Inflazione, la febbre resta alta

21/02/2001





A febbraio nelle città campione crescita dello 0,4% mensile e del 3% tendenziale: rincari nei servizi
Inflazione, la febbre resta alta
Effetto mucca pazza nell’alimentare – Per i sindacati politica dei redditi a rischio, Letta resta ottimista

di Alessandro Balistri

ROMA Oltre alle mucche, la Bse fa impazzire i prezzi. L’allarme per il morbo bovino ha preso il posto del caro petrolio nell’influenzare il costo della vita, facendo schizzare in alto i listini dei prodotti alimentari, gonfiati dall’affannosa ricerca di un’alternativa alla carne rossa. Ma l’effetto Bse non è l’unica causa degli aumenti di febbraio. Secondo i dati delle prime città campione, diffusi ieri, il tasso d’inflazione è aumentato dello 0,4% rispetto a gennaio e del 3% su base annua: i beni alimentari hanno registrato una crescita dello 0,5% e sono stati determinanti insieme all’impennata della voce «alberghi, ristoranti e pubblici esercizi» e i surriscaldamenti di servizi, tariffe, trasporti e istruzione.

Il dato generale conferma un mercato caldo sul fronte dei prezzi — a gennaio la crescita tendenziale era stata del 3% — anche se ancora una volta si tratta soprattutto di un’inflazione da costo, non causata dalla domanda. L’anno scorso era stata la miscela di euro debole e caro petrolio a far lievitare i prezzi. Adesso il costo che incide è principalmente, ma non soltanto, quello dei generi alimentari che solo a Genova hanno registrato un aumento inferiore allo 0,5% su base mensile, raggiungendo le percentuali più elevate a Napoli (+1,8% su gennaio, +5,6% annuo), Palermo (+1% mensile, +3,5% annuo) Venezia (+0,9% e +3,7%) e Bologna (+0,8% e +3,9%). I prezzi risentono dei rincari alle carni di maiale, di pollo, di coniglio e del pesce: a Milano le sarde costano il 15% in più e a Firenze il prezzo delle triglie è aumentato del 9 per cento in un mese. Il problema è che i listini della carne rossa non compensano questi sbalzi, talvolta addirittura spingono il carovita, come a Firenze dove le carni fresche di bovino adulto hanno avuto incrementi dell’1 per cento.

I picchi dell’alimentare non sono l’unico motore del ritmo sostenuto dei prezzi. Gli aumenti sono stati consistenti in molti settori e in tutte le città: Milano (+0,4% mensile e +2,8% tendenziale), Trieste (+0,7% e +3,4%), Genova (+0,2% e +2,6%), Bologna (+0,3% e +3%), Firenze (+0,2% e +2,8%), Napoli (+0,7% e +2,8%), Bari (+0,3% e +3,4%), Palermo (+0,4% e +2,7%). Per avere la conferma di questa tendenza bisognerà attendere la stima provvisoria dell’Istat, il 2 marzo, mentre il dato definitivo sarà elaborato due settimane più tardi: ma la tendenza già preoccupa i commercianti e mette in stato d’allerta i sindacati.

«Ormai c’è una certezza — si legge in una nota del centro studi di Confcommercio —: bisogna fare i conti con un’inflazione al 3% e quindi intervenire su quegli elementi che mantengono elevata la dinamica dei prezzi al consumo». Confcommercio ritiene necessario «adottare immediatamente misure anticicliche che invertano la tendenza in atto e mettano un freno all’incessante rincorsa delle tariffe». E Confesercenti chiede «un’azione di controllo e di contenimento per evitare di essere costretti a rivedere drasticamente l’obiettivo prezzi fissato dal Governo per il 2001».

Da Teheran, il ministro dell’Industria, Enrico Letta, ha assicurato che «l’Italia sta tenendo sotto controllo l’inflazione. Il dato di oggi (ieri, ndr) è la dimostrazione che che quello di gennaio era un andamento congiunturale e non strutturale». Quello dell’inflazione, secondo Letta, è un «dato importante che arriva proprio in concomitanza al cartellino giallo presentato dalla Ue all’Irlanda per la sua politica di sviluppo inflazionistica. Una politica — ha aggiunto Letta — che è quella del modello Berlusconi». L’andamento dell’inflazione e la crescita della produzione industriale, ha detto ancora il ministro, «dimostrano la vitalità del sistema economico e la capacità del governo dell’economia di tenere sotto controllo le dinamiche inflazionistiche».

Ma i prezzi riscaldano il clima dei rinnovi contrattuali. Secondo Giovanni Guerisoli, segretario confederale Cisl, «rischia di essere solo un alibi» mentre pesano soprattutto le tariffe, e con questo costo della vita «la politica dei redditi è a rischio». «Se lo scostamento tra inflazione programmata e reale sarà confermato le prossime piattaforme per i rinnovi dei contratti saranno costrette a partire da questo dato e a tenerne conto», ha detto Adriano Musi, numero due della Uil, denunciando la mancanza di politiche di controllo e l’«effetto trascinamento degli ultimi aumenti tariffari». Uno scenario rischioso secondo gli analisti. «Se gli aumenti dei prezzi si trasferiranno sui salari — avverte Paolo Guida del Credit — l’inflazione rischia di restare stabilmente sopra il 3 per cento».

Mercoledì 21 Febbraio 2001 -Pag.11

 
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