Intervento conclusivo A. Amoretti – Conferenza di Organizzazione- Orvieto 16-17 Maggio 1994

FILCAMS-Cgil
Federazione lavoratori commercio turismo servizi

CONFERENZA DI ORGANIZZAZIONE
ORVIETO, 16-17 MAGGIO 1994

INTERVENTO CONCLUSIVO DI ALDO AMORETTI SEGRETARIO GENERALE

Per quanto ci abbia condizionato lo scetticismo per una Conferenza considerata "dovuta" alla Confederazione, e per quanto una parte degli interventi siano un po’ sfuggiti al merito, possiamo essere soddisfatti per le cose che siamo in grado di decidere e di risolvere, così per l’opera di instradamento della discussione futura, che ha come appuntamento principale il Congresso entro l’anno.

L’unità in categoria

Le decisioni unitarie del 17 dicembre [NdR: riunione degli organismi dirigenti nazionali di Filcams, Fisascat, Uiltucs] erano un complesso coerente di soluzioni su RSU e democrazia di mandato, nell’ambito di motivazioni, di un percorso unitario di categoria, che apertamente dichiarava una forzatura del vertice nazionale.
Poi, la Segreteria nazionale FISASCAT ha "subìto" un intervento confederale, diventando mano a mano partigiana di una linea confederale negatrice di qualsiasi spazio ed iniziative decentrate a favore del processo unitario.
La lettera CGIL CISL UIL ci smentisce sulla scelta politica di mettere in palio il terzo riservato alle organizzazioni, ma sposa di fatto la nostra soluzione tecnica nella attribuzione dei rappresentanti corrispondenti a questo terzo. E’ perciò nostro merito avere suggerito una soluzione che risolve un problema aperto in tutte le categorie e che riguarda la maggior parte delle imprese, cioè il problema delle imprese con RSU fino a otto componenti.
A fronte della lettera confederale abbiamo scelto di non perdere tempo, considerando che la priorità non è il perfezionismo, ma il passare al voto.
E’ da apprezzare che si è convenuto sulla nostra proposta di non procedere a nomine di organizzazione, ma di individuare i delegati relativi al terzo riservato nei più votati di ogni lista.
Resta la nostra battaglia per la legge, anche se seguitiamo a non capire perchè la proposta CGIL non voglia risolvere il problema erga omnes dei contratti nazionali. E restano tutte le ragioni di contrarierà ai referendum sull’art. 19 che a ben vedere sono semplicemente, nel loro complesso, antisindacali.

L’unità tra CGIL CISL UIL

E’ evidente come siano possibili due scenari. O l’unità tra CGIL CISL UIL oppure una CGIL che tendenzialmente diviene fiancheggiatrice dello schieramento politico progressista che sta all’opposizione, e una CISL intorno alla quale si coalizzano tutti gli altri come fiancheggiatori del nuovo quadro politico di governo.
Questo secondo scenario sarebbe catastrofico. La stessa unità di azione sarebbe più difficile di quanto non sia stata negli ultimi anni.
Temo che in FISASCAT e in CISL tenda a prevalere la preferenza per questa prospettiva negativa. E’ sbagliata questa analisi? Magari!
Ma noi della CGIL?
Siamo al punto che Mario Agostinelli nuovo Segretario generale della CGIL di Lombardia, in una intervista a "l’Unità", non parla del problema e torna ad enfatizzare il Movimento dei consigli del 1992, quando, finalmente, anche Trentin, su "Liberazione" del 6 maggio, riconosce che i Consigli erano prevalentemente un episodio di lotta interna alla CGIL e alla sinistra.
L’assemblea costituente va convocata subito, e non dopo un Congresso CGIL che ne definisce l’identità e pone le condizioni per l’unità.
D’altra parte l’identità della CGIL è definita dalla sua storia, che nessuno potrà manipolare, mentre ciò che serve è lavorare per l’identità del nuovo sindacato unitario.
Ci sono molti modi per non volere l’unità.
Uno è quello di pretendere di risolvere "prima" tutte le questioni di politica della nuova organizzazione. E’ impresa impossibile. L’organizzazione unitaria sarà grande e pluralista: dentro ce ne saranno di tutti i colori. A me basta che sia una organizzazione a regime interno democratico, nella quale sia davvero consentito a tutti far valere le proprie opinioni e concorrere ad armi pari ai ruoli di direzione.

Verso il Congresso CGIL

Va portata al dibattito "l’urgenza" dell’unità, altro che "le condizioni" per l’unità come modo per non farla.
C’è un percorso definito:
- è già al lavoro la commissione per i documenti;
- 2, 3, e 4 giugno si riunisce la Conferenza programmatica;
- a metà giugno si fa un nuovo segretario generale;
- a luglio si delibera su documenti, regolamenti e proposta di nuovo Statuto;
- da settembre si tengono le Assemblee di base per celebrare il Congresso entro l’anno.
Penso che sia giusto lavorare per un documento unitario, che può avere tesi alternative su taluni punti. Certo, se questi punti sono troppi è un imbroglio.
Se ripetiamo Rimini con mozioni contrapposte decidiamo la nostra decadenza: teoricamente è molto democratico, ma praticamente è un casino.
O i gruppi dirigenti sanno proporsi con uno standard minimo di unità, e allora anche la dialettica è positiva e arricchente, oppure è solo scontro che allontana i lavoratori.

Sindacato e politica

Va riaggiustato il rapporto rivalorizzando l’autonomia.
Ma l’autonomia può funzionare meglio se riconosciamo la parzialità della rappresentanza del sindacato nella società attuale. Vuol dire mettere fine al sindacato politico tuttofare.
A noi la rappresentanza della parte sociale che ci tocca. Ai partiti la rappresentanza e la mediazione generale. E già facciamo molta politica occupandoci di stato sociale, politica dei redditi, politica dello sviluppo.
La parzialità non significa di per sé moderatismo; può voler dire maggiore radicalità nella difesa degli interessi rappresentanti, ma con meno fumisterie di quelle viste in passato.

Insediamento

L’idea di Federazione del Terziario privato non implica annessione alla FILCAMS di altri settori o categorie. Tuttavia c’è da sistemare una serie di liti sui confini che non possono trascinarsi più a lungo. Proponiamo che si assumano dei criteri semplici:
- chi stipula il contratto nazionale rappresenta e fa le tessere;
- tenere conto di dove è associata l’impresa;
- raccordarsi alla politica: se si pensa che i lavoratori (e soci) delle Coop sociali debbano diventare dipendenti pubblici è ragionevole che stiano in F.P.; se invece si pensa che debbano seguitare a stare in una impresa appaltatrice allora è logico che si mettano in FILCAMS.
Ma il grosso della costituzione della Federazione del Terziario nasce dalla trasformazione di quello che già siamo. Consiste nello spostarsi dal solito insediamento.
Schiodare la struttura e gli apparati dalla prigionia di dover lavorare al 90%:
- per i forti e i soliti
- per l’assistenza individuale.
Bisogna rompere questo schema e spostarsi sul nuovo.
Ci può aiutare il fare RSU, da formare a una capacità di gestire le relazioni e negoziati in azienda, … adesso chiedono il funzionario anche per definire il calendario delle ferie.
In questa opera ci può essere un ruolo importante delle FILCAMS regionali.
C’è una difficoltà conseguente ad una scelta CGIL, prevalentemente tesa al superamento, che non condividiamo.
Siamo obbligati alla flessibilità delle soluzioni e a fare di necessità virtù.
Non vedo l’utilità di continuare a pestarci i piedi tra Nazionale, Regionali e Territori nella contrattazione aziendale o di gruppo.
Ci sono livelli regionali da gestire. C’è stato un referendum che ha promosso poteri regionali sul turismo.
C’è da regionalizzare i piani commerciali e il confronto sui programmi delle grandi imprese. C’è da promuovere politiche regionali sugli orari.
C’è da dare una mano, fino a surrogarle, alle FILCAMS territoriali nel promuovere relazioni territoriali decenti con le associazioni imprenditoriali e anche con gli Enti Bilaterali.
Questo tipo di intesa su come operare non è possibile se si seguiterà a ritenere che il potere si realizza e si esercita unicamente nella contrattazione del contratto nazionale del commercio e in quella di gruppo.
In questa maniera si dà fiato all’idea di inutilità e doppioni delle categorie regionali tutte, salvo quelle che hanno risorse per permettersi il lusso…
E’ da valorizzare il rapporto positivo che abbiamo instaurato con associazioni professionali nel turismo e nel mondo degli studi professionali. Va presa in considerazione l’idea di formalizzare questa collaborazione in protocolli reciprocamente impegnativi.
E va fatto un ragionamento sui quadri. C’è stata una fase nella quale sembrava fattibile una associazione unitaria di categoria. In parte questa idea è sfumata; in parte AGENquadri della CGIL tende a configurarsi come alternativa alla rappresentanza di categoria.
Penso che occorre un riequilibro, una iniziativa di categoria, almeno la promozione del coordinamento quadri della FILCAMS.
Nel mondo degli appalti si evidenzia con sempre maggiore rilevanza la questione del rapporto con i sindacati e le rappresentanze sindacali delle imprese o enti committenti.
Molto spesso ci sono ragioni di diversità, divergenze e perfino contrasti di interessi.
Va posta fine alla tendenza, che c’è, a evitare il problema fino a fare i pompieri per non toccare i privilegi dei dipendenti del committente, specie se ente pubblico, con sacrificio dei lavoratori dipendenti dall’appaltatore. Questo comportamento risale soprattutto alle C.d.L.
Bisogna che noi decidiamo di rompere e scompaginare gli equilibri attuali, chiedendo alla CGIL di fare la sua parte.
La discussione è sfuggita alla questione tesseramento. Possiamo arrivare ai 250 mila, ma non ce li regala nessuno, anche tenendo conto del fatto che per raggiungere il numero dell’anno prima bisogna fare 60-70 mila nuovi iscritti tutti gli anni.
Ma si deve ragionare sulle tendenze. Ci sono strutture che da alcuni anni migliorano, altre che ristagnano o perdono. Ci saranno dei motivi: bisogna riflettere, comprendere… vanno affrontati.
Non ci siamo anche in importanti centri commerciali, … altro che piccola impresa o precariato.
Lì ci lavora soprattutto gente nuova, che non conosce e forse non condivide le nostre politiche.
Molti giovani hanno questo atteggiamento: l’azienda ha bisogno di lavorare in orari strani? Quando serve bisogna andare!
Taluni nostri discorsi, che riecheggiano vecchie rigidità, sono considerati "strani". Se poi il padrone unge con un po’ di soldi noi siamo fuori dal gioco. Non sarà tutto qui. Ci saranno altri motivi. Ma perdio, ragioniamoci.

L’accordo sui percorsi negoziali definito il 17 dicembre sarà meglio difenderlo.

Non vedo che spazi potessero esserci per migliorarlo come ritorsione all’atteggiamento CISL sulle RSU.
Va difeso l’impianto secondo il quale:
- le strutture esercitano la proposta di piattaforma e di accordo
- ai lavoratori tutti la partecipazione ad una consultazione decisionale sulla piattaforma e l’ultima parola sul contratto.
Mi sarei aspettato una discussione di merito sulle cose fatte.
Ho sofferto un andazzo che ha visto molte strutture e gruppi dirigenti organizzare le consultazioni "mettendo in bocca" pacchi di emendamenti ai lavoratori.
Perchè è avvenuto questo?
Per smania malsana di protagonismo?
Perchè non si condivideva l’impianto della proposta?
Ma allora quale è il rimedio?
Bisogna esaltare di più la fase iniziale del lavoro nei gruppi dirigenti per arrivare a proposte più compiute?
Ma con queste FILCAMS-FISASCAT-UILTuCS, avrebbe dato un risultato migliore o ci avrebbe solo fatto perdere tempo?
Può essere un rimedio il presentarsi ad una consultazione con alternative di pari valore nell’ambito di un costo generale fissato?
Per esempio:
- orario o salario
- soldi nel nazionale o secondo livello di contrattazione
- soldi o previdenza e/o assistenza integrativa.
Sono ragionamenti fattibili. Non è fattibile una agitazione del problema democrazia come quantità di democrazia da rivendicare tra una struttura e l’altra.
Democrazia è fatta di verità nella informazione e assunzione di responsabilità nelle decisioni per ognuno nel livello dove ci si trova ad operare.
E’ una questione di attualità anche nella gestione delle vertenze dei grandi gruppi.
Ma davvero la situazione è quella descritta ieri sera da D’Amely? La mia risposta è no.
Sono note le cause dei ritardi, comprese quelle derivanti dalle diversità di opinione tra di noi, che non ci hanno fatto perdere tempo, ma dedicare tempo per arrivare a soluzioni concordate, atteso che nessuno chiede decisioni sbrigative prese al Centro.
Adesso siamo in un imbuto dal quale bisogna uscire:
o con un accordo di breve durata, poca ciccia e appuntamenti a dopo il contratto nazionale, oppure senza accordi, ma rinviando i conti comunque a dopo il contratto nazionale.
Si ripete poi il fenomeno di lavoratori che bocciano accordi o proposte, e cambiano opinione quando va un dirigente nazionale a dire le cose come stanno.
E’ solo un problema di comunicazione? O non sono sintomi di lotta fra dirigenti, anche a spese dei lavoratori, usati come masse di manovra?
Una nostra inadeguatezza riguarda la politica dei quadri e la formazione dei gruppi dirigenti.
Diciamoci la verità: abbiamo strutture con eccesso di turbolenza nei cambiamenti; altre sono prigioniere dell’immobilismo, ci sono situazioni incancrenite, bisognose di cambiamenti da tutti riconosciuti necessari, ma che non avvengono; c’è una tendenza a risolvere i problemi solo di fronte a disastri o quando si è presi per il collo; le donne non hanno il posto che loro spetta; c’è uno strapotere delle strutture confederali.
Un’altra verità è che la politica dei quadri la si fa ancora con i sistemi precedenti alla proclamazione del superamento del sistema delle correnti.
Se non mistifichiamo, va riconosciuto che le cose stanno così e che non cambiano dalla sera alla mattina.
Cambiano decidendo di cambiare, riducendo la differenza tra il dire e il fare, con forzature esemplari che vanno messe in campo smettendo di rinviare sempre l’inizio del nuovo metodo alla prossima occasione.
Del resto anche la dialettica politica in seno alla CGIL è la medesima del sistema delle correnti: sono solo cambiate le formazioni in campo.
Se si vuole il superamento di questo andazzo occorre innestare su questa dialettica tradizionale (anche se definita "programmatica") quella che chiamiamo dialettica degli interessi.
Cosa vuol dire?
Vuol dire finirla con la balla che i lavoratori sono una classe di uguali; ammettere le differenze e i contrasti di interesse.
Fare in modo che si esprimano in una sana dialettica organizzata democraticamente.
Su questo si deve innestare un intervento confederale fatto anche di mediazione e solidarietà.
Se no continuerà che parlano i forti; che a questi si dà ascolto; che va a farsi friggere la solidarietà, oppure si fa solidarietà a rovescio.
Ci sono dei rischi in questo? Sì.
Ci sono più rischi nel seguitare con il vecchio andazzo fatto anche di finzioni indecenti.
La CGIL è la medesima che ha approvato la legge sui porti, che difendeva le pensioni baby e ci raccomandava moderazione sulla indennità ordinaria di disoccupazione.

Mettiamo coi piedi per terra la questione finanziamento.

Il livello della contribuzione è diversificato in misura assurda.
Ci sono province confinanti e in condizioni economico-sociali-politiche analoghe: in una si pagano 65mila, nell’altra 140mila all’anno; in una 100mila, nell’altra 160mila.
Quale spiegazione?
Sono state fatte politiche diverse? Qualcuno ha più part-time e stagionali? Qualcuno gonfia gli iscritti? Qualcun’altro li nasconde? Qualcun’altro non dice tutto?
Bisogna partire dai dati per organizzare una politica. E’ dimostrato che non è facendo pagare l’1% che si perdono iscritti.
Anche sui riparti è una jungla.
Apriamo una polemica e una battaglia per cambiare.
Facciamoci forti del Congresso che ha definito un rapporto 75-25 tra categorie e confederazione.
Perlomeno impugniamo le situazioni di più clamorosa ingiustizia. Come dove la Filcams paga più di altre categorie che hanno occupazione più stabile e in aziende grandi. Sarebbe giusto pagare meno. Opponiamoci a pagare di più, anche con qualche forzatura. Ribelliamoci in quelle situazioni dove ti impongono una tassa esosa e poi fanno la figura di darti un’elemosina per ripianare il bilancio.
Nulla dice che le Cgil regionali devono tenere la qualifica di centri regolatori se regolano a questa maniera.
Sulle quote di servizio tipologia Covelco.
Intanto, diamoci atto del fiasco del documento Cgil del luglio 1992, … anche per colpa della Cgil stessa.
Mi piacerebbe un Congresso che ponesse la questione se sia giusto o no che tutti paghino qualcosa per un regime sindacale nel quale tutti si decide per contratti che hanno validità generale erga omnes.
Temo che seguiteremo nella ipocrisia, … anche perchè si teme un reale, libero pronunciamento dei nostri iscritti.
Intanto noi abbiamo provato percorsi nuovi: con le quote con delega positiva collegata alle scelte di stare nella cassa integrativa nazionale di assistenza; con la quota collegata alla distribuzione del contratto: ma negli studi professionali non ha avuto successo.
Penso che sia giusto seguitare a lavorare su questa pista, promuovere qualche sperimentazione, fare come proposto dalla relazione in occasione delle scadenze vicine.
Ho sentito osservazioni sul Quas e le sue sponsorizzazioni.
Rivendico alla Filcams il merito di farlo alla luce del sole, contabilizzando tutto a bilancio, anche per spingere tutti a farlo.
Si può superare questo se lo si riterrà opportuno e giusto.
Non accetterò osservazioni su questo da nessuno. Men che meno da quelli che chiudono gli occhi di fronte a categorie o strutture che si dividono gli avanzi di gestione di fondi analoghi e non sempre li mettono a bilancio.
Non le accetterò neppure se proveniente dai più autorevoli dirigenti confederali.

Siamo sindacato che fa politica, fa contrattazione, organizza servizi.

Al Direttivo di Capri c’era qualche imbarazzo a dire che organizzare servizi è necessario, giusto e importante.
La Conferenza CGIL ne ha proclamato la strategicità. Quindi basta imbarazzi. Organizziamo servizi efficienti, al prezzo giusto, con il giusto distinguo tra iscritti e no.
Sono d’accordo con le cose dette su Uffici vertenze, Inca e Caaf.
Mettiamo meglio a punto programmi e progetti, sia nei territori che nel lavoro nazionale.
Se c’era aria di inutilità della Conferenza d’organizzazione perchè dovuta mi sembra che vi abbiamo posto rimedio nel suo concreto svolgimento.
Risolviamo un po’ di cose, su altre attrezziamoci ad affrontarle in futuro, specie nel Congresso.