Inps sulle barricate

16/03/2007
    N.10 anno LIII – 15 marzo 2007

    Pagina 159/160 – Economia

      PREVIDENZA / LE POLEMICHE PER LA FUSIONE

      Inps sulle barricate

        Seimila poltrone di ex sindacalisti. A rischio se l’ente viene accorpato. E la resistenza è già cominciata

        di Stefano Livadiotti

          Romano Prodi questa volta ha davvero fretta. Vuole bruciare le tappe dell’operazione SuperInps, riunendo tutti i carrozzoni previdenziali italiani in un unico gigante delle pensioni con un bilancio dell’ordine dei 4-500 miliardi di euro l’anno. Giulio Santagata, suo braccio destro e ministro per l’Attuazione del programma, lo ha infatti convinto che il maxi-accorpamento sarebbe in grado di garantire d’un colpo un risparmio di due miliardi. Un gruzzolo prezioso che il premier potrebbe usare come merce di scambio nella trattativa con i sindacati, offrendo loro un aumento degli assegni più bassi di anzianità e di vecchiaia in cambio di un via libera alla riforma complessiva del sistema pensionistico. Così, l’obiettivo è stato pomposamente inserito all’ottavo punto del dodecalogo voluto dal premier nei giorni della crisi di governo. Ma, come in un perfido gioco di specchi, l’ostacolo più impervio sulla strada di Prodi sono di nuovo i sindacati, pronti allo scontro più duro in quella che gli addetti ai lavori hanno già ribattezzato "la guerra delle 6 mila poltrone".

          Sembra uno scherzo, ma tante sono le retribuzioni graziosamente erogate ogni anno dal solo Inps, sulla base di un manuale Cencelli rivisto in salsa sindacale. Da sempre riserva di caccia esclusiva per ex dirigenti di Cgil, Cisl e Uil in pensione, il maggiore degli enti di previdenza ha finito per assumere un modello organizzativo da socialismo reale. Funziona così. Al vertice ci sono un consiglio di amministrazione di nove membri, un consiglio di indirizzo e vigilanza (24 persone), un collegio dei sindaci (altre sette) e un direttore generale. Per completare il primo livello della piramide, quello degli organismi nazionali, bisogna poi aggiungere i comitati amministratori dei fondi e delle gestioni: 192 componenti che nel 2004 si sono riuniti, nel complesso, 513 volte, spendendo due milioni di euro. Se questo è il vertice dell’Inps, la base deve essere proporzionata. E lo è. I comitati regionali fruttano altri 542 incarichi (nel 2005 sono stati convocati 1.267 volte, al costo di 2,9 milioni). Ma non basta. Ogni comitato regionale può costituire fino a tre commissioni istruttorie. Se non ha sbagliato i calcoli, lo stesso Inps ne ha censite 34. Continuando a scendere verso il basso si incontrano i 102 comitati provinciali (che contano 3.264 teste), anche loro incaricati di esprimersi sui ricorsi in materia di prestazioni previdenziali. In un’infinita moltiplicazione di poltrone e strapuntini, ogni organo provinciale gestisce quattro commissioni speciali, una delle quali ha diritto a creare due ulteriori sottocommissioni istruttorie. Non è finita. In ogni provincia ci sono una commissione per la cassa integrazione nell’industria, una per i sussidi nell’edilizia e una per l’integrazione salariale agli operai agricoli. Fa altri 520 posti per le prime, 686 per le seconde e 789 per le ultime.

          I risultati finali li ha tirati uno che se ne intende: Giuliano Cazzola, presidente uscente dei sindaci dell’Inps, già nello stesso ruolo all’Inpdap e prima ancora esponente di spicco della Cgil. "Il numero dei soggetti a cui corrispondere gli emolumenti", ha scritto, "assomma a 6.222". È vero che in molti casi si tratta di gettoni di presenza da poche decine di euro. Ma conta anche la quantità. Cazzola si è preso la briga di conteggiare almeno 18 mila riunioni l’anno. Vuol dire un po’ più di 49 al giorno, mettendo nel conto anche Natale, Pasqua e Ferragosto. Non è un caso se alla fine la spesa per il personale è pari al 60 per cento dei costi di gestione. E al diluvio di gettoni prodotto dal conclave permanente del corpaccione dell’Inps vanno poi sommate le spese per le trasferte: 275.540 euro per i comitati centrali; 424.001 per quelli regionali e 875.023 per quelli provinciali (commissioni Cig escluse). Gli altri enti sono più piccoli, ma il sistema è copiato con carta carbone da quello dell’Inps, dove due commissioni diverse sovraintendono agli affari previdenziali dei pescatori. Si vede che una si occupa di chi getta l’amo nell’acqua salata, l’altra di chi lo fa in quella dolce. Analoga è anche la lottizzazione. All’Inps il direttore generale è Vittorio Crecco, nominato dal centrodestra e poi approdato sotto l’ala del presidente del Senato Franco Marini, ex leader nazionale della Cisl. A capo del Civ dell’Inpdap (dipendenti pubblici) figura Guido Abbadessa, ex Cgil. Come numero uno dell’Enpals (lavoratori dello spettacolo e dello sport) c’è Amalia Ghisani, ex segretario confederale della Cisl. Il presidente del Civ dell’Ipsema (marittimi) è Giancarlo Fontanelli, ex segretario confederale Uil. Ancora: a commissario straordinario dell’iPost è stato nominato Giovanni Ialongo, in quota sempre a Marini. E via continuando. È chiaro che ogni tentativo di smontare un simile giocattolo è destinato a incontrare formidabili resistenze. L’ultima prova è venuta nella fase di preparazione della legge finanziaria per il 2007. Gli uffici del ministero per le Riforme e l’innovazione nella pubblica amministrazione avevano messo a punto un elaborato chiaro: prevedeva la nascita di un ente unico (il poco musicale Inpu) e il commissariamento di quelli esistenti dal primo gennaio scorso. Il risparmio era calcolato in 100 milioni per quest’anno e un miliardo a partire dal 2008. La norma non è mai stata inserita nella legge di bilancio: scomparsa nei meandri ministeriali. Non miglior fortuna è toccata all’emendamento del ministero dell’Economia che si limitava a passare un colpo di spugna sul tentacolare apparato dell’Inps. Ha fatto capolino nella finanziaria, ma davanti alla levata di scudi dei sindacati è tornato di gran carriera nei cassetti di Tommaso Padoa-Schioppa. Alla fine è rimasta una norma che concede la possibilità di affrontare il problema nell’ambito della discussione generale sulla riforma della previdenza. Ma che aria tiri lo dice un fatto: quando il decreto sulle liberalizzazioni varato a luglio da Pierluigi Bersani ha disposto una diminuzione delle spese dell’Inps, il vertice dell’istituto si è limitato a ridurre la frequenza delle riunioni e il relativo ammontare dei gettoni. Senza tagliare una sola poltrona.

          Non solo i sindacati non hanno alcuna intenzione di mollare la presa sugli enti previdenziali. Vogliono tornare a contare di più. All’epoca di Tangentopoli, quando alcuni loro dirigenti erano rimasti invischiati in indagini su compravendite immobiliari (dalle quali peraltro sono poi usciti bene), Cgil, Cisl e Uil avevano fatto il beau geste. Erano usciti in massa dai consigli di amministrazione. Poi, nel 1994, con la riforma che ha introdotto negli enti la doppia governance basata su Cda e consigli di indirizzo e vigilanza, sono rientrati nei secondi, di fatto privi di potere (possono solo dire la loro sui bilanci). Fino a qualche mese fa, a parole la Cgil si era detta addirittura favorevole all’accorpamento degli enti. Quelli della Cisl erano stati più prudenti, consapevoli del fatto che ogni processo di aggregazione comporta per loro il rischio di perdere qualche posizione a vantaggio dei più forti cugini di Corso d’Italia. Ma Guglielmo Epifani e Raffaele Bonanni devono fare i conti anche con alcuni dei più agguerriti tra i loro colonnelli: come Carlo Podda e Rino Tarelli, i capi del Pubblico impiego, che da sempre rappresentano l’ala più conservatrice del sindacato italiano. E che nell’immediato hanno da difendere un interesse di bottega: Prodi infatti ha parlato di un SuperInps con 35 mila dipendenti, mentre gli addetti totalizzati oggi dagli enti previdenziali sono 52.482. Così, sia pure in modi diversi, proprio in questi giorni i vertici di Cgil e Cisl hanno preso a rivendicare il ritorno nelle stanze dei bottoni degli enti. Il segretario della Cgil ha chiesto l’istituzione della figura dell’amministratore delegato e la cancellazione dei Cda, con travaso di poteri ai civ. Quello della Cisl il ritorno nei consigli tout court.

          L’idea di fare un unico grande ente che distribuisca le pensioni a oltre 20 milioni di italiani non è certo un’alzata d’ingegno di oggi. Se ne discute dal 1993. Ora Prodi sembra deciso a fare sul serio: e nel palazzo già si parla della corsa al vertice di SuperInps (in pole position l’ex ministro del Lavoro Tiziano Treu, l’ex sottosegretario Laura Pennacchi e Renzo Innocenti, ds). Il ministro del Lavoro e della Previdenza, Cesare Damiano, non si oppone (chiede solo di tenere fuori dai giochi l’Inail). Padoa-Schioppa s’è defilato. Fassino & C. non sono sulle barricate. E l’opposizione sta alla finestra, con la speranza di assistere a una bella rissa tra il governo e i sindacati.

          Ostacoli legislativi non ce ne sono. La prima mossa è obbligata: il commissariamento degli enti. Per poi procedere al varo di SuperInps. Ma costruire il gigante delle pensioni ha un senso solo se si spazzano via le seimila poltrone in carico all’Inps. Altrimenti tutto si riduce a un’operazione di facciata. E, per il governo, al bis della figuraccia del luglio scorso, quando ha fatto marcia indietro sul decreto Bersani davanti alla faccia feroce di poche centinaia di tassisti.