Internet «salva» i disoccupati

20/12/2000

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Mercoledì 20 Dicembre 2000
italia – lavoro
L’inefficienza del sistema di incontro tra domanda e offerta favorisce lo sviluppo della Rete.

Internet «salva» i disoccupati. Rapporto del Lavoro: il servizio privato stenta a decollare ma «cattura» più del collocamento

ROMA. Un collocamento fai da te, grazie alla Rete. È così che imprese e lavoratori italiani si "aggiustano" rispetto all’inefficienza del sistema di intermediazione tra domanda e offerta di lavoro. Si scavalca, in questo modo, il vuoto che offrono i servizi pubblici all’impiego cercando una soluzione su misura, individuale, che oggi diventa possibile con Internet. È questa una delle novità sottolineate nel Rapporto di monitoraggio sulle politiche del lavoro, nella parte che riguarda il sistema del collocamento curata da Paolo Sestito, dove per la prima volta si fa un esame più dettagliato sul peso e l’entità del fenomeno "ricerca del lavoro online". Dei 156 siti censiti dal Rapporto (su 271 aziende quotate in Borsa), più di un terzo contengono uno spazio dedicato alla ricerca di personale e alle proposte di impiego. Un fenomeno, insomma, che comincia ad avere una certa rilevanza anche da noi, nonostante altrove sia molto più diffuso.

Quello che è più interessante è l’impatto che la rete potrà avere sul sistema complessivo, se diventerà cioè l’alternativa a un collocamento che oggi non funziona. Il problema infatti non è solo quello noto dei servizi per l’impiego pubblici ma anche del collocamento privato che stenta a decollare. Incomprensibile appare il muro normativo costruito tra società di interinale e quelle di collocamento: un freno assurdo e un po’ ipocrita sia perché impedisce di sfruttare le informazioni e il know how delle aziende di interinale ma soprattutto perché non riconosce che di fatto queste aziende già fanno collocamento.

«Non credo — dice Paolo Sestito — che la Rete spiazzi del tutto l’intermediazione pubblica o privata che sia. Tante informazioni non possono viaggiare sulla Rete o perché sono troppo sofisticate o perché i soggetti hanno bisogno di un’azione più complessa. Penso soprattutto ai disoccupati di lunga durata che certo richiedono interventi più mirati. Il mondo va avanti e quindi la Rete aprirà nuovi spazi ma sarà piuttosto uno strumento, una modalità di cui si serviranno i servizi di intermediazione».

Non solo Rete. I privati, infatti, devono innanzitutto combattere con una legislazione poco "promozionale": e infatti sono solo 13 le agenzie che oggi operano, concentrate al Nord, mentre al Sud sono praticamente assenti (su 23 agenzie solo 2 sono al Sud). Dei 2.600 lavoratori collocati dai privati solo 11 risiedevano nel Mezzogiorno anche se un dato colpisce: nonostante le ridotte dimensioni, i privati in senso lato (collocamento, interinale, strutture di selezione e ricerca) riescono a contattare molti più disoccupati, anche tra quelli iscritti al collocamento pubblico. Basta leggere un dato: nel primo semestre 2000, gli iscritti al sistema pubblico hanno ricevuto più offerte di lavoro dai privati che non dal collocamento pubblico (105mila contro 44mila). Insomma, l’iscrizione si conferma una pura formalità che non dà aspettative occupazionali tant’è vero che poi ci si rivolge anche ai privati: dei 525mila individui in contatto con strutture private, 143mila sono iscritti ai servizi pubblici per l’impiego.

Dai dati sugli iscritti al collocamento pubblico si conferma una situazione ormai strutturale: offrono scarse chance occupazionali ma è anche vero che gli iscritti sono poco interessati alla ricerca di un lavoro e quindi a quei nuovi servizi, come l’orientamento, che dovrebbero essere erogati dai "riformati" servizi. È infatti in atto da quasi due anni la riforma del collocamento pubblico ancora non compiutamente attuata: i servizi di politica attiva non sono ancora decollati mentre il Sil, cioè la rete informatica che dovrà collegare banca dati pubblica e privata, è ancora in rampa di lancio. «C’è — conclude Sestito — un eccesso di segmentazione legislativa creata tra i privati, per esempio tra società di interinale e collocamento. Inoltre, mi sembra più realistico immaginare che pubblico e privato agiscano su target di disoccupati diversi, il primo si occuperà dei soggetti deboli, i secondi del resto della platea».

Lina Palmerini