“inMalattia” La carica dei malati immaginari (G.A.Stella)

12/04/2007
    giovedì 12 aprile 2007

    Prima Pagina (segue a pagina 44) – Opinioni

    FANNULLONI D’ITALIA

      La carica dei malati immaginari

      di Gian Antonio Stella

        C’è qualcuno disposto a scommettere una nocciolina sulla «ricetta» del presidente degli Ordini dei Medici Amedeo Bianco e dei sindacati, che hanno suggerito di delegare al «paziente» l’auto-certificazione della propria malattia per i primi tre giorni?

        Fossimo in Gran Bretagna, dove l’ex ministro Aitken è finito in galera per aver detto d’aver pagato lui il conto dell’hotel Ritz dove aveva incontrato due principi sauditi, benissimo. Ma qui? Per farsi un’idea di cosa succederebbe basta un giretto negli archivi: 126 capifamiglia inquisiti a Locri per avere imbrogliato sull’esenzione dal ticket, 859 persone (tre milionarie) denunciate a Enna perché dichiarando il falso avevano il «reddito minimo di inserimento», 321 «comunali» napoletani indagati per essersi aumentati lo stipendio inventandosi a carico suoceri e cugini.

        È facile appellarsi, ignorando le migliaia di truffe sui bonus bebè (370 a Voghera, 860 a Treviso, 250 a Perugia …) al senso civico degli italiani e bla bla bla. Ma c’è qualcuno che davvero, pur di sottrarsi alla chiamata al senso di responsabilità di Pietro Ichino, è disposto ad affidare il diritto a marcar visita (oggi, qui, con queste leggi e con questi condoni) agli stessi malati immaginari sui quali troppi medici chiudono entrambi gli occhi? Conosciamo l’obiezione: basta fare leggi severissime. Sì, ciao: non c’è in Italia una parola ormai svuotata di ogni senso quanto «severissimo». Ci vorrebbero un governo deciso a fare scelte impopolari (scansate sia a sinistra sia a destra), una maggioranza e una opposizione sgravate da partitini pronti a cavalcare le proteste di piazza, un sindacato coraggioso disposto a ridiscutere il suo ruolo di feroce guardiano dell’intoccabilità, sempre e comunque, del posto di lavoro. Dove sono?

        Anni fa la corte dei conti inglese denunciò scandalizzata che i bobby londinesi, immersi nel traffico sotto la pioggia, mancavano 14,4 giorni l’anno a testa. Da noi, dice la Ragioneria Generale, i giorni di assenza per malattia, permessi retribuiti e scioperi nel 2005 nel comparto pubblico sono stati mediamente (dai lavori più pesanti ai più eterei) 21 giorni e mezzo nel caso delle donne, quasi 13 degli uomini. Con picchi sconcertanti: rispettivamente 38,01 giorni di assenza pro capite delle donne e 23,67 degli uomini nelle agenzie fiscali, 34,23 e 20,29 alla Presidenza del Consiglio, 30,12 e 15,83 nel servizio sanitario, 27,51 e 18,89 nei ministeri, 25,87 e 15,85 nelle regioni e negli enti locali. Sono passati quasi vent’anni da quanto Sergio D’Antoni sbuffava contro i carabinieri («sarebbe meglio se impiegassero il tempo contro la criminalità organizzata») rei di aver setacciato centinaia di assenteisti nei ministeri dove, secondo Pierre Carniti, i dipendenti s’erano «autoridotti l’orario di lavoro, arrivando in ufficio in ritardo e uscendo in anticipo» e contavano nei dicasteri su «118 bar interni, 52 supermercati, 15 agenzie di viaggi, 35 studi medici, una quindicina di sportelli bancari e centinaia di negozietti, più o meno clandestini». Venti anni di nobilissime dichiarazioni di intenti, dette e ridette, sull’obbligo morale di premiare i bravi e punire i furbi.

        Eppure due giorni fa lo stesso assessore al personale del comune di Napoli ha dovuto ammettere che non solo i dipendenti di 13 assessorati su 16 ma la netta maggioranza dei 12.960 «municipali» partenopei non timbrano il cartellino. E l’idea del sindaco di Giugliano (la terza città campana per abitanti) di combattere l’assenteismo obbligando gli impiegati a firmare con l’impronta digitale la loro presenza è stata bocciata dai sindacati così: «Non siamo mica alla Nasa o alla Cia!» Novecento chilometri più a nord, nel frattempo, grandinava sul «re dei trapianti» di fegato delle «Molinette » di Torino Mauro Salizzoni. Che in uno sfogo a La Stampa, aveva osato dire che nel suo ospedale, «come altrove, c’è una marea di infermieri che non fa nulla. E se non sono il 50 per cento, saranno il 40». Ma come: lui? Vicino a Rifondazione Comunista? «Io sono di sinistra, difendo i lavoratori e non gli imboscati! C’è gente che meriterebbe la medaglia, per quanto dà all’ospedale. E altri che dovrebbero essere stanati». Non l’avesse mai detto! «Quello si è montato la testa perché è finito due volte in Tv. E’ meglio che faccia il luminare, senza parlare di cose che non conosce», l’ha bacchettato il delegato Cisl, Alfredo Ventre. Quanto all’accusa al sindacato d’aver «messo il veto» agli incentivi ai più bravi e volonterosi, il segretario torinese rifondarolo Gianni Favaro, dopo aver spiegato che «il sindacato non può fare l’ispettore», non ce l’ha proprio fatta a trattenersi. I premi non gli piacciono, dice, «perché in genere vanno ai leccaculo, spioni, ruffiani e baciapile».

        Con una sinistra così, immaginatevi la fifa che devono provare i fannulloni…