Inflazione ferma, costo della vita su

11/02/2005


       
       
       
       
      Numero 035, pag. 4 del 11/2/2005
      Autore: di Alessandro Polli
       
      Inflazione ferma, costo della vita su
       
      Ecco perchè la variazione dei prezzi calcolata dall’Istat non corrisponde al sentire dei consumatori.
      La realtà statistica è diversa da quella percepita dai cittadini
       
      L’Istat è assolto con formula piena dalle accuse di fotografare un paese diverso dalla realtà per quanto riguarda il tasso di inflazione. Se è vero, infatti, che quello fornito dall’Istituto è il quadro di una realtà statistica e non oggettiva, è pur vero che il mutamento annuale del paniere e del vettore di pesi assicura che il Nic, ossia l’indice dei prezzi al consumo, fotografi adeguatamente l’inflazione. Nessuno potrebbe riuscire a fare di meglio. A meno che non si scelga di affiancare all’indice generale dei prezzi al consumo un indice dei prezzi al consumo per beni e servizi a elevata frequenza di acquisto, considerando che inflazione e variazione del costo della vita sono due concetti distinti. Vediamo come.

      Inflazione e costo della vita. Sono due concetti completamente diversi. L’inflazione ha un significato esclusivamente teorico, in quanto rappresenta la media delle variazioni dei prezzi di un insieme di beni e servizi (detto paniere, come è noto) rappresentativo della totalità delle transazioni finali che hanno luogo nel sistema economico. La rappresentatività del paniere implica che ciascun bene o servizio componente il paniere avrà un suo coefficiente d’importanza (o peso), funzione del rapporto tra transazioni di mercato che lo riguardano e totale degli scambi che si realizzano in un periodo di riferimento scelto come base. In altri termini, se gli scambi relativi al pane rappresentassero il 10% del totale delle transazioni che si realizzano sul mercato nell’anno base, le variazioni del prezzo del pane contribuirebbero per il 10% al calcolo della variazione media dei prezzi dei beni e servizi.

      Il costo della vita, al contrario, ha un significato molto più vicino a quanto si osserva nella realtà quotidiana, in quanto è la spesa per l’acquisto di una determinata combinazione di beni e servizi di utilizzo frequente. E qui nascono gli equivoci. Perché se è vero che, per un economista, il consumatore rappresentativo acquista ogni mese una certa quantità di tutti i beni e servizi che compongono il paniere, nel mondo reale nessun consumatore si comporta come ipotizzato dall’economista. È per tale motivo che inflazione e variazione del costo della vita sono due concetti distinti.

      Per avere un’idea della profonda differenza che separa inflazione e costo della vita, facciamo riferimento a un paniere semplificato contenente soltanto tre beni: pane, spese per l’abitazione e apparecchi televisivi. L’indice dei prezzi al consumo, che misura l’inflazione, fa riferimento a tutti e tre i beni componenti il paniere. Così può verificarsi che, se le transazioni riguardanti gli apparecchi televisivi pesano per un 25% nella composizione del paniere e il loro prezzo è in forte diminuzione, l’effetto sull’indice dei prezzi al consumo è deflazionistico, anche se i prezzi degli altri beni che formano il paniere stanno aumentando. È per tale motivo che l’inflazione misurata dall’indice dei prezzi al consumo, che si riferisce ai tre beni inseriti nel paniere, e quella percepita dal consumatore, che compra pane, paga bollette e raramente acquista televisori, possono divergere.

      Ma allora come risolviamo il dilemma? Forse è meglio tornare ai fondamentali.

      Indietro ai fondamentali. Vi sono molti tentativi di spiegazione del gap tra inflazione misurata e inflazione percepita. Per molti esperti sono importanti i problemi relativi alla rete di rilevazione, per altri il principale indiziato è la metodologia di calcolo. C’è addirittura chi sospetta un atteggiamento poco trasparente da parte dell’Istat.

      In un rapporto della Commissione europea, pubblicato nel 2000, si riconosce l’esistenza di numerosi fattori di distorsione nel calcolo dell’indice dei prezzi al consumo. Tuttavia nel complesso tale distorsione ammonterebbe a meno del 3%. In altri termini, con un’inflazione al 2%, l’errore è pressoché trascurabile.

      Come superare l’impasse? Probabilmente è lo stesso indice che va ripensato. O forse no. Un buon punto di partenza sembra il seguente. Molti consumi sono finanziati dal reddito (corrente o permanente, poco importa in prima approssimazione), altri sono finanziati dal risparmio. È verosimile ritenere che, per acquistare un chilo di carne, il consumatore faccia ricorso al reddito corrente di cui dispone in quel momento. È altrettanto plausibile che lo stesso consumatore, per comprare un’autovettura o un salotto, attinga a risparmi accumulati in precedenza. E poiché l’acquisto di generi alimentari, o il pagamento di canoni di locazione e bollette, si svolge con una frequenza superiore a quella con cui si acquistano autovetture o salotti, sarebbe opportuno affiancare all’indice generale dei prezzi al consumo un indice dei prezzi al consumo per beni e servizi a elevata frequenza di acquisto, per esempio tutti quelli che danno luogo ad almeno una transazione ogni due mesi.

      Non si tratta di un vero e proprio indice del costo della vita, ma vi si avvicina molto, e ha l’innegabile vantaggio di non costringere l’Istat a rivedere radicalmente le metodologie adottate attualmente.

      Gli effetti del change-over sul Nic e sul Nichf. Per verificare se un indice del tipo proposto in precedenza è in grado di fotografare più adeguatamente gli aumenti dei prezzi dei beni e servizi, abbiamo selezionato, all’interno delle 207 voci di prodotto che compongono il paniere di riferimento dell’indice dei prezzi al consumo (Nic nella terminologia Istat), un sottoinsieme indicativo di 107 voci, oggetto di almeno una transazione ogni due mesi. Vi rientrano tutti i beni di consumo e molti servizi a utilizzo frequente, mentre ne sono esclusi beni semidurevoli e durevoli che, come ipotizzato prima, sono acquistati attingendo ai risparmi. Abbiamo quindi costruito un nuovo indice ad alta frequenza (Nichf, ovvero Nic high frequency), applicando alcuni accorgimenti per renderlo confrontabile con il Nic.

      L’esame del grafico ci consente di giungere a una prima conclusione: il Nic e il Nichf fotografano realtà diverse. La dinamica inflazionistica individuata dall’indice ad alta frequenza è spesso più pronunciata di quella del Nic, confermando le percezioni dei consumatori. Va tuttavia osservato che i due tracciati sono quasi sovrapposti tra settembre 2001 e agosto 2002, segno che, se vi è stato un aumento ingiustificato dei prezzi, dobbiamo andarlo a cercare prima del settembre 2001 (con una differenza media mensile tra Nic e Nichf pari allo 0,48% da gennaio ad agosto 2001) o dopo l’agosto 2002 (con una differenza media mensile dello 0,4% da settembre 2002 a dicembre 2004 e picchi dello 0,8% a gennaio e giugno 2004).

      Il che è del tutto logico, se consideriamo che il passaggio all’euro si è realizzato nel pieno di una crisi di fiducia determinata dall’esplosione della bolla speculativa della net-economy e dagli eventi successivi all’11 settembre. In altri termini, in periodi in cui un aumento dei prezzi avrebbe ulteriormente depresso una spesa per consumi già esangue.

      Incredibile: Istat assolta con formula piena. Altra polemica di questi giorni è quella relativa al cambiamento del paniere Istat da gennaio 2005. Anche in questo caso è necessario fare chiarezza. In primo luogo, con la nuova metodologia introdotta nel 1999, che prevede il concatenamento degli indici e l’aggiornamento annuale del paniere e del sistema dei pesi, si tenta di seguire i mutamenti nelle preferenze dei consumatori ed evitare un rapido invecchiamento dell’indice. Se non si procedesse alla calibrazione del paniere e del vettore dei pesi si manifesterebbero problemi seri. Sempre con riferimento al grafico, l’istogramma mostra la dinamica inflazionistica individuata da un indice ad alta frequenza, in cui la struttura dei pesi è mantenuta fissa al 2000. In altri termini, si ipotizza che le preferenze del consumatore siano le stesse del 2000. È evidente che il Nichf con struttura dei pesi ferma al 2000 approssima discretamente il Nichf fino al 2002, per poi degradarsi rapidamente, fino a sottostimare nettamente non soltanto l’inflazione rilevata dal Nichf (a partire da dicembre 2002), ma anche quella rilevata dal Nic (a partire da gennaio 2004). Naturalmente gli stessi risultati si otterrebbero se, al posto di un indice ad alta frequenza, si utilizzasse un Nic con struttura bloccata al 2000.

      Quindi il mutamento annuale del paniere e del vettore di pesi assicura che il Nic fotografi adeguatamente l’inflazione e l’Istat è innocente. Certo, si tratta di realtà statistica, non di realtà oggettiva. Ma nessuno potrebbe fare di meglio, oggi. (riproduzione riservata)