!

La verità è che noi non siamo mai stati contrari al lavoro domenicale, né avremmo potuto esserlo, dato che già leggi e contratto lo prevedono da anni. Il bello è che altri lo erano, legittimamente, però ad un certo punto hanno fatto altre scelte, di segno opposto, anche queste legittime, per quanto poco comprensibili. Non si può dire –però- che se altri cambiano opinione è perché fanno scelte responsabili, mentre invece, se noi manteniamo le nostre, in virtù di una nostra presunta coerenza, siamo irresponsabili, non abbiamo saputo o voluto “farci carico” della situazione.
E’ davvero un bel modo di ragionare questo!! In realtà, si fa finta di non vedere la vera questione che sta dietro al problema del lavoro domenicale.

La vera questione è il diritto del sindacato e dei lavoratori a negoziare il modo di organizzare il lavoro nelle aziende della distribuzione, ed il lavoro domenicale rientra in questo diritto. Fino ad oggi questo diritto è stato esercitato in virtù di un Ccnl che lo riconosceva pienamente. Una azienda della distribuzione che necessitava delle aperture domenicali doveva necessariamente fare un accordo col sindacato e attraverso quell’accordo programmare le aperture e le presenze dei lavoratori. Molte aziende, però, considerano la contrattazione sindacale un intralcio, una complicazione, soprattutto, una cosa che non consente loro avere piena libertà sulla organizzazione del lavoro. Questo diritto è diventato bersaglio privilegiato delle controparti per tutta la durata del lungo negoziato per il rinnovo del Ccnl e non si può dire che con l’intesa separata tutto è rimasto come prima, che nulla è cambiato e che la Filcams non ha firmato per motivi politici! Si possono avere opinioni diverse, ma non si può mancare di rispetto alle opinioni che non si condividono.

Del resto, a conferma della nostra lealtà avevamo chiesto il rispetto di una regola che unitariamente ci eravamo data e che prevede la consultazione dei lavoratori ed il loro pronunciamento sulle intese contrattuali. Avevamo detto che se eravamo noi a sbagliare, ad essere poco moderni, poco responsabili, se eravamo noi a non cogliere il sentire diffuso dei lavoratori che, invece, a detta degli altri, sarebbero stati d’accordo su quell’intesa, noi avremmo accettato il responso della consultazione e avremmo firmato il contratto.
Ma la consultazione non si è voluta fare! E siccome qualcuno ci ha insegnato che a pensar male si fa peccato, ma a volte ci si azzecca, nessuno ci toglie dalla testa che se la consultazione non si è voluta fare è perché non sarebbe stato semplice spiegare ai diretti interessati i motivi per i quali si è accettato la pretesa di Confcommercio di modificare il Ccnl su un punto così importante. Se la consultazione non si fa, se si ha qualche problema a confrontarsi davanti ai lavoratori, allora vuol dire che si sa di aver fatto qualcosa della quale i diretti interessati non sono molto contenti, come dimostrano le centinaia di prese di posizioni uscite dalle assemblee dei lavoratori.

Non è vero che con l’accordo separato non è cambiato nulla. Noi gli accordi li sappiamo leggere e conosciamo bene anche come funzionano le cose nel settore. Di fatto, quell’accordo rende obbligatorio il lavoro domenicale e mette a rischio gli stessi diritti economici acquisiti con la contrattazione aziendale, altrimenti non si capirebbe perché Confcommercio ha insistito così tanto per modificare il Contratto. Quello che Confcommercio ha inseguito per anni è disporre a piacimento del lavoro domenicale e pagarlo meno di quanto attualmente è costretta a pagarlo con la contrattazione aziendale! Non siamo solo noi a dirlo, ma tutte quelle lavoratrici e lavoratori (non solo iscritti alla Filcams) che hanno capito bene come stanno le cose e che sono molto arrabbiati; e lo dicono anche le imbarazzanti spiegazioni di chi ha firmato quell’intesa, della quale non riusciamo ad avere una interpretazione univoca!

E allora c’è un modo solo per dimostrare che non cambierà nulla e che tutto rimarrà come prima: cambiare quell’accordo, così tutto sarà più chiaro!! Se, invece, non si vogliono prendere in considerazione le nostre proposte di modifica e neanche si accetta il pronunciamento dei lavoratori, allora avremo più di una ragione per ritenere che quell’intesa separata è stata un vero e proprio regalo alla controparte! E non accettiamo che ci venga contrapposto il ricatto dell’aumento salariale, perché quell’aumento era un diritto dei lavoratori, per il quale avremmo continuato a batterci!
Se siamo qui a Roma, in tanti, è per dire –quindi- che noi non consentiremo che gli effetti di quell’intesa sbagliata possano tradursi in un peggioramento delle condizioni di lavoro delle donne e degli uomini che lavorano nel nostro settore.
Chiediamo che quell’intesa venga modificata! E se si continuerà ad opporsi alle ragioni della organizzazione sindacale più rappresentativa nel settore, vogliamo dire a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori, che la Filcams continuerà a battersi nelle aziende e sui territori per respingere quell’intesa.
Difenderemo e rinnoveremo tutti gli accordi aziendali esistenti, salvaguardando i diritti già conquistati e sfidiamo gli altri a venire tra i lavoratori a dire che quelle intese possono essere cambiate in peggio!
Ci batteremo per fare della contrattazione territoriale un terreno per migliorare le condizioni di lavoro, soprattutto nelle aziende più piccole, dove le lavoratrici e i lavoratori si sentono più indifesi.

Se qualcuno pensava che questo sciopero fosse lo sfogo di una organizzazione mortificata nell’orgoglio e che da domani tutto sarebbe finito è bene che si ricreda! Noi staremo in campo, giorno dopo giorno, e vi staremo in quello che è il nostro terreno più naturale: quello della contrattazione sindacale. Noi vogliamo più contrattazione, non meno contrattazione, perché dove riusciamo a contrattare cerchiamo di tutelare i bisogni e le condizioni delle persone. Ed è veramente paradossale che dopo mesi e mesi nei quali ci siamo sentiti dire che la Cgil è un ostacolo alla riforma della contrattazione, una riforma che dovrebbe privilegiare il secondo livello, perché è lì, in azienda, sul territorio che la contrattazione riesce ad avvicinarsi di più ai problemi concreti dei lavoratori e delle imprese, sia proprio la Filcams-Cgil a dover difendere il valore della contrattazione di secondo livello, che l’intesa separata a parole dice di mantenere, ma che nella sostanza riduce a pura notifica di quanto deciso a livello nazionale.

Difendere la contrattazione è oggi ancora più importante, nella crisi che stiamo vivendo. Nei nostri negozi la crisi si vede e si tocca con mano. Chi lavora e chi è in pensione oggi ha meno soldi da spendere e la crisi della quarta settimana è già diventata quella della terza. I posti di lavoro nel settore della distribuzione e del terziario sono in pericolo. I tagli della finanziaria sono già diventati la minaccia di migliaia di posti di lavoro negli appalti di servizio.
Anche per questo, da questa piazza vogliamo sostenere le proposte della Cgil per uscire dalla crisi e la mobilitazione per sostenerle. E vogliamo farlo, sfidando le imprese del nostro settore sul terreno della qualità. Non è con l’intesa separata che si affronta meglio la crisi, perché quell’intesa guarda ancora all’indietro, guarda ad una flessibilità fatta di precarietà del lavoro, guarda ad un futuro della distribuzione fatto di tagli e non di innovazione, dove il costo del lavoro da tagliare continua a rappresentare l’assillo principale di chi invece dovrebbe chiedersi come fronteggiare la competizione.
Vogliamo combattere l’idea di un settore commerciale estraneo alle battaglie che il Paese oggi deve combattere per diventare più moderno e competitivo.

Non si è moderni se si apre indiscriminatamente a tutte le ore, di tutti i giorni i negozi o i centri commerciali, se ad entrarvi dentro sono persone destinate ad avere sempre minori possibilità di acquistare generi di consumo indispensabili perché il loro stipendio o la loro pensione vale sempre meno.

Non si è moderni se dentro quei negozi, dietro quelle casse, nei magazzini, stanno giovani, ragazzi e soprattutto ragazze, ai quali si offre un lavoro incerto, insicuro, fatto di contratti a singhiozzo, che non parlano al loro futuro, che non danno certezze necessarie per costruire un progetto di vita, che spesso calpestano la stessa dignità di chi vorrebbe, attraverso il lavoro, realizzare la propria emancipazione.

Non si è moderni se, nella crisi epocale di questo modello di sviluppo, si continua a confondere il consumo col consumismo, dividendo il sindacato sul lavoro domenicale, quando –invece- occorrerebbe essere uniti nelle battaglie per affermare nuovi modelli e stili di vita, una nuova cultura delle città e delle periferie urbane, una idea nuova e sostenibile delle politiche di consumo.

Non siamo noi a guardare all’indietro, ma chi pensa di sopravvivere dividendo i sindacati e gli stessi lavoratori, per imporre ricette anti-crisi, pagate soprattutto da lavoratori e pensionati. E ci dispiace che gli altri sindacati, con i quali abbiamo condiviso tante battaglie, non si rendano conto del grave errore rappresentato dall’assecondare il progetto di divisione delle controparti.

La divisione e la separazione non nasce da noi, non viene dalla Filcams e dalla Cgil. Noi abbiamo rispettato le scelte unitarie della piattaforma e avremmo voluto rispettare le scelte unitarie delle regole contrattuali. Sono altri che non lo hanno voluto. Sono altri che si sono separati dalle scelte unitarie che avevamo fatto e che per noi restano ancora valide. Questo non vuol dire sfuggire dalle responsabilità, ma affrontarle con regole condivise.

Vedete, noi siamo consapevoli che dalla divisione tra i sindacati le lavoratrici ed i lavoratori non hanno nulla da guadagnarci e per questo continueremo a lavorare per evitare che questa separazione diventi irreversibile, danneggiando i lavoratori. Ma quello di cui non hanno più bisogno i lavoratori è la confusione, l’ambiguità, l’incoerenza e consentitemi di aggiungere, la protervia, l’arroganza di chi si sottrae al rispetto delle più elementari regole della democrazia.
Qualche giorno fa, un quotidiano tra i più diffusi tra le grandi testate nazionali e non certo amico nostro, commentando la stagione degli accordi separati, riportava i dati sugli iscritti di tutti i settori fra le tre organizzazioni sindacali. Lo scopo era dimostrare che in alcuni settori (in quel caso ci si riferiva a quelli pubblici), l’assenza della Cgil non è elemento di impedimento alla validazione di una intesa separata, perché nel pubblico impiego vige una norma che considera valido un contratto se approvato dal 50% più 1 dei votanti. In pratica si voleva dire: “la Cgil non ci sta? Va bene lo stesso, i voti ci sono…” Grazie a quella tabella, però, abbiamo scoperto che il numero degli iscritti ai due sindacati che hanno firmato l’intesa separata sul commercio è inferiore al sindacato che non ha firmato l’intesa, cioè, la Filcams da sola è più grande delle altre due organizzazioni che hanno firmato. Non vogliamo alimentare polemiche, ma che razza di democrazia è mai quella dove una minoranza impone le regole alla maggioranza!! E noi, pur sapendo di essere maggioranza fra gli iscritti, abbiamo comunque chiesto di far votare l’intesa, perché i lavoratori potrebbero anche avere una opinione diversa dalla nostra e noi sicuramente la rispetteremmo.

Ecco, allora, che da questa piazza volgiamo dire a chiare lettere che non accettiamo lezioni di democrazia, né di modernità da nessuno, tanto meno da chi sfugge al confronto democratico.

Ed allora, care compagne e cari compagni, continuiamo ad avere fiducia nelle nostre ragioni, che non sono quelle degli interessi di una organizzazione, della nostra organizzazione, ma quelle delle lavoratrici e dei lavoratori del nostro settore. Stasera tornerete nelle vostre città, nei vostri negozi, dopo un viaggio ancora una volta molto faticoso. Tornate con la convinzione di aver fatto un viaggio utile, perché è servito a dimostrare che in campo c’è un sindacato che non si rassegna, che sta dalla parte delle donne, dei giovani, dei precari, che vorrebbe starci con tutto il sindacato, ma che non accetterà di farlo contro gli interessi dei lavoratori, né contro il potere contrattuale del sindacato. Non ci faremo isolare, perché da lunedì saremo ancora in tutti i negozi a spiegare le nostre ragioni e, soprattutto, a difendere le vostre ragioni, quelle di chi lavora e che vorrebbe per questo un futuro migliore, quello che noi costruiremo contro ogni divisione, per l’unità delle lavoratrici e dei lavoratori.

Grazie a tutti voi per averci dato così tanta fiducia!