“inMalattia” Il magistrato è «costretto a credere» alla ricetta

11/04/2007
    mercoledì 12 aprile 2007

    Pagina 27 – Cronache

    Milano, il caso dei dipendenti Alitalia

      E il magistrato
      è «costretto a credere»
      a quella ricetta

      Impossibile fare
      le indagini necessarie
      per cercare la prova

        Luigi Ferrarella

        MILANO — Andare «al di là del certificato medico»? Il magistrato non può, perché, «al di là» dell’attestazione di un medico, «un eventuale dibattimento non consentirebbe di chiarire se e quali situazioni di impedimento» siano state «reali» e quindi abbiano giustificato l’assenza del dipendente (pubblico in questo caso) dal suo lavoro. La Procura di Milano motiva così l’archiviazione che ha chiesto per i fascicoli aperti per «interruzione di pubblico servizio» nel gennaio del 2004 a carico dei primi 12 assistenti di volo Alitalia che, da Milano, avevano partecipato nel giugno 2003 alla maxiastensione del lavoro in tutta Italia, giustificata dal personale con il contemporaneo insorgere di malanni attestati da certificati (la situazione addotta ieri a esempio dal professor Pietro Ichino in un articolo sul freno che a suo avviso l’Ordine dei medici mancherebbe di dare al fenomeno delle certificazioni «facili»).

        Si era in uno dei passaggi critici della vertenza sindacale su un piano di ristrutturazione della compagnia di bandiera, e hostess e steward, non potendo scioperare senza preavviso ma volendo di fatto ottenere lo stesso effetto, si erano «ammalati» a frotte in una «tre giorni» di grande impatto sui voli in programma e cancellati a decine: il primo giorno si erano dichiarati malati 700 assistenti di volo, il secondo 840, il terzo un migliaio.

        Oltre all’istruttoria aperta dalla Commissione di garanzia e all’avvio di procedimenti disciplinari interni, alcuni esposti erano state inoltrati a varie Procure della Repubblica, anche da associazioni di consumatori che avevano raccolto il malumore dei viaggiatori appiedati a sorpresa.

        Quei fascicoli, che a Milano erano stati rubricati con l’ipotesi di reato di «interruzione di pubblico servizio», sono stati archiviati dal giudice delle indagini preliminari su richiesta della stessa Procura della Repubblica. «Gli elementi raccolti nel corso delle indagini — ha infatti valutato il pubblico ministero — non appaiono idonei a sostenere validamente l’accusa in giudizio, essendo difficile dimostrare che la malattia dichiarata dagli indagati fosse in realtà strumentale all’interruzione del pubblico servizio per ragioni di rivendicazione sindacale. In altri termini, un eventuale dibattimento non consentirebbe di chiarire se e quali situazioni di impedimento siano state reali al di là delle certificazioni mediche».

        Fuori dall’ufficialità di un documento scritto, si intuisce che gli inquirenti abbiano anche preso in considerazione, in linea puramente teorica, la possibilità di ricercare quel tipo di prova (il minimo per instaurare un processo penale) ad esempio spulciando i tabulati telefonici delle migliaia di dipendenti «ammalati», per verificare se, chi per il certificato medico era malato, non fosse invece magari ben lontano da casa; ma si capisce anche che l’idea è stata presto scartata per il gigantismo dell’accertamento e i costi sproporzionati rispetto al tipo di reato. Anche perché, aggiunge la Procura, «viste le dichiarazioni dei rappresentanti Alitalia», comunque risulterebbe «difficile stabilire le conseguenze che l’assenza del singolo assistente di volo per malattia avrebbe provocato determinando la cancellazione dei voli programmati».

        lferrarella@corriere.it