Inflazione, le imprese accusano i commercianti

02/02/2004



sabato 31 gennaio 2004

IL CASO

Inflazione, le imprese accusano i commercianti

      ROMA – E’ polemica tra Confindustria e Confcommercio sull’inflazione. Ieri mattina l’Istat ha diffuso la rilevazione sui prezzi alla produzione a dicembre dalla quale risulta che c’è stata una diminuzione dello 0,1% rispetto a novembre e un leggero aumento (0,8%) rispetto a un anno prima. Nei confronti del dicembre 2002 gli incrementi più rilevanti sono stati registrati per i prodotti alimentari, bevande e tabacco (»3%), del legno e dei mezzi di trasporto (per entrambi »1,9%). Consistenti diminuzioni si sono avute invece per i prodotti petroliferi raffinati (-2,8%). In media, nel 2003, i prezzi alla produzione sono aumentati dell’1,6%, circa un punto in meno di quelli al consumo. Il centro studi di Confindustria ha poi diffuso una nota per sottolineare come la produzione non sia responsabile dell’inflazione. «Si allarga nuovamente la forbice tra la dinamica dei prezzi alla produzione e quella dei prezzi al consumo». Questa differenza, prosegue la Confindustria, «rappresenta un fattore molto preoccupante di erosione del potere d’acquisto delle famiglie e, al tempo stesso, di rischio di indebolimento della competitività delle imprese».
      Tra i prezzi alla produzione, sottolinea il centro studi degli industriali, anche quelli relativi ai beni finali di consumo risultano in rallentamento (dall’1,7% tendenziale di novembre all’1,5% di dicembre). La persistenza del gap nel medio termine, spiega il responsabile del centro, Paolo Garonna, «indica chiaramente quanto il differenziale sia legato a fattori di natura strutturale dalla Confindustria più volte evidenziati, quali la scarsa efficienza nel settore della distribuzione commerciale e in taluni comparti dei servizi, nonché il peso delle mancate liberalizzazioni nei settori non esposti alla concorrenza, come ad esempio i servizi pubblici locali».
      Ma i commercianti non ci stanno a finire sul banco degli imputati. E così in serata la Confcommercio ha diffuso a sua volta una nota per replicare all’associazione guidata da Antonio D’Amato.
      «La diagnosi fatta dal centro studi di Confindustria sulle dinamiche dei prezzi è scorretta e anche assai strumentale, perché continua a ignorare un dato di fondo che è incontrovertibile, e cioè che gli indici dei prezzi alla produzione e quelli al consumo non sono omogenei tra loro e quindi direttamente confrontabili». Gli indici alla produzione, osserva l’associazione presieduta da Sergio Billè, «non comprendono infatti né i prodotti freschi, né quelli importati, né i servizi, né tutti gli oneri aggiuntivi che gravano su tutto il settore distributivo senza distinzione alcuna. La verità è che ci troviamo davanti a un ennesimo e assai scorretto tentativo di depistaggio di fronte alla sempre più palese e marcata perdita di competitività del nostro sistema industriale».
Enr. Ma.


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