INTERVENTO DI IVANO CORRAINI, SEGRETARIO GENERALE FILCAMS, AL XV CONGRESSO CGIL DI RIMINI

06/03/2006

FILCAMS-Cgil
Federazione lavoratori commercio turismo servizi
Ufficio Stampa
www.filcams.cgil.it

2 marzo 2006

INTERVENTO DI IVANO CORRAINI, SEGRETARIO GENERALE FILCAMS, AL XV CONGRESSO CGIL DI RIMINI

Il congresso nazionale della Filcams si è concluso con un documento politico unitario e con la elezione altrettanto unitaria su di una unica lista dell’organismo dirigente.

Questo come coerente epilogo dei congressi territoriali e regionali che hanno avuto tutti lo stesso profilo unitario.

Certamente le ragioni di fondo sono quelle da cui prese le mosse la Cgil per l’avvio del percorso congressuale e, in particolare, la consapevolezza che dai nostri lavoratori non sarebbe stata compresa una Cgil divisa su questioni strategiche con la necessità di costruire un progetto per il Paese in grado di voltar pagina facendo assurgere il lavoro come valore fondante delle scelte strategiche.

Ma, le ragioni che a noi lo hanno reso possibile – cosa, come si è potuto vedere in questi due mesi, non scontata – sono dovute da un lato a una precisa volontà politica soggettiva – e di questo ne voglio dare atto ai compagni della Filcams – e, dall’altro, all’aver sempre avuto come riferimento obbligato la realtà della categoria, le situazioni concrete con le quali le idee dovevano necessariamente confrontarsi e alle volte scontrarsi.

È da questa semplice considerazione che, per noi, è iniziato un percorso per una sintesi unitaria sulla contrattazione, per la quale noi – mi dispiace per Angeletti – riteniamo indispensabile la definizione di un nuovo modello contrattuale che si deve fondare su di un sistema di regole condivise dalle parti sociali a cui legittimamente appellarsi e dalle quali non si possa prescindere.

I rapporti di forza per realizzare buoni contratti sono necessari ma, soprattutto là dove non ci sono o sono deboli, e noi siamo tanta parte di ciò, il sistema di regole condiviso è necessario e non inficia le potenzialità là dove i rapporti di forza sono elevati.

Il modello contrattuale a cui noi guardiamo non può che essere impostato su due livelli contrattuali in cui la preminenza è del contratto nazionale, che deve continuare ad avere autorità salariale e normativa, e non diventare una semplice cornice di regole utili per altri livelli contrattuali.

La questione salariale non può che essere ancorata all’inflazione reale o attesa, come del resto abbiamo già cominciato a praticare, e quote economiche derivanti dall’andamento del settore non possono che essere destinate alle priorità individuate settore per settore, tra le quali non c’è ragione per escludere a priori la priorità economica.

Il secondo livello di contrattazione, aziendale o territoriale, è da confermare e da estendere. E dove lo si colloca dipende dalle condizioni strutturali e oggettive dei settori e dipende dagli obiettivi che ci si prefigge di raggiungere con la contrattazione di secondo livello.

Vedete, compagni, nel comparto del terziario l’occupazione dipendente cresce, ma crescono, in termini esponenziali, il lavoro precario, saltuario, cresce il part-time nelle sue più varie tipologie, i contratti a termine, il lavoro interinale, il lavoro coordinato più o meno continuativo vero e falso, crescono i promoters e i merchandising, anche qui, quelli veri e quelli falsi e ora gli apprendisti.

Si consolidano gli orari di lavoro disagiati per i quali vengono assunti ad hoc lavoratori assegnati perennemente a quel turno, ci troviamo di fronte a lavoratori impiegati perennemente per il lavoro festivo e le condizioni normative e remunerative spesso sono differenti dagli altri e gli ultimi che arrivano sono quelli che trovano le condizioni peggiori e gli ultimi sono quasi sempre i più deboli e tra i più deboli la maggioranza sono i migranti con il loro portato aggiuntivo di problemi.

In sintesi, cresce la precarietà, la frantumazione delle tipologie occupazionali e degli orari, si consolidano in modo strutturato le differenze tra i lavoratori nello stesso luogo di lavoro, questo per le scelte organizzative delle imprese ma, in molte occasioni, anche per nostra incapacità nell’assolvere il nostro compito di contrattazione, come ieri ben diceva la compagna Donata Canta.

Nel nostro congresso noi abbiamo avanzato una nostra forte proposta di riprendere con slancio la contrattazione dell’organizzazione del lavoro che, ricomponendo la frantumazione che si è realizzata, costruisca percorsi di inclusioni nel processo organizzativo di tutte quelle tipologie di impiego che sono ai margini del nucleo fisso dei lavoratori stabili, dove il concetto della programmazione porti ad equità le condizioni di lavoro, e quindi dei trattamenti, e si individuino percorsi di stabilizzazione dell’ ;occupazione con un reddito meno evanescente.

Dentro questa impostazione, la durata del contratto nazionale deve essere solo funzionale alla difesa dei salari, alla certezza delle scadenze contrattuali, alla possibilità di svolgere la contrattazione di secondo livello con contenuti quali quelli che indicavo.

L’esperienza realizzata in base all’accordo del 23 luglio, con i due bienni soggetti a negoziati distinti, sacrifica quest’ultimo obiettivo.

Questo è un fatto oggettivo.

La durata del contratto nazionale, tre o quattro anni, di per sé non identifica il modello contrattuale, ma è solo una architettura che deve essere funzionale agli obiettivi detti e, ciò,in rapporto alla realtà strutturale dei settori, che come sappiamo è molto diversa settore da settore.

“Qualche soluzione innovativa”, per usare una espressione della relazione di Epifani, da noi adottata nei passati rinnovi contrattuali, ha questo e solo questo significato.

Sul tema della democrazia abbiamo detto con semplicità alcune cose chiare utili per realizzare un orientamento unitario.

In primo luogo, anche su questo tema, non si può prescindere dalla realtà organizzata e rispetto a questa si debbono adattare le regole della democrazia al fine di renderle praticabili e cogenti.

Noi siamo fermamente intenzionati a confermare l’intesa unitaria che prevede un percorso democratico nella costruzione della piattaforma rivendicativa, la quale vede il coinvolgimento dei lavoratori e delle RSU con ruoli emendativi sull’ipotesi di piattaforma e l’assemblea nazionale delle RSU e delle strutture con un ruolo validante della piattaforma definitiva.

Questa intesa prevede che gli accordi che si sottoscrivono per essere validi debbano essere validati democraticamente dai lavoratori destinatari degli accordi con metodi certificati.

Il referendum è uno di questi metodi, come d’altronde la nostra esperienza già ci consegna.

Il nostro congresso ritiene necessaria ed urgente la legge sulla rappresentanza, la partecipazione e la democrazia sindacale.

Legge che dovrà valutare la specificità dei settori merceologici; introdurre la certificazione del voto per l’elezione delle RSU e, per l’approvazione, la validazione degli accordi e le modalità per l’indizione della eventuale consultazione referendaria.

Questo è quanto il nostro congresso propone per una sintesi unitaria.

Noi abbiamo la necessità di presentarci, nei confronti delle forze politiche e del futuro governo con il progetto che abbiamo costruito e con una organizzazione unita sugli obiettivi perché per invertire la china di questi ultimi anni non sarà facile.

Vedete, c’è una convinzione comune che una volta vinte le elezioni dal centro sinistra si debba metter mano immediatamente al cancellare, abrogare, modificare – scegliete voi il termine che più vi aggrada – tutta quella serie di leggi inique che hanno investito tutti i campi, dalla giustizia alla scuola, al mercato del lavoro, al fisco, alla previdenza, all’informazione, alle leggi ad personam che l’attuale governo ha prodotto in questa legislatura.

Ma, intanto, è condizione sine qua non che il centrosinistra vinca, noi lo auspichiamo pur nella nostra autonomia e distinzione di ruolo, semplicemente perché il progetto che la Cgil con questo congresso mette in campo per il Paese, risulterebbe incompatibile con altri 4 anni di governo del centro destra.

Risolta la precondizione, io credo che si semplifichi troppo ad immaginare che, una volta che il centro sinistra ha vinto, sia sufficiente proporsi di cancellare le leggi sbagliate ed inique che abbiamo contrastato per cambiare in radice le cose.

E non già perché in una coalizione composita l’applicazione di un programma di governo è affare complicato. E non già perché non è scontato che le istanze che noi rappresentiamo, il progetto che noi faticosamente abbiamo messo in piedi per cambiare il Paese, abbia un automatica udienza, anzi di questo ne sono sicuro.

Non già per tutto questo, ma perché le politiche e le leggi a sostegno di quelle politiche, hanno cambiato nel profondo il Paese e non sarà sufficiente cancellare questa o quella legge per rimontare nella direzione che auspichiamo.

Solo per fare qualche esempio.

L’assenza di una politica industriale e di orientamento dello sviluppo economico in cui non solo i settori produttivi tradizionali, ma anche quelli innovativi, e per quanto ci riguarda il terziario commerciale, turistico e dei servizi alle imprese – come bene ha ricordato Guglielmo nella sua relazione – sono stati abbandonati a sé stessi in un momento di forte competizione nel mercato globale e di ridisegno delle posizioni dominanti anche nel mercato europeo.

Questa situazione non la si rimonta semplicemente cancellando qualche legge sbagliata.

I guasti compiuti dalla legge 30 sono profondi, ma non tanto per effetto diretto dell’applicazione della legge stessa, anzi posso azzardare di dire che i guasti per suo effetto diretto sono ancora inespressi, anche per il contrasto che abbiamo messo in campo con il rinnovo dei contratti.

Il guasto vero è l’aver costruito una opinione diffusa nell’ imprenditoria che la precarietà nel lavoro, da loro chiamata flessibilità, è la panacea per il costo del lavoro e della competizione, e questo elemento ha prodotto un vero e proprio cambiamento culturale, esso sì colpevole della diffusione della precarietà strutturale a vita.

Un solo dato, nella distribuzione commerciale dal 2001 al 2004 si sono prodotti 800.000 nuovi posti di lavoro.

Voglio tralasciare la polemica rispetto a quanto ammontano i posti di lavoro regolarizzati e come vengono computati più contratti a termine per un solo soggetto, ma quello che va messo in evidenza è che gli 800.000 posti di lavoro ci sono, ma a parità di ore lavorate.

Questa frantumazione del lavoro non è tutto imputabile alla legge 30 e pertanto non lo si rimonta semplicemente cancellando una legge, ma mettendo in pista azioni positive di natura legislativa e scelte di ordine contrattuale che rimontino lo stato delle cose con percorsi credibili di inclusione nella stabilizzazione del rapporto di lavoro, costruendo una cultura diversa tale per cui si possa dire, prendendo in prestito da altri una parafrasi del titolo di un libro di Cesare Pavese: “precariare stanca”.

Questo significa che la stessa scelta che abbiamo compiuto di assegnare alla contrattazione un compito importante di rappresentare uno dei momenti, non il solo, di contrasto alle leggi inique deve continuare così per ricostruire un quadro di riferimento e una cultura diversa del lavoro.

Per parte nostra continueremo.

Così come abbiamo caratterizzato il contratto del turismo per aver respinto la liberalizzazione dei contratti a termine realizzata dalla 368, per aver riconquistato per via negoziale il diritto di precedenza per gli stagionali, che, statene certi, chiederemo al prossimo governo di ripristinare in legge dello stato, così come abbiamo ricostruito per via negoziale tutti i diritti per il part-time cancellati dalla legge 30 con il contratto del terziario, così come nel contratto della vigilanza privata siamo riusciti, paradossalmente, a piegare a nostro vantaggio il decreto legislativo sull’orario di lavoro per i nostri obiettivi di controllo dell’orario di lavoro e di riduzione graduale ed intelligente del lavoro straordinario.

Così pure nel contratto aperto delle imprese di pulizia continueremo il lavoro per stabilizzare il rapporto di lavoro in questo settore facendo diventare un problema politico, intercategoriale e confederale la questione delle gare di appalto al massimo ribasso e respingendo con determinazione la cancellazione della modifica che la legge 30 ha introdotto in riferimento alla condizione di socio nelle cooperative di servizi.

Se non facciamo questo passerà la convinzione tra i lavoratori che lavorare in una cooperativa è un disvalore in quanto i soci in troppe situazioni avrebbero meno diritti di un lavoratore dipendente.

È per me inaccettabile che cooperative che fanno del valore della socialità il loro fondamento, continuino a difendere questa autentica iniquità introdotta dalla legge 30.

In sintesi, io credo che come la legge 30 è nata per scardinare la contrattazione collettiva, noi dobbiamo far diventare la contrattazione collettiva, per le sue coerenze, la levatrice di una nuova legislazione del lavoro.