“Info&Cult” Pensioni: La trappola di una falsa contesa

07/11/2003


7 Novembre 2003

pag.12



CULTURA



La trappola di una falsa contesa

La riforma del governo sulle pensioni viene spesso auspicata in nome del diritto dei giovani ad avere un futuro senza che i vecchi pesino sulle loro spalle. Ma questa guerra tra generazioni è tanto falsa, quanto ideologica. «Il pensionato furioso» di Giovanni Mazzetti

SANDRO PORTELLI

«Ciascuno di noi esiste – e può continuare a esistere … solo grazie all’attività di altri esseri umani… Se questa attività manca il denaro è del tutto inutile o ha un’utilità molto limitata. La dipendenza dagli altri, che può essere nascosta dietro all’apparente indipendenza garantita dalla disponibilità di denaro, diventa allora palese». Così scrive Giovanni Mazzetti in un piccolo e agevole libro, Il pensionato furioso. Sfida all’ortodossia previdenziale (Bollati Boringhieri, pp. 108, € 12 euro). Sembra mero buonsenso – su un’isola deserta, tutto l’oro del mondo non serve a niente – e infatti lo è. Ma il «senso comune» è cosa più complicata e ambigua di quanto il senso comune stesso non creda. L’affermazione di Mazzetti, infatti, serve a smontarne un’altra, apparentemente altrettanto elementare, che sta alla base di quella che lui chiama «l’ortodossia previdenziale»: e cioè che se aumenta il numero degli anziani (e non sale il numero degli occupati), ogni «giovane» si vedrà «sequestrata» una quota di reddito crescente per pagare le pensioni. Di qui, l’incitamento ai giovani alla lotta tra generazioni, a liberarsi di questo peso che gli anziani gli fanno gravare addosso, e il passaggio dall’atutale sistema «a ripartizione» a un sistema «contributivo», in cui ognuno ritrova nella pensione quello che lui stesso ha versato nella sua vita lavorativa: come vuole buon senso, «più ci metti, più ti ritrovi».

Ora, se due affermazioni di senso comune confliggono fra loro, bisogna fare un giro più lungo. Per esempio: se le pensioni degli anziani sono «reddito sequestrato» ai giovani, chiede Mazzetti, che cos’è il reddito speso dagli anziani per mantenere i giovani finché non possono mantenersi da sé? (oltre tutto, la crescente insostenibilità di questo costo pesa sulla diminuzione delle nascite, e quindi sullo squilibrio demografico fra le generazioni). Ma non è solo questione di equità – io ti ho mantenuto da 0 a 25 anni, tu mi mantieni da 65 a 90, se ci arrivo. Bisogna anche dimostrare che il senso comune del «più ci metti più ti ritrovi» non funziona. Con un discorso piano e comprensibile, ma con solidi fondamenti teorici, Mazzetti si dedica a dimostrare che si tratta di «una sorta di trappola, che tende a risucchiar[ci] in un passato tramontato».

La moderna idea «contributiva» delle pensioni infatti si fonda su un’immagine statica della società, come se vivessimo ancora ai tempi in cui la vecchiaia era assicurata dai soldi sotto il mattone e il materasso: quello che metti da parte è quello che ti ritrovi, appunto. Ma, come sappiamo, i soldi che metti sotto il mattone possono mangiarteli i topi. E quelli che metti nel fondo pensione possono mangiarseli l’inflazione, le crisi economiche (fra il 1929 e il 1932 il valore del capitale negli Stati Uniti si ridusse del 95 per cento: chi aveva risparmiato 100 dollari nel 1929, restava con 5 dollari tre anni dopo), le speculazioni (avete investito in titoli argentini?), le truffe (che ne è dei fondi pensione della Enron?).

Soprattutto, questo ragionamento ignora le tendenze di fondo della storia: lo sviluppo economico e la crescita della produttività. Nel sistema a ripartizione, i mezzi necessari a mantenere in vita e in condizioni decenti chi non è più in grado di produrre sono prodotti dal lavoro di chi produce oggi. Grazie all’aumento della produttività, oggi la produzione di questi mezzi di esistenza richiede meno lavoro; perciò anche se c’è meno gente in età lavorativa, è comunque in grado di tenere in vita un numero maggiore di anziani (a una condizione implicita: che gli incrementi di produttività non finiscano tutti in profitti).

Ecco l’interdipendenza fra esseri umani: la vita di chi ha lavorato ieri, e di chi lavorerà domani, dipende da chi lavora oggi. Ma è vero anche l’inverso: il lavoro di oggi dipende anche dal lavoro e dai consumi di chi ha lavorato ieri. Le nuove generazioni non devono rifare il mondo ogni volta daccapo, ma lavorano grazie a risorse, strumenti, infrastrutture, conoscenze prodotti dalle generazioni precedenti. E soprattutto, mettere reddito nelle mani degli anziani significa incentivare una domanda sia generica (più alimentazione, vestiario, abitazioni, servizi…), sia specifica (sanità, assistenza, tempo libero…). Questa domanda a sua volta genera occupazione, e quindi reddito (e quindi versamenti pensionistici), per quei giovani che altrimenti rischierebbero di non trovare più lavoro nella misura in cui l’incremento di produttività viene appropriato dal profitto e si traduce in minore occupazione.

Cioè: sempre più giovani potranno garantirsi le condizioni dell’esistenza grazie alla domanda degli anziani. Altro che reddito «sequestrato», e altro che guerra fra le generazioni. Se proprio «guerra» deve esserci, è sempre la stessa, e l’ortodossia previdenziale ne fa parte: la guerra del profitto contro il lavoro. Si tratta, in ultima analisi, di sottrarre risorse a chi ha lavorato per ridurre il costo di chi lavora, e in questo processo erodere anche, per entrambi, il senso dei propri diritti di lavoratori e di cittadini.

In questo senso, mi pare esemplare la critica specifica di Mazzetti alla logica della capitalizzazione che regge il sistema contributivo sostenendo che l’effetto dell’inflazione sarebbe compensato, se non addirittura capovolto, dalla valorizzazione del capitale accantonato. Come scrive un analista citato da Mazzetti, «quando il cittadino si ritirasse dall’attività, riscuoterebbe dal fondo i frutti di quel risparmio, che sarebbe stato valorizzato per lui».

Ma, a parte l’aleatorità storica di questa valorizzazione, è puro feticismo pensare che il denaro si valorizza da sé e non invece grazie o a un aumento della ricchezza prodotta (cioè, dal lavoro di chi lavora adesso), o da un semplice trasferimento di ricchezza da una parte all’altra della società. La pretesa che i soldi fruttino da soli è il nodo centrale del ragionamento. Si tratta di sostituire la dipendenza fra esseri umani con il solipsimo dei soldi: il pensionato, scrive un altro analista, sarebbe in condizione di «non dipendere più dai lavoratori che in quel momento sono attivi».

Ora, dice Mazzetti, anche se davvero i pensionati «capitalizzati» si ritrovassero più soldi in mano, non saprebbero che farsene se non ci fossero i lavoratori attivi da cui acquistare le prestazioni di cui hanno bisogno. E allora: «O i rendimenti del capitale corrispondono a una quota della ricchezza analoga a quella che veniva prima accantonata [con l'attuale sistema] per ripartizione, e allora sia i pensionati sia i lavoratori attivi finiscono nella stessa situazione di prima o il rapporto distributivo muta, e allora uno dei due guadagna a scapito dell’altro». Il rapporto può mutare a danno dei pensionati e a vantaggio delle imprese che risparmieranno sul costo del lavoro, oppure a danno dei lavoratori attivi e a favore dei pensionati: cioè, trasferendo reddito da una parte della società a quella parte che detiene capitali a qualunque titolo accantonati, compresi i titolari di fondi pensione.

L’intero apparato si rivela per quello che è: un gigantesco spostamento di reddito dal lavoro a capitale (grande e minuscolo che sia), e soprattutto una straordinaria operazione «pedagogica». Da un lato, i pensionati si trasformano da lavoratori che usufruiscono di un salario differito (questo infatti sono le pensioni), in capitalisti in polvere appesi alle fluttuazioni della Borsa, senza controllo reale sui loro stessi soldi in mani altrui; dall’altro, l’ortodossia previdenziale «si risolve nella convinzione che i lavoratori attivi debbano quietamente accettare di fornire un contributo al mantenimento degli anziani, nel momento in cui il loro lavoro
è comperato da questi ultimi nella forma dei rendimenti del capitale finanziario, mentre è giusto che si ribellino se, a `comperare’ quell’attività è esplicitamente il lavoro passato!». Di questo infine si tratta: illudersi di non dipendere dagli altri, interiorizzare la convinzione che solo il denaro, e il solo denaro, per sua sola forza, possiede e conferisce diritti.

Un’ultima osservazione, e una domanda. Per due volte ho citato frasi di Mazzetti chiuse con un punto esclamativo. Di solito, in saggistica il punto esclamativo non si usa. Infatti ero stato sul punto di toglierlo; poi ho capito che lì c’è l’essenza di questo libro: da un lato, la gioia intellettuale di un ragionamento portato a conclusione logica, il «quel che voleva si dimostrare»; dall’altro, l’indignazione morale di chi, con quel ragionamento, smaschera un’ingiustizia. Logica e morale insieme, dunque, l’una a sostegno dell’altra. E’ un intreccio di cui la nostra coscienza civile ha ancora molto bisogno.

La domanda è: siamo sicuri che l’incremento di produttività sia una tendenza permanente? Non può darsi che a un certo punto la curva si inverta e cominciamo a distruggere più ricchezza di quanta ne produciamo? Qualche segno preoccupante lo vedo. L’incremento di produttività dipende essenzialmente dall’aumento delle conoscenze, dagli investimenti, dall’impatto ambientale. Soprattutto in Italia ma non solo, vediamo tagli ai sistemi educativi, ridimensionamento della ricerca scientifica di base, disprezzo per le condizioni ambientali che rendono sostenibile la produzione. La concentrazione della ricchezza in sempre meno mani tende a ridurre la quota degli investimenti e della ricerca sui «risparmi». Allora, anche l’incremento della produttività non è una fatalità, ma dipende dalla capacità di imporre certe scelte allo stato e una meno iniqua distribuzione della ricchezza. Sono cose che possiamo fare solo con l’azione collettiva: «Ciascuno di noi esiste – e può continuare a esistere … solo grazie all’attività di altri esseri umani…».