Inflazione programmata, si annuncia battaglia

26/07/2004


          lunedì 26 luglio 2004

          retroscena

          ANCORA INDEFINITO IL VALORE CHIAVE CHE SERVE A STABILIRE GLI AUMENTI DI STIPENDIO
          Inflazione programmata, si annuncia battaglia
          Il governo per il 2005 potrebbe indicare l’1,4%, i sindacati chiedono il 2,4

          AI più il termine «inflazione programmata» non dice granché. Eppure dal numero che potrebbe uscire dalla trattativa fra governo e parti sociali dipendono gli aumenti di stipendio di moltissimi italiani, e l’esito delle trattative contrattuali in scadenza, private e pubbliche: dalla scuola al trasporto locale, dai medici al pubblico impiego. Aumenti che non cambiano la vita di chi li riceve, ma che, nel caso dei rinnovi dei dipendenti pubblici, possono costare carissimi alle casse dello Stato. Basti pensare al contratto dei soli dipendenti della pubblica amministrazione: se il governo decidesse di garantire ai sindacati quanto inizialmente richiesto, l’erario dovrebbe tirare fuori due miliardi e mezzo di euro in più di quanto previsto dalla Finanziaria, più di quanto valga sul mercato il 5% del capitale dell’Enel.

          «Vogliamo un numero realistico», hanno chiesto i sindacati in vista dell’incontro di oggi. In effetti, a guardare la serie storica degli andamenti di inflazione reale e programmata la richiesta ha un fondamento: se nella seconda metà degli Anni 90 (a fronte di tassi molto più alti) gli scostamenti erano minimi, negli ultimi quattro anni la forbice si è allargata: nel 2000 con un inflazione programmata dell’1,2% quella reale si è attestata al 2,5%. Nel 2001 la programmata è salita all’1,7%, la reale al 2,7%. Nel 2002 dall’1,7% si è saliti fino al 2,5%, nel 2003 l’1,4% programmato a fine anno è quasi raddoppiato: 2,7%. Quest’anno a fronte di un programmato all’1,3% viaggiamo attorno al 2,3%. Dall’esecutivo non trapelano indiscrezioni su quale sarà la proposta del governo, ma l’orientamento sembra quello di confermare gli ultimi valori fissati dai documenti di finanza pubblica, che oscillano fra l’1,4% e l’1,5%.

          L’ultima previsione sull’andamento dell’inflazione nel 2005 è dell’Isae, che la stima al 2,2%. Una indicazione più contenuta la fornisce il centro studi di Confindustria, che prevede per il prossimo anno un andamento attorno al 2%.

          La logica che sottende stime così caute è legata anche alla necessità di non alimentare la spirale prezzi-salari, ciò che avveniva ai tempi della scala mobile. Da molto tempo però i sindacati lamentano una forte perdita d’acquisto degli stipendi. Di più: le polemiche dei mesi scorsi sul «caro-euro» hanno messo sotto accusa persino i metodi di rilevazione del tasso di inflazione reale, che non sarebbe riuscito a registrare il forte incremento dei prezzi dopo l’avvento della moneta unica. Nel governo c’è poi chi sostiene che sul piatto della trattativa bisognerebbe mettere gli eventuali benefici che i lavoratori riceverebbero da un abbassamento delle aliquote Irpef. Insomma, in una fase in cui si vuole rilanciare il metodo della concertazione, la questione dell’inflazione programmata potrebbe rivelarsi esplosiva.


          Questo giovedì riparte la trattativa sui rinnovi contrattuali del pubblico impiego che si trascina da quasi otto mesi. Alla vigilia dello sciopero generale dello scorso maggio il numero uno della Cgil-Funzione pubblica escluse categoricamente la possibilità di un «baratto» fra eventuali riduzioni fiscali e rinnovi. L’ultima richiesta prevede aumenti medi per il 2005 pari a circa il 2,4%, più della peggiore delle stime sull’andamento dell’inflazione reale.


          Il contratto dei dipendenti pubblici è del resto un argomento politicamente sensibile anche all’interno del governo, soprattutto dalle parti di An e Udc: riguarda tre milioni e mezzo di lavoratori, probabilmente fra i più «mobili» elettoralmente. Sabato il numero uno della Uil Angeletti ha tagliato la testa al toro coniando un terzo tipo di tasso di inflazione: «Non mi interessa che tasso programmato metteranno. Noi terremo conto di quello prevedibile. Basta con le politiche di anticipo dell’inflazione». Meno provocatoriamente l’economista Tito Boeri considera il «Tip» (questa la definizione in accademia) «solo un motivo di litigio per imprenditori e sindacati, con il governo costretto fra l’incudine e il martello». La conclusione è però più o meno quella di Angeletti: «Perché non abolirlo, e prendere a riferimento l’andamento di prezzi e salari in Eurolandia?»

        lunedì 26 luglio 2004

        L’accordo del ’93

        L’accordo del 23 luglio 1993 stabilì una cadenza biennale della contrattazione nazionale degli standard retributivi minimi e ne fissò il criterio agganciando gli aumenti al «tasso di inflazione programmato» demandando poi alla contrattazione aziendale l’adeguamento delle retribuzioni agli incrementi di produttività o redditività delle singole imprese. Il meccanismo concordato tra governo, imprese e sindacati, che contribuì in maniera significativa a ridurre la dinamica dell’inflazione e quindi a risanare le finanze italiane, prevedeva poi che passati i primi 2 anni le parti sociali tornassero a incontrarsi per definire il recupero dell’eventuale differenziale tra inflazione programmata e quella reale e quindi gli aumenti collegati all’inflazione programmata del biennio successivo. Il tema del meccanismi salariali è tornato d’attualità nelle scorse settimane quando la Cgil ha deciso di abbondonare il tavolo di confronto con la Confindustria che ha proposto ai sindacati l’avvio di una trattativa per rivedere le procedure assicurando però al contempo il rinnovo di tutti i contratti aperti con le vecchie regole.