Interinali in un’azienda su due

13/03/2003

          13 marzo 2003
          LAVORO IN AFFITTO - Ricerca Worknet-Eurisko su 300 imprese
          Interinali in un’azienda su due
          ma ai disoccupati non piace

          MILANO Un’azienda su due ha utilizzato il lavoro temporaneo e una su quattro ha avuto almeno un addetto interinale nell’ultimo anno. Ma l’impiego a tempo non conquista tutti e quasi il 30% dei disoccupati non intende accettare un lavoro di questo tipo.
          Worknet ha presentato una ricerca commissionata all’istituto Eurisko che mette a fuoco il mercato del lavoro ad interim in Italia. Hanno risposto
          300 aziende sopra i venti addetti e 600 persone: i risultati sono stati poi perfezionati con interviste e focus group.
          Solo cinque aziende su cento non conoscono questa forma di flessibilità. Nell’industria, invece, il 55% l’ha utilizzata mentre nel commercio la quota scende al 38 per cento.
          Più di metà delle volte le imprese chiedono aiuto alle agenzie per affrontare i picchi di produzione. «La realtà — commenta Andrea Casalgrandi, amministratore delegato di Worknet — è abbastanza variegata. In generale,
          c’è chi ne fa uso in situazioni eccezionali, perché ha già un organico sufficiente e preferisce assumere attraverso altri canali, e c’è chi lo vede come area di flessibilità e strumento di "preprova", per scegliere una persona da assumere».
          In effetti, quasi il 38% dei contratti di lavoro interinali si trasformano in un contratto a tempo indeterminato.
          Una serie di risposte del campione dà la misura di questo fenomeno.
          Se solo il 3% parla di «sostituzione del periodo di prova», c’è un altro 40% di risposte che portano quasi sempre alla stessa conclusione: per avere personale
          formato e selezionato, per la necessità di figure non in organico e come alternativa all’assunzione diretta. Una scelta che si spiega con le difficoltà
          di trovare personale: per oltre il 61% del campione è abbastanza o molto difficile. L’anno scorso Worknet ha fatturato 175 milioni di euro, quasi l’80% in più del 2001, e ha inviato in missione 67.500 lavoratori. Numeri che, secondo Casalgrandi, sono destinati a ingrandirsi.
          C’è ancora un bacino parzialmente inesplorato di potenziali lavoratori interinali, quello dei disoccupati.
          Casalgrandi si stupisce per la scarsa penetrazione dell’interi nale proprio tra i senza lavoro. «La conoscenza —dice — è molto bassa. Spesso si trovano
          ai margini della società e magari non vengono a conoscenza delle occasioni che si creano con l’interinale. Forse il nostro mondo finora ha comunicato
          tanto con le aziende e meno con i possibili lavoratori». Nel complesso, solo il
          32% del campione di intervistati è propenso a lavorare come interinale in futuro, quota che si abbassa per gli operai e diventa più alta per studenti e
          disoccupati. La propensione delle aziende è maggiore: il 53% conta di utilizzarlo in futuro e un altro 15% è incerto. Casalgrandi è convinto che con il passare degli anni crescerà la domanda e tempi e qualità del servizio saranno decisivi. Le maggiori chance per chi cerca lavoro sono nell’industria metalmeccanica, dove due terzi delle aziende pensano di ricorrere all’interinale, mentre nei servizi la quota è del 37 per cento.
          ALESSANDRO BALISTRI