Intervento F. Martini Assemblea di Programma CGIL, 15-17/07/2009

Assemblea di Programma CGIL, Chianciano 15/16/17 Luglio 2009

Intervento di Franco Martini, Segretario Generale FILCAMS CGIL

Prima di venire a Chianciano, la domanda più diffusa tra noi era “ma a cosa serve questa Assemblea di programma?”
Giunti verso il termine di questa nostra discussione, credo che la domanda più diffusa diventerà: “Quale traccia di sé lascerà, se lascerà, nel nostro lavoro quotidiano?”.
Io non credo che possiamo catalogare questa Assemblea solo tra i materiali preparatori del nostro prossimo Congresso. In questi tre giorni abbiamo tentato di interrogarci su cosa ci sta capitando intorno e quanto ciò ridefinisca la nostra funzione ed i nostri obiettivi tra i lavoratori e nella società in crisi e quello che accade intorno a noi è indifferente ai nostri tempi ed ai nostri riti, mentre noi, indifferenti non possiamo essere. Anche per questo dovremmo offrire una versione più moderna e dinamica di questi nostri appuntamenti, dello stesso programma fondamentale, che non può essere vissuto come una sorta di Enciclica da rinnovare ogni venti anni per mettere al sicuro i principi della nostra fede e vivere una quotidianità scarsamente in grado di rinnovare questi stessi principi. La crisi che stiamo discutendo più che della fede ha bisogno di mobilitare il coraggio di guardare in faccia la realtà e la capacità di mettere in discussione certezze, che in una sede come questa dovrebbero presentarsi “dimissionarie”.
Per questo dobbiamo investire questa tre giorni, fin da domani, nella concretezza del nostro agire sindacale, sapendo che discutere di strategia, di programma di orizzonti non è altra cosa da ciò di cui ci stiamo occupando nella realtà quotidiana. Appare sempre più evidente che la crisi rende impossibile, separare il progetto dall’azione. Non è la stessa cosa, ad esempio, fare contrattazione (nazionale o di II livello) dentro un progetto o senza di esso. La stessa discussione sul modello contrattuale staccata dal progetto, sarebbe sterile, accademica, poco efficace. Epifani ha ricordato la vicenda del CCNL del commercio, sulla cui conclusione unitaria è in corso la consultazione tra i lavoratori interessati che noi non avevamo firmato per una serie di dissensi tra i quali la normativa sul lavoro domenicale. Chissà quanti di voi che la domenica si recano presso i centri commerciali che arredano le nostre periferie urbane, ha una vaga idea di ciò che si nasconde dietro quelle aperture domenicali (ed in gran parte di quelle settimanali).
La crisi dei consumi porta anche le grandi catene distributive a giocare la competizione sul terreno della riduzione dei costi. Liberalizzazione delle aperture domenicali destrutturazione della forza lavoro attraverso il ricorso a contratti di lavoro sempre più precari e adesso la messa in discussione delle condizioni economiche e normative definite attraverso la contrattazione aziendale. Il CCNL separato aveva assecondato questo tentativo di mettere in discussione la titolarità contrattuale di secondo livello, l’ipotesi che stiamo discutendo in questi giorni con i lavoratori ripristina questo diritto ed è per questo che firmeremo il contratto.
Ma senza un nostro autonomo progetto sullo sviluppo del settore distributivo a poco sarà valso aver riconquistato il diritto a contrattare l’organizzazione del lavoro, poiché rimarremo schiacciato dalla crisi. Quelle aperture domenicali parlano anche di altro, parlano dell’idea di sviluppo della rete distributiva che guarda sempre più a senso unico verso le cittadelle del consumo, i grandi formati; parlano dell’assenza di una politica in grado di riorientare il consumo di massa nel senso delle compatibilità ambientali e sociali, dell’assenza di una programmazione pubblica in grado di ridefinire priorità e qualità dei servizi sociali per cui si asseconda la domanda di liberalizzazioni di aperture domenicali nel commercio, senza riuscire a spiegare perché la domenica ci si può recare ad acquistare il secondo televisore al plasma con decoder incorporato oppure il terzo telefonino ultimo modello, mentre non si può fare il duplicato della carta d’identità oppure un bonifico al figlio che studia con l’Erasmus; ma soprattutto, dimenticando che la stragrande maggioranza di occupazione nel settore è femminile e che senza le politiche di genere nel settore quelle liberalizzazioni sono contro il lavoro delle donne e contro la condizione delle donne in generale.
Un piccolo esempio per dire che senza la capacità di mettere in campo un progetto che definisca un nuovo contesto di sviluppo nel settore, dove vi sia spazio per la contrattazione territoriale, confederale verso le aziende e verso le istituzioni, che assuma la necessità di rappresentare bisogni diversi e spesso inediti per la nostra traizione, a nulla vale dire di aver riconquistato diritti contrattuali, che ci limiteremmo ad esercitare dentro un fortino assediato. Per questo dico che il programma è fondamental se agito quale contesto quotidiano che dia respiro e offra un profilo più alto alla nostra azione che indichi non solo una linea di difesa di quello che già abbiamo.
Uguaglianza è la parola che meglio di ogni altra rappresenta la sfida della globalizzazione. Non è difficile elencare le diseguaglianze di cui altri sono responsabili: quelle prodotte da una distorta redistribuzione della ricchezza, quelle prodotte dal capitale, contro il lavoro ed attraverso egoistici processi di accumulazione, quelle prodotte dal Governo attraverso la distruzione della coesione sociale e l’uso responsabile e spesso privato della spesa pubblica. Non è difficile, e dunque, sapere contro chi e per che cosa combattere per affermare l’uguaglianza.
Ma l’uguaglianza è un valore che deve vivere innanzitutto tra noi, non come un principio di fede, ma come il primo valore della confederalità. Il valore dell’uguaglianza è sempre stata una certezza per noi, ma il mondo dentro il quale farla vivere è molto cambiato in questi anni ed anche le certezze sono diventate meno sicure.
Per questo dobbiamo interrogarci se le nostre politiche, le nostre azioni siano veramente sempre e coerentemente ispirate al principio dell’uguaglianza. Ce lo dobbiamo chiedere, quando chiude uno stabilimento manifatturiero ed i lavoratori di quell’impianto possono godere di protezione ed anche quando vengono mandate a casa migliaia e migliaia di lavoratrici e lavoratori delle imprese di pulizia in appalto, e restano senza lavoro e senza alcuna considerazione anche da parte nostra. Nel primo caso, se l’azienda è anche blasonata, pure il governo scatta in soccorso; nel secondo caso i ministri dello stesso Governo si dimenticano degli impegni presi per garantire una manciata di ossigeno. E sapete meglio di me che l’elenco degli esempi potrebbe essere lungo.

Per tutto questo vorrei che questa discussione non finisse solo nella commissione per il programma che ci stiamo preparando ad attivare in vista del congresso, e che non potrebbe che ribadire molte cose che abbiamo già capito, ma rappresentasse un terreno del fare, fare tutto ciò che già si può fare, perché dipende solo da noi, dalla nostra volontà. Per quello che rappresentiamo, la nostra categoria vi chiederà di poterlo fare insieme già da domani.”