Intervento C.Sesena – Conferenza Nazionale Turismo Pd

Innanzitutto è un piacere partecipare ai lavori di questa Conferenza e tentare di dare un contributo ad un momento di confronto ed elaborazione così alto e “aperto”, che purtroppo da un po’ di anni si contano sulle dita di una mano in questo paese sostituiti prima dall’unilateralismo decisionale e dalle conventions promozionali e poi (specificatamente nell’ultimo anno) sostituite dalle lectiones magistralis impartite dal Premier Monti e da buona parte della sua compagine ministeriale.

La Filcams Cgil è balzata recentemente agli onori della cronaca per una polemica ampiamente strumentalizzata rispetto alle assunzioni promesse da Mc Donald’s e veicolate, a nostro avviso in maniera esageratamente pomposa, attraverso una campagna mediatica che scomodava l’articolo primo della costituzione.

Ribadiamo la perplessità su questa operazione complessiva, non certo sul fatto che un’impresa crei occupazione. Quale sindacato può essere contrario alla creazione di posti di lavoro? Non certo la CGIL che assieme alle altre Confederazioni è ogni giorno sul campo per arrestare a volte con le mani nude lo tsunami della crisi.

Ma la polemica con Mc Donald’s va letta in controluce: ha fatto cioè emergere una sorta di pericolosa forma mentis generalizzata, una deriva culturale nel paese che valuta il lavoro solo sul piano della quantità e non della qualità, lasciando tralignare una sorta di rassegnazione che fa si che un lavoro qualunque esso sia “sempre meglio di niente”.

Questa deriva è diretta conseguenza della crisi della rappresentanza da cui nessuno è esente a partire dal sindacato, di una crisi economica che non ha portato con sé i germi di una sana e costruttiva solidarietà, ma che al contrario ha fomentato pericolosi individualismi, di troppa austerità mortificante imposta dal Governo abbinata alla sua scarsa attenzione all’interlocuzione sociale. Questa deriva è oggi il nemico con cui ognuno di noi deve fare i conti.

Se è davvero il momento di invertire la rotta e cominciare di parlare di crescita e sviluppo, è anche il momento di ripristinare la giusta collocazione del lavoro nel dibattito e nella cultura collettiva del nostro paese.

Se i dati della disoccupazione e tutti gli indicatori economici ci raccontano di condizioni paragonabili a quelle del dopoguerra, non è invocando o attendendo un piano Marshall che possiamo trovare soluzioni, ma concentrandoci e mirando alle reali risorse che il sistema Italia offre.

Il Turismo è un giacimento minerario prezioso su cui colpevolmente per troppo tempo tutti gli attori sono stati miopi. Miopi nelle perizie geologiche Miopi nelle azioni di scavo. (Permettetemi il paragone improprio, per così dire “ geologico”).

Il recente piano del turismo presentato dal Ministro Gnudi è finito prevedibilmente su un binario morto. Quel piano scontava un peccato originale difficilmente emendabile: un verticismo che ha tagliato fuori qualsiasi interlocuzione con chi il turismo lo compone, lo costituisce, lo fa: imprese e lavoratori.

Noi stiamo ( e quando dico noi intendo per l’appunto imprese e sindacati) avviando il rinnovo dei contratti nazionali.

In un contesto di partenza difficile abbiamo chiesto alle parti datoriali di condividere un perimetro che ci permetta di esprimerci con una voce sola, quel perimetro è una parola spesso abusata mai realmente praticata Governance.

Il Turismo ha bisogno di valorizzazione e questa valorizzazione passa attraverso la politica. Il turismo ha bisogno di politica, di una politica che interloquisca in maniera attiva, proattiva e costruttiva fuori da ogni logica assistenzialista fuori da ogni vecchia diatriba di competenza fra regioni stato ministeri aboliti o come l’araba fenice rinati.

Il nostro attuale contratto di lavoro si apre appunto parlando di Governance di settore, di iniziative volte a migliorare e strutturare l’offerta turistica del nostro paese dandole il ruolo di volano economico che solo in potenza rappresenta.

Non è puntando tutto come il piano per il turismo fa, sull’appeal del brand Italia verso i paesi stranieri che si rilancia un settore in crisi. Bisogna porsi la questione di come rilanciare la domanda interna che è pesantemente e prevedibilmente crollata per gli effetti nefasti della crisi.

E’ necessario ragionare dei mutati costumi degli italiani in tema di tempo libero e vacanze e riadattare l’offerta ad una domanda che è fisiologicamente cambiata.

Temi quali il turismo sociale e la destagionalizzazione della offerta vanno riscoperti e riragionati in virtù di scenari complessivi in rapida evoluzione anche ma non solo per effetto di globalizzazione e Crisi.

Il Turismo è solo erroneamente definito settore e quindi destinatario di politiche settoriali. E’ quanto infatti di più intersettoriale esita e merita pertanto un’osservazione ampia che tenga insieme e metta a sistema interventi che riguardano infrastrutture, ambiente, patrimonio culturale, trasporti, valorizzazione del territorio o dei territori.

Non esistono ricette precostituite; di certo abbiamo il bilancio in negativo delle tante opportunità perse in passato.

Di certo possiamo costruire assieme un laboratorio condividendo l’obbiettivo della riscoperta e della capitalizzazione del patrimonio turismo in Italia.

In questo schema si inserisce il LAVORO. Il lavoro che nel turismo è ancora troppo spesso irregolare, discontinuo, precario e che con la sua fragilità contribuisce alla progressiva perdita di competitività che stiamo registrando.

Sfatiamo un mito ampiamente diffuso. Il sindacato e in particolar modo la Cgil non alza barricate di fronte alla flessibilità. I contratti di lavoro firmati unitariamente alle altre sigle sindacali parlano raccontano nei fatti una storia diversa.

La sfida della flessibilità noi l’abbiamo raccolta da anni. Essa però deve coniugarsi ora più che mai a forme di lavoro stabile professionalizzato e formato che consenta la qualificazione del settore anche attraverso la manodopera.

L’ industria turistica e l’accoglienza non possono essere delocalizzate fortunatamente. Ma ciò non è ragione sufficiente per ritenere il lavoro come una variabile di spesa su cui incidere inesorabilmente legata alle fluttuazioni di un mercato che non offre più visibilità.

La sfida che noi vorremmo lanciare in questa assise cercando di raccogliere più interlocutori e alleati possibili è quella di condividere non solo l’aspetto della salvaguardia dell’occupazione attuale ma un implemento della stessa, aiutando ad abbassare quella insopportabile percentuale di inoccupati e scoraggiati che rappresentano una ferita di civiltà prima ancora che un dato numerico socialmente allarmante.

Sarebbe facile accanirsi sulla riforma Fornero che credo il nuovo Governo dovrà quantomeno rivalutare nel suo complesso di norme in alcuni casi contraddittorie ma soprattutto nel suo mancato contributo a favore dell’occupabilità a partire da quella giovanile.

Qualcosa di sicuro è andato storto. E non è consolante e di alcuna soddisfazione dire ora “noi l’avevamo detto”.

Bisogna guardare avanti in “una prospettiva di crescita” parafrasando appunto il titolo della legge 92.

Bisogna investire nel lavoro per creare lavoro e agganciare il lavoro nel suo ruolo di anello di una catena che assieme alle altre non solo “tiene insieme” ma cementa struttura rafforza il sistema Turismo in questo paese.

Bisogna in definitiva qua più che altrove avere il coraggio di parlare anche di questi tempi di qualità del lavoro e non solo di quantità, di professionalità e non di meri posti di lavoro, perché per operare e cambiare le cose prima bisogna ripristinare un clima, un humus positivo che spinga tutti a rialzare lo sguardo e spingerlo oltre la drammaticità dell’oggi.

C’è bisogno non di promesse, né di slogan, ma di speranze e di un ottimismo nel dialogo, nel riconoscimento del valore di ogni attore sociale in quanto portatore di interessi e proposte: una ripartenza è possibile.

Grazie.