Inflazione: una lunga guerra dei numeri

05/02/2004


05 Febbraio 2004

analisi
Alessandro Barbera

I DATI SUI PREZZI RIACCENDONO LO SCONTRO SUGLI AUMENTI
Una lunga guerra dei numeri fra politica e cifre «fai da te»
A quali statistiche credere? Panieri e metodi di calcolo sotto accusa
Brunetta: non tutti i rilevatori sono uguali. Boeri: bisogna dare fiducia

ROMA
ISTAT, Eurispes, Eurostat, Isae, Prometeia, Ocse, Commissione Europea, Fondo Monetario. Di chi fidarsi? Vale di più l’inflazione reale o quella percepita? Ed il dato sull’andamento dei prezzi è sufficiente a valutare il costo della vita? In tempi di ripresa incerta, la gente cerca conferme nei numeri. E in un Paese in cui – dicono gli economisti – la statistica non ha mai goduto di grande popolarità la guerra delle cifre non aiuta a capire. L’Istat ieri ha diffuso i dati sull’andamento dei prezzi al consumo a gennaio. Un dato che, su base annua, per l’Istituto nazionale si statistica scende al 2,2%, non lontano dunque dalla media europea. Numeri che smentiscono seccamente gli andamenti a due cifre denunciate dall’Eurispes, un istituto di ricerca che, denuncia il ministro Marzano, conta nel suo consiglio direttivo «a differenza dell’Istat, conta ben cinque esponenti politici, tutti dell’opposizione». Dall’avvento dell’euro non è la prima volta che i numeri dei due istituti costituiscono oggetto di roventi accuse. Lo scorso maggio, durante la polemica sul «caro-euro» diversi economisti, fra questi Mario Arcelli, Paolo Sylos Labini e Tito Boeri, intervennero per impedire che venisse «incrinata l’autorevolezza dell’Istituto di statistica, che si fonda, tra l’altro, nel severo vaglio scientifico internazionale». Una polemica riemersa puntuale dopo ogni rilevazione dell’uno o dell’altro Istituto. Tito Boeri, dalle pagine di questo giornale, nei giorni scorsi ha preso chiaramente le distanze dal lavoro dell’Eurispes, che, ha scritto, «calcola l’inflazione dando lo stesso peso ai cambiamenti nel prezzo del pepe nero o del pane». «Sarebbe ora di smetterla con le statistiche “fai da te”», ha detto ieri l’economista ed europarlamentare Renato Brunetta. Il quale considera un errore «mettere sullo stesso piano centri privati di rilevazione e l’istituto centrale di statistica, sondaggi opinabili e statistiche scientificamente strutturate». I numeri dell’Istat, ha sottolineato l’economista Paolo Manasse sul sito «Lavoce.info», in materia di prezzi al consumo possono contare anche sul giudizio lusinghiero del Fondo Monetario Internazionale. Ma c’è chi non è d’accordo e, come Clemente Mastella o Alfonso Pecoraro Scanio ieri hanno messo nuovamente in dubbio la veridicità dei numeri dell’Istat.
Come al solito, penserà qualcuno, in Italia si trova l’occasione per litigare su qualunque cosa. Eppure non è così: nell’austero Regno Unito, ad esempio, nel 1993, si discusse sulla rimozione dei tassi sui mutui bancari dall’indice dei prezzi al consumo. Una scelta che, dissero i detrattori, aveva l’obiettivo di nascondere un aumento dell’inflazione causato dalla necessità di aumentare i tassi di interesse. Negli ultimi anni (e non solo in Italia) si è polemizzato a lungo sulle manovre di «finanza creativa» in molti Paesi dell’Unione per far tornare i conti dei rispettivi bilanci dello Stato, stretti fra l’esigenza di rispettare i parametri di Maastricht e quella di non deprimere economie già colpite da una lunga fase di stagnazione.
Il problema dei dati statistici è che, in quanto difficili da determinare, è altrettanto difficile valutarne la qualità. Dietro ad un dato sull’inflazione ci sono laboriosi modelli matematici sconosciuti ai più. Dunque, dicono gli esperti, è importante garantire la massima indipendenza per le agenzie statistiche nazionali ed europee come Istat o Eurostat.
Inoltre, a proposito dell’inflazione, si potrebbe migliorare l’elaborazione dei dati a livello «locale» o del tipo di prodotti che concorrono nella determinazione del dato complessivo: alimentari, spese per servizi, eccetera per capirne meglio la loro incidenza. Ciò che è certamente sbagliato, sottolinea Tito Boeri, è dare la sensazione che nessun dato sia credibile. In una fase di difficile ripresa, spiega, «convincere la gente che i salari hanno perso il 20% del loro potere d’acquisto significa aprire la strada al baratro». Perché se la gente si convince di questo, i consumi si deprimono ulteriormente. Ma per fortuna, dice l’Istat, ciò non è successo, e anzi ciò dimostrerebbe un andamento per nulla preoccupante dei prezzi: nei primi nove mesi dello scorso anno, secondo i dati resi noti dal presidente Biggeri, i consumi interni sono cresciuti dell’’1,7%.