Intervento F. Martini Comitato Direttivo FILCAMS CGIL, 17-18/09/2008

Comitato Direttivo Nazionale Filcams Cgil – Roma, 17 e 18 settembre 2008

Intervento di Franco Martini

Care compagne e cari compagni,
Vorrei –innanzitutto- ringraziare la Segreteria Confederale per aver avanzato a questo Direttivo la mia proposta, quale candidato alla Segreteria Generale della Filcams.
Non è mistero per coloro che in questi mesi mi sono stati accanto che, avvicinandomi alla scadenza del mandato, guardavo con molto interesse alla vostra categoria, con la speranza che il mio desiderio venisse esaudito.
Per questo, vorrei ringraziare anche Ivano, per aver sostenuto questa ipotesi e per avermi incoraggiato ad accoglierla senza eccessivi timori e con lui le compagne ed i compagni della Filcams, che in queste settimane ho potuto incontrare in diverse occasioni.

1.Dato che questo mio intervento non potrà andare molto oltre una presentazione, vorrei dirvi con la sincerità che mi caratterizza, che l’impresa di guidare questa categoria, se il Direttivo approverà la proposta, mi preoccupa non poco, pur non essendo più –ahimè- una matricola della Cgil.
Ho conosciuto la Filcams quando dirigevo una Camera del Lavoro Territoriale e, successivamente, quando ho diretto la Cgil Toscana. Il mondo Filcams mi è sempre apparso un mondo molto complesso, decisamente atipico rispetto alla tradizionale rappresentanza sindacale, un groviglio di settori, lavori, prodotti, materiali ed immateriali molto diversi tra loro. Insomma, un mondo difficile. Al tempo stesso –però- sono sempre stato attratto dall’idea che esso si presentasse come un mondo ricco, ricco per la grande diversità presente al suo interno, per le dinamiche che in esso si agitano, per le potenzialità di crescita che lo rendono un motore dello sviluppo tra i più forti dell’economia. Ho sempre vissuto questa categoria –quindi- con uno sguardo duplice, da un lato, attratto dalla sua forte originalità, ma, al tempo stesso, convinto delle difficoltà che può incontrare l’azione sindacale, che sono quelle che oggi mi suscitano le preoccupazioni che vi descrivevo.

Non è la prima volta che mi capita di “cambiare mestiere”, ma non mi vergogno a dire che provo un po’ di paura, come quella del primo giorno di scuola. Credo, però, che vivere la tensione di un nuovo inizio rappresenti un segno di responsabilità e di umiltà, che è il primo ingrediente che potrò mettere a disposizione, questo, si, in abbondanza, nell’impegno che ci attende.
Ho la sensazione che in un settore come questo, palestra contrattuale per eccellenza, le competenze siano ancor più importanti che altrove. Dovrò per questo imparare a conoscere il settore, i suoi meccanismi, i suoi contratti e l’unico modo per farlo, anche se occorrerà un po’ di tempo, è quello di immergersi totalmente al suo interno. Vi chiedo –quindi- subito scusa se dovrete sopportare la mia grande curiosità, le mie innumerevoli domande, la mia ansia di raggiungere una sufficiente “cognizione di causa”, ma in un caso come questo è forse la cosa più utile, soprattutto per persone di poche parole (ed in questo so di rappresentare una discreta continuità con Ivano), che non amano sprecarle nei luoghi comuni o nel sindacalese, che non porta da nessuna parte. Anche per questo, vi chiederò di farmi venire subito nei vostri territori, le regioni, le aree metropolitane, le piccole province, non solo per conoscere le diverse realtà, i suoi gruppi dirigenti, ma per poter svolgere il ruolo che mi attende valorizzando la forza, il valore aggiunto, l’intelligenza del collettivo, senza con ciò rinunciare alle responsabilità che spettano ad ognuno di noi.
In questo, mi conforta molto l’esperienza che ho avuto la fortuna di fare in questi anni, nella categoria che domani lascerò. Un’esperienza dove la gerarchia, fin dal primo giorno, è stata rappresentata non dalla formalità degli organigrammi di apparato, ma dal primato dei valori da rappresentare, dalle competenze da trasmettere e socializzare. E mi conforta anche la forte similitudine che credo esista tra le due esperienze, tra due categoria che hanno non pochi tratti in comune.

Anche per questo, quando Epifani mi ha proposto la prima volta di andare in Filcams sono stato molto contento. Non perché ritenevo con ciò facilitato il mio compito, ma perché credo che settori e categorie come le nostre debbano continuare a condurre una battaglia sindacale e culturale dentro la Confederazione. La Cgil ha da pochi mesi concluso la sua Conferenza di Organizzazione, con la quale ha riconfermato tanti buoni intenti, ancora belle parole sul tema centrale della confederalità o di una nuova confederalità, da costruire sul terreno di una rinnovata rappresentanza sindacale. Ma il lavoro più grosso, quello di tradurre le parole in fatti, va ancora fatto. Non possiamo nasconderci che spostare il baricentro politico e culturale della Cgil non è cosa semplice. L’idea che il mondo ruoti ancora essenzialmente sull’asse di una rappresentanza tradizionale, di un’idea del lavoro e dei rapporti di produzione prevalentemente manifatturiera, di un primato della cultura industriale che, purtroppo, non è più tale, è un’idea dura a morire. Quello che spesso non si capisce è che in gioco non sono gli status delle singole organizzazioni di categoria, ma la capacità di tutta la Cgil di leggere con occhi nuovi il mondo dentro il quale siamo immersi e, dunque, la capacità di dare risposte all’altezza delle sfide. La distanza che separa i documenti formali dalle pratiche quotidiane resta eccessiva e noi dobbiamo fare la nostra parte per ridurre questa distanza, non tanto per il bene della Fillea o della Filcams di turno, ma per il bene dell’intera Confederazione.

Sono le difficoltà di una organizzazione che per mesi si attorciglia sul problema legittimo dello scalone, e che non sa trovare una risposta al fatto che a sessant’anni di età (e non a 57!) un operaio edile italiano matura mediamente 28 anni di contributi (e non 35!) e che una equa politica redistributiva, anche sul terreno delle protezioni sociali, avrebbe dovuto guardare innanzitutto ai settori più deboli, più “sfigati” (non oso immaginare quelli rappresentati da questo settore).
Per non parlare delle difficoltà che incontrano le categorie (e noi le abbiamo incontrate) a parlarsi tra loro quando la tutela dei diritti va esercitata non nei grandi complessi industriali, ma nei cantieri dove regnano subappalto e caporalato e dove proliferano una miriade di imprese e di contratti afferenti a diversi settori. Lì abbiamo capito che la frontiera della precarietà è qualcosa che va ben oltre una legge sbagliata, che smantella le regole del mercato del lavoro e che va combattuta. Lì siamo in un mondo senza tetto né legge, dove si combatte una guerra quotidiana, come quella che immagino si combatta nel mondo degli appalti del pulimento o delle flessibilità esasperate della grande distribuzione o in altri settori che dovrò conoscere.
Addirittura i morti sul lavoro sembrano, a volte, essere suddivisi in morti di serie A e morti di serie B, come scrisse Gad Lerner in un editoriale su la Repubblica dopo pochi giorni dal rogo della Thyssen Krupp. Sono battaglie, queste, che nessuna categoria potrà vincere da sola, se non avanza un progetto complessivo di tutela dei diritti. Ecco perché non abbiamo mai inteso quel grande meticciato di cui parlava Epifani al Congresso di Rimini come una cosa contro qualcuno di noi, ma, al contrario, per rendere ognuno di noi più forte, sulla base di un progetto condiviso.

Ecco, io credo che una categoria come la Filcams, dentro queste difficoltà che incontriamo a far vivere una vera confederallità, possa e debba continuare, come ha fatto in questi anni, a rappresentare un fattore di stimolo culturale, a dare un contributo affinché tutta la Cgil impari a leggere con occhi nuovi il mondo del lavoro e, soprattutto, affinché i settori più esposti, più fragili, meno tutelati, più ricattati siano destinatari della necessaria attenzione, dell’indispensabile investimento politico ed organizzativo, in termini di iniziative, di risorse umane e finanziarie.
E lo può fare non solo in quanto categoria che rappresenta un mondo del lavoro che chiede sempre più voce e che parla delle enormi contraddizioni presenti nella modernità del lavoro, ma anche in quanto settore dell’economia che può giocare sfide importanti per il futuro del Paese.

2. In questo senso, non vi nascondo che all’idea di venire in Filcams uno dei problemi che mi ha creato ansia è la difficoltà nell’individuare la natura generale della missione sindacale di una categoria come la Filcams. Forse perché è più difficile definire l’identità di una categoria, fatta di tante categorie. In Fillea, da questo punto di vista, il compito è stato più semplice perché nel settore delle costruzioni, in edilizia, in particolare, la battaglia per i diritti, la regolarità, la sicurezza, contro la mafia negli appalti, il caporalato rappresentava una faccia della medaglia. L’altra era diventata per noi una nuova idea del costruire, l’idea di uno sviluppo sostenibile, dove alla speculazione si sostituissero le politiche del recupero, della valorizzazione ambientale, del restauro ed anche il costruire fosse ispirato ad un nuovo equilibrio ambientale, il risparmio energetico, la bio-edilizia. Abbiamo fatto del “Cantiere Qualità” uno slogan che sintetizzasse tutta questa elaborazione, convinti che “il costruire pulito, avrebbe aiutato il lavorare pulito”.

Mi rendo conto che diverso è il problema in una categoria fatta di vari settori, a volte, molto diversi fra loro. Tuttavia, ho colto nel vostro lavoro di questi anni alcune direttrici che rappresentano indubbiamente terreni sui quali le politiche settoriali si intrecciano strutturalmente con le strategie di sviluppo e sulle quali il nostro sindacato può mettere in gioco una propria idea, può battersi per affermare un profilo strategico che unisca l’azione di tutela individuale e collettiva dei lavoratori, con la qualità dello sviluppo di alcuni settori strategici.

Non mi è difficile immaginare –ad esempio- quanto significativo possa essere, in un Paese come l’Italia, il settore del turismo. Da questo punto di vista, avendo seguito dalla Fillea il settore del restauro dei beni culturali, non faccio fatica a capire la debolezza strutturale, se non l’assenza più totale, di una politica di valorizzazione del settore e di come questa assenza possa contribuire a diffondere una debolezza intrinseca delle imprese del settore e, conseguentemente, lo stato di precarietà del lavoro impiegato. Tra l’altro, oggi è tempo di bilanci della stagione turistica e penso che da questi dovremo partire per proseguire l’impegno che la Filcams ha condotto qui in questi anni.

Così come è possibile cogliere in tutta la loro valenza generale, le implicazioni che le attività di servizio alla persona, sempre più esternalizzate dalla pubblica amministrazione, hanno in rapporto alla difesa di uno stato sociale dal carattere solidale ed inclusivo. Proprio in questi giorni la visione liberista dello Stato sta minando alla radice altri diritti essenziali della cittadinanza, quali quello all’istruzione, a partire dai primi cicli scolastici. Su questa categoria, è noto a tutto il sindacato, si scaricano le principali contraddizioni di un processo di terziarizzazione delle attività di servizio, che considera all’ultimo posto la tutela dei diritti economici e normativi delle lavoratrici e dei lavoratori ivi impiegati. E per un toscano come me è oltretutto frustrante registrare quanto questa visione non risparmi dal contagio attività lavorative ispirate all’antico principio della mutualità, portando dentro il mondo della cooperazione dinamiche sempre più coincidenti con la destrutturazione vissuta nel privato. Qui c’è uno spazio tanto grande, quanto difficile da riempire, che per tanto tempo ha visto la categoria isolata in queste battaglie complicate, come nel caso dei dipendenti delle imprese di pulizie.

Il mondo del commercio e della distribuzione –invece- è un mondo che dovrete aiutarmi a conoscere meglio (oltretutto, non sono un grande consumatore). Ma capisco, anche qui avendo osservato il lavoro da voi fatto in questi anni, che, soprattutto nella grande distribuzione, esiste una dimensione normativa, che coinvolge il ruolo delle istituzioni legate al territorio, che condiziona non poco la nostra azione di tutela dei lavoratori, ad esempio, in materia di orari, sebbene l’ultimo contratto separato abbia ulteriormente arretrato la soglia dei diritti in materia. Così come, avverto il nesso che lo sviluppo di questo settore dovrebbe avere con una nuova politica dei consumi, oggi completamente privata –data la debolezza degli strumenti di programmazione urbana- di orientamenti ispirati agli obiettivi di qualificazione delle città, delle periferie, per cui sempre più spesso i centri commerciali vengono vissuti quali unica alternativa ai bisogni di aggregazione sociale e, quindi, nella loro valenza negativa invece che in quella complementare, che potrebbero avere.

Per non parlare del grande tema della produzione dei rifiuti, del loro recupero e del riciclo, tema sul quale le attività del commercio hanno una indubbia influenza. L’obiettivo della riduzione dei rifiuti è chiaramente connesso con quello dei modelli di consumo e del loro riorientamento, con quelli della promozione di stili di vita compatibili con la tutela dell’ambiente. Se per me, fino a ieri, non vi era incompatibilità tra l’attività del costruire e la sua sostenibilità ambientale, con altrettanta coerenza credo che incompatibilità non debba esservi tra l’attività del consumare e quella dei rispetto ambientale, attraverso scelte finalizzate, che orientino il commercio e la distribuzione.

Ecco, dunque, che a fronte di una identità non semplificabile, questo settore ha molto da dire su alcune delle partite più significative della crisi italiana, dello sviluppo del Paese, della sua modernizzazione e la Filcams può a ben ragione svolgere un ruolo protagonista nell’attrezzare la Cgil e tutto il sindacato di proposte e iniziative in materia e contribuire, così, a far entrare sempre più il nostro mondo, assieme agli altri mondi che cercano maggiore rappresentanza sociale, nelle scelte di vita di questa organizzazione. So che questi principi e questi obiettivi hanno ispirato l’attività della Filcams in questi anni e non potrò che con grande determinazione contribuire a svilupparle ulteriormente, nelle proposte e nell’iniziativa che dovremo sviluppare in futuro.

3. Penso che questa azione non sia disgiunta dalla nostra attività prevalente, quella della contrattazione. Penso, al contrario, che possa rafforzarla, perché avere una idea nostra, un progetto autonomo del sindacato sulla qualità dei nostri settori e del loro sviluppo rende meno subalterno il lavoro, come ci ha insegnato Bruno Trentin.
Ovviamente, io non sono in condizione, al momento, di esprimere alcuna valutazione sulla dimensione contrattuale della categoria. Tra l’altro, il mio approccio non può che avvenire “in punta di piedi”, dato che qui la contrattazione non è un passatempo, ma il pane quotidiano e chi l’ha esercitata e la esercita tutti i giorni, da Roma all’ultima provincia d’Italia, a partire da Ivano, considerato giustamente uno dei migliori contrattualisti della Cgil, rappresenterà per me l’indispensabile punto di riferimento per entrare gradualmente dentro i meccanismi.

Pertanto mi limito ad una considerazione sulla situazione determinatasi con la firma separata del contratto del commercio, che terrà a battesimo il mio ingresso in Filcams e che rappresenterà il primo problema con il quale sarò chiamato insieme a voi a gestire. Del contesto generale abbiamo sentito ieri da fammoni ed oggi da Epifani. Voglio solo dire che la Filcams, come la Fillea, dovrà stare dentro questa discussione e questa iniziativa, portando il valore aggiunto di una esperienza e di un modello contrattuale che ha molto da dire anche agli altri.
Ma, tornando a noi. Ovviamente, mi guardo bene dall’inoltrarmi in considerazioni di merito che non sarei in grado di fare.
In questi ultimi giorni sono arrivate anche a me voci strane, secondo le quali, con il cambio del segretario generale, la Filcams avrebbe firmato l’intesa. Se dovessi scandalizzarmi per queste voci vorrebbe dire che sono giovane dell’ambiente. Invece non sono affatto scandalizzato, purtroppo, perché sono vecchio dell’ambiente e so come certe cose funzionano. Non credo sia indispensabile aggiungere molto altro a quello che ho già avuto modo di dire in queste ore alle compagne ed ai compagni della Filcams.
Innanzitutto, voglio che il Direttivo sappia che ho profondo rispetto per il lavoro fatto al tavolo negoziale dalla segreteria nazionale, da Ivano in prima persona, dalla delegazione trattante. E questo, non solo perché non è mio costume mettere bocca sul lavoro che altri hanno fatto e che io difenderò lealmente davanti a tutti, ma perché conosco le doti di competenza, di equilibrio, di unità da sempre manifestate da Ivano e dalla Filcams in generale. Del resto, la cronaca delle ore che hanno portato alla firma separata mostra che a quelle doti non solo non si era rinunciato, ma che si era voluto cercare e creare le condizioni per poterle finalizzare ad uno sbocco condiviso, attraverso una strada comunemente individuata, quella di un confronto immediato con i lavoratori, per poterli responsabilizzare circa la difficile evoluzione del negoziato.
Credo difficile poter smentire il fatto che l’atteggiamento della Filcams avrebbe potuto essere diverso se la dinamica del negoziato avesse potuto proseguire nella stessa trasparenza e lealtà che l’aveva caratterizzata fino a quel momento.

In secondo luogo, voglio che il Direttivo sappia che non potrebbe mai esserci una firma del contratto da parte mia, né della segreteria nazionale, che non fosse il frutto di un mandato chiaro degli organismi dirigenti della categoria. E questo, non tanto perché personalmente mi sentirei inibito dalla sindrome dell’ultimo arrivato, quanto per il fatto che non riesco a concepire una lesione della democrazia interna di questa portata. Vedete, anche a me, in Fillea è capitato di dover fare degli accordi difficili, di non facile digestione, ma quello che li ha resi possibile è sempre stato il rapporto trasparente col gruppo dirigente, dire sempre la verità e non fare mai niente di nascosto. Anche perché, per questa via, si ottengono tre sicuri risultati: accordi più importanti, unità interna più solida e, soprattutto, rapporti di amicizia più solidi, che non è l’ultima delle cose importanti nella vita delle nostre organizzazioni.

Dopodiché, a nessuno di noi sfugge il fatto che la situazione determinatasi con la firma separata non può non destare più di una preoccupazione ed è ovvio che dovremo aprire un “cantiere” per provare a restituire alla categoria un governo unitario della vicenda contrattuale, che in un settore come questo ha più di una implicazione, a partire dall’esistenza di un corposo sistema della bilateralità.
Ma questo non può prescindere dalla ragione principale che ha portato la Filcams ad assumere quelle scelte e sono le ragioni di merito sulle quali rivendichiamo il diritto di operare i necessari chiarimenti o modifiche. Ed in ogni caso, anche ed a maggior ragione a fronte della difficoltà di “rimettere mano” all’intesa, è difficile negare la nostra richiesta di produrre un pronunciamento dei lavoratori, per altro già previsto negli accordi di categoria sui percorsi di validazione delle intese contrattuali, pronunciamento che troverebbe il nostro pieno rispetto, anche fosse diverso da quello che pensiamo (anche perché la democrazia non è bella solo quando ci dà ragione…).

Per queste ragioni, nel momento in cui, fin dai prossimi giorni, riproporremo a Fisascat e Uiltucs l’esigenza di riattivare il normale percorso di verifica con i lavoratori sull’esito del negoziato, spiegheremo le nostre ragioni ai nostri iscritti, ai nostri quadri, ai lavoratori, perché si sappia che la Filcams non è improvvisamente impazzita nel non firmare il contratto, ma ha delle cose da dire, che vorrebbe dire. Ma, soprattutto, vorrebbe farle dire ai lavoratori. In un settore dalla lunga tradizione unitaria, come quella rappresentata dal settore del commercio, è un po’ difficile immaginare questa posizione come “eversiva”. Qui è solo il buon senso che ci muove ed altrettanto buon senso e rispetto rivendichiamo alle altre organizzazioni di categoria.

In questi giorni è partita la mobilitazione lanciata dalla Cgil, che avrà nella giornata del 27 settembre un momento di generalizzazione attraverso le tante iniziative territoriali. Sarà nostro impegno veicolare al suo interno questo messaggio sul contratto, portando le nostre ragioni in tutte le iniziative possibili, come faremo con l’attivo dei quadri e delegati del 9 ottobre, alla presenza di Guglielmo Epifani. In quella circostanza, potremo anche meglio capire se la situazione si presenterà a nuove possibili evoluzioni e decidere di conseguenza sugli sviluppi della nostra iniziativa.

4. L’ultima cosa che vorrei dire riguarda voi, la vostra categoria. In questi giorni, da più parti, mi è stato detto che la Filcams è una categoria molto bella, interessante, originale, dinamica, con un bel gruppo dirigente territoriale, molto rinnovato e anche giovane. Debbo dire che le impressioni ricavate nel mio primo impatto –ieri mattina- non fanno altro che confermare la descrizione che mi era stata data: avevate ragione! Se questo non basta per superare tutte le mie ansie, sicuramente rappresenta per me un forte incentivo ad alimentare il grande desiderio di mettermi subito al lavoro.
Voglio anche aggiungere che un altro, forte incentivo è rappresentato dalle molte similitudini e sintonie che anche sul versante delle politiche organizzative ho colto con la categoria dalla quale provengo ed i risultati che sono qui, davanti agli occhi di tutti, confermano che anche voi, in questi anni, avete fatto un buon lavoro. Infatti, non basta dire che il settore è in crescita, che ha forti potenzialità espansive, per dire che diventerà la prima categoria: non c’è mai un rapporto automatico tra crescita economica e sviluppo della rappresentanza, se nel mezzo non c’è un lavoro, una intelligente politica organizzativa, che punti a valorizzare le risorse umane e qualificare i processi organizzativi del lavoro. E questa platea dimostra di avere alle spalle una giusta ed intelligente impostazione, che non potrà trovare in me che un convinto sostenitore ed un coerente continuatore.

Il sindacato e la Cgil –è nostra convinzione- hanno bisogno di un forte rinnovamento come quello che le nostre categorie hanno promosso. Lo abbiamo detto al Congresso e più recentemente alla Conferenza di Organizzazione e sappiamo quanto lenta sia questa marcia. Io credo che uno dei freni sia rappresentato da cosa si debba intendere per rinnovamento della Cgil e quando, per definire tale nozione si scomodano una tale quantità di paradigmi, che spesso si eliminano a vicenda, il più delle volte si arriva alla conclusione che rinnovare è cambiare tutto, con il risultato che alla fine nulla cambi e tutto resta come prima.
Nell’esperienza che ho fatto in questi anni in Fillea, che passa per essere una delle categorie che bene ha vinto la commessa del rinnovamento, mi sono fatto un’idea di cosa debba essere una politica di rinnovamento della nostra organizzazione e sono davvero contento di poter cogliere molte sintonie nella vostra categoria.

Il rinnovamento è innanzitutto un dato anagrafico. L’obiezione che solitamente viene mossa a questa affermazione è la più ovvia: “non è solo un dato anagrafico”! Certo che non è solo un dato anagrafico, ma bisogna avere la forza ed il coraggio di dire che è innanzitutto un dato anagrafico, perché la Cgil deve assolutamente colmare un vuoto generazionale che rischia tra qualche anno, soprattutto con la regola degli 8 anni, di mettere in ginocchio i nostri gruppi dirigenti. Questa non è una visione giovanilistica, né intende fomentare uno stupido conflitto generazionale. Le risorse sono tutte utili, a partire da quelle più esperte, ma occorre riconoscere che abbiamo bisogno oggettivamente di un forte investimento per promuovere una nuova leva di giovani alla direzione del nostro sindacato. Voi l’avete fatto, lo state facendo; noi lo continueremo a fare, con altrettanta determinazione, destinando a questo obiettivo tutte le risorse necessarie. Soprattutto per sostenere questa politica con il necessario processo di acquisizione delle competenze, dunque, con il supporto di una attività formativa, che io considero un vincolo per l’organizzazione. E mi ha fatto immenso piacere scoprire che anche qui la categoria ha investito, attraverso i master per gli under 35 ed altre iniziative, nell’intreccio necessario che la formazione teorica deve avere con la sperimentazione sul campo. E’ a questi giovani che noi dobbiamo prepararci a consegnare la direzione del sindacato.

Rinnovamento è poi valorizzazione delle diversità, che è cosa ancora più grande di quelle che parlano delle dinamiche intestinali dei gruppi dirigenti consolidati, che noi chiamiamo “sensibilità politiche”, “aree culturali”: è ovvio che questo pluralismo è un valore da difendere e promuovere. Ma le diversità da valorizzare sono soprattutto altre, sono quelle che parlano della società nella quale è immersa il sindacato.

Le diversità territoriali, innanzitutto. L’esperienza che ho fatto in questi anni mi ha fatto ancor più capire l’importanza di un progetto di iniziativa nazionale, che unisca le aree forti e le aree deboli. Esse, oggi, sono un po’ distribuite tanto al Sud, quanto al Nord. Ma dobbiamo ammettere che resta centrale una questione meridionale, che impone una attenzione particolare alle strutture del Sud, per dare continuità alle piattaforme che a più riprese la Cgil ha lanciato in questi anni.
Quella che considero più importante è la diversità di genere. Dirlo qui, in questa categoria può sembrare rituale, ma lo dico con la convinzione che portare le donne in Cgil, ed aggiungo, ai posti di direzione del sindacato, non risponde solo al rispetto di una norma che ci siamo dati, perché se fosse solo questo avremmo una visione riduttiva della questione. Portare le donne al sindacato significa valorizzare una risorsa soggettiva importante, che aiuta a cambiare la testa del sindacato, il modo di pensare della Cgil, la capacità di leggere la società e le sue contraddizioni con occhi e sensibilità diversi. E non è questione che si riduce al solo diritto al lavoro, come sappiamo bene. La violenza alle donne, tema che riempie sempre più le cronache del nostro vivere quotidiano, è fenomeno che nega questa valorizzazione, dimostra che esiste un problema di civiltà, di cultura che non è ancora risolto, anzi, che rischia di rappresentare una delle facce del declino immateriale di questo paese, dei suoi valori fondamentali. Credo che su questo terreno, sul terreno della rappresentanza di genere, dobbiamo dare una mano alla Cgil, dimostrando che le donne non hanno esami supplementari da sostenere e se potessi esprimere un desiderio oggi, vorrei che fosse assunto da tutti noi l’impegno a dimostrare che anche questa categoria, per non dire innanzitutto, in un futuro non lontano, può e deve essere diretta da una compagna, come lo è stata quella dalla quale provengo, la più maschile di tutti, non solo senza particolari traumi, ma con grandi e prestigiosi risultati.

Cosa dire, poi, del fenomeno sempre più dirompente che sta attraversando la nostra società, che parla di un’altra grande diversità, l’ingresso sempre più massiccio dei lavoratori stranieri nel mercato del lavoro, cosa che i vostri settori già da tempo hanno iniziato a conoscere bene.
Noi non possiamo essere il Paese che importa manodopera, regolare e clandestina, per soddisfare le strozzature del MdL e poi alimentare l’idea, agitando il tema della sicurezza, che è tema certamente sentito dalla gente, che lo straniero, sporco, brutto e cattivo, possa essere manganellato a morte per il furto di qualche biscotto! In questo caso, rinnovamento è qualcosa che va molto oltre piazzare qualche immigrato nei Direttivi delle strutture, ma cogliere il cambiamento epocale in atto e capire che rappresentare questo cambiamento significa fare del sindacato il laboratorio della costruzione di una società multietnica, che assuma l’interculturalità come leva per unire senza confondere e distinguere senza separare, che è la vera risposta ai problemi posti dalla globalizzazione.

Ed infine, rinnovamento è la capacità di rappresentare un’altra grande differenza, che è il cancro della nostra società, la precarietà, non solo del lavoro, ma innanzitutto del lavoro. La precarietà è il male principale non solo perché da insicurezza, nega una prospettiva di futuro, ma soprattutto perché distrugge la risorsa principale sulla quale fare leva per vincere le moderne sfide della competizione: il valore professionale del lavoro, la ricchezza mossa dai saperi, dalle conoscenze. La precarietà va combattuta perché nega il primo diritto sul lavoro, quello alla formazione, all’autorealizzazione delle persone sul lavoro. Questa è la vera sfida del rinnovamento del sindacato, farlo diventare strumento al servizio di questa battaglia, soggetto che da voce agli esclusi.

Per tutte queste ragioni sono anche un po’ “eccitato” dall’idea di cominciare questo lavoro con voi, perché avendo dedicato otto anni a questa difficile causa sindacale, sapendo, quindi, quanto sia difficile vincerla, sento di poter continuare in questo impegno da una postazione strategica, come lo sono i vostri settori e come è la vostra categoria. Diciamo che “vengo dal fronte” e con voi “torno al fronte”. Siamo destinati ad essere donne e uomini della prima linea, ma è certo che l’esito della battaglia dipende molto dalla prima linea e mi pare di aver capito che non siete, neanche voi, gente che si fa facilmente intimorire dalle difficoltà! Anche per questo, colgo l’occasione per rivolgere ad Ivano tutto il mio sentimento di stima e di amicizia, per la categoria che oggi ci consegna e per la disponibilità che ancora ha mostrato nel mettere a disposizione di questo nuovo inizio tutta la sua esperienza e tutte le sue conoscenze. Così come ringrazio le altre compagne e compagni che hanno ugualmente contribuito al lavoro della categoria in questi anni, che la lasceranno nei prossimi mesi e che si sono uniti al sostegno che mi verrà dato, per diventare un degno erede di questo gruppo dirigente.

Questo modo di fare sindacato, però –ed è l’ultima cosa che voglio dirvi- ha un difetto, soprattutto per i deboli di cuore: ci se ne innamora e quando arriva il momento del distacco spesso diventa una tragedia. Vedete, io, domani dovrò salutare la Fillea e non so da che parte rifarmi. Sarà molto doloroso, perché quel viaggio è stato molto più dell’espletamento di un mandato, è stata una storia sentimentale, che ha unito donne e uomini attorno a drammi umani, come lo sono le morti sul lavoro, e tanta voglia di riscatto. E’ stato un viaggio che mi ha permesso di conoscere la dignità delle persone, come un valore assolutamente più trasparente della polvere alzata dal subappalto nei cantieri, dalla mafia negli appalti, dalle baracche condivise da 5-6-7 rumeni o albanesi. E’ un sindacato lontano da tante nostre noiose ed inconcludenti discussioni, che non spostano di un centimetro la realtà delle cose, non perché si sottrae a quelle discussioni, ma perché cerca di offrire loro gambe concrete. Questo è il sindacato che amo!
L’unico modo che avrò di elaborare il dolore del distacco, quindi, sarà iniziare subito un nuovo viaggio, quello con voi. Penso che, nonostante le molte similitudini, sarà un viaggio di nuove scoperte. Ma anche se non lo fosse, vale l’affermazione di un noto scrittore francese “il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”. Per questo oggi sono contento di essere qui, insieme a tutti voi.