Inferno vigilantes

07/06/2005
    n.22 anno LI- 9 giugno 2005

    Attualità L’ALTRA POLIZIA

    Inferno vigilantes

    Più di mille società. Oltre 50 mila guardie giurate. In Italia è boom degli istituti privati. Ma tra paghe da fame e turni massacranti la sicurezza diventa a rischio

    di Fabrizio Gatti

      Una notte di novembre, sull’autostrada Roma-Napoli. Due grossi carri armati devono essere trasferiti in Campania. I camion che li trasportano passano il casello. Li segue la scorta: una Opel Corsa, un metronotte e il suo revolver. Il convoglio si ferma all’autogrill per lo sfizio di un caffè. Sarebbe vietato. Ma fa freddo. E poi non c’è traffico: chi si accorgerebbe di quello strappo alla regola? Gli obici cingolati M109 vengono parcheggiati nel piazzale. Ma i due autisti e l’unico custode non fanno in tempo a gustarsi l’espresso. Dal bar escono cinque tedeschi ubriachi. Ridono, quando vedono i cannoni puntati verso il buio. I cinque s’arrampicano sulle torrette e non scendono più. Devono intervenire i carabinieri per restituire i due obici all’Esercito.

      Altra città, altre storie. Alle porte di Vicenza la polveriera di Tormeno è protetta da tre guardie giurate e, quando c’è, un carabiniere. Con un revolver a testa e una ricetrasmittente difendono una collina da fantascienza, tunnel e bunker di cemento armato dove l’esercito Usa ha accumulato missili e bombe per l’Iraq, l’Afghanistan e il Sud Europa. Pochi chilometri oltre, ecco un’altra collina fortificata, a Longare: nasconde antenne dell’intelligence militare Usa e un centro comando Nato, e anche qui la sicurezza è affidata a un istituto di vigilanza. Due revolver per turno e un carabiniere in appoggio solo dal lunedì al venerdì. Altre guardie giurate cercano esplosivi e kamikaze sui camion e sulle auto che entrano a Camp Ederle, la grande base Usa quasi nel centro di Vicenza, o nel villaggio degli ufficiali vicino all’autostrada Milano-Venezia. E anche all’ingresso dell’aeroporto di Aviano. Molti sono assunti con contratti a termine. Quando se ne vanno, portano con sé quanto hanno saputo sui piani di protezione delle caserme e nessuno sembra preoccuparsi del rischio che quei segreti possano finire ai terroristi di Al Qaeda. Intanto chi resta affronta turni di dodici ore in prima linea, dopo un addestramento che fa sorridere. Basta chiedere a qualcuno di loro: vi hanno mai mostrato come può essere messo a segno un attentato? "No". Vi hanno mai spiegato come viene nascosto l’esplosivo? "No". E se un camion accelera verso di voi, cosa fate? "Ci scansiamo".

      Benvenuti nell’Italia della sicurezza privatizzata. Dove la sicurezza non è più soltanto una garanzia contro il pericolo, ma è ormai il motore di una slot-machine. Soldi a palate per chi si butta nell’affare. Orari massacranti con paghe da soglia di povertà per chi vi lavora. E una lenta penetrazione in tutti i settori della vita pubblica. Polizia e carabinieri hanno ridotto le presenze nelle stazioni, negli aeroporti, nelle caserme. Gli agenti privati hanno preso il loro posto, sono saliti perfino sui treni. E forse tra non molto dovranno affrontare i tifosi negli stadi. Una conquista del Paese cominciata in sordina dai parchi di Milano: fuori la polizia, dentro i metronotte. Adesso le guardie giurate stanno per diventare la terza forza in Italia: sono già 51.440, suddivise in 1.132 istituti. I finanzieri sono 60 mila, i carabinieri 102 mila e i poliziotti 106 mila. Una crescita esplosa alla fine degli anni Novanta, quando le società di vigilanza non erano più di 800. Il giro d’affari, secondo i sindacati di categoria, supererà quest’anno i due miliardi e mezzo di euro. E il 25 per cento è costituito da appalti pubblici. Lo Stato alle prese con i tagli alla spesa e l’abrogazione della leva obbligatoria, invece di assumere poliziotti e carabinieri preferisce affidarsi ai privati. Ma saremo davvero più sicuri?

      Il viaggio tra le divisioni di questo nuovo esercito può cominciare da Roma, vicolo D’Aste 12, sede della Direzione provinciale del lavoro. Roma, con Bari e Foggia, è la provincia con il più alto numero di società di vigilanza: 42 per un totale di 8400 guardie armate. Nel dicembre 2002 la Direzione provinciale ha concluso un piano di ispezioni durato due anni in tutti gli istituti, tra i più potenti in Italia. E un rapporto su carta intestata del ministero del Lavoro viene inviato al Senato: "È risultata la sistematica violazione delle norme che disciplinano l’orario di lavoro. Più in particolare, il superamento delle dieci ore giornaliere con punte di 14, 15 ore di lavoro nella giornata, risulta essere abituale. Sono stati poi frequenti i casi di doppi turni che di fatto hanno impegnato il lavoratore per circa 18-20 ore di prestazione continua. L’attività ispettiva", continua il rapporto, "ha comportato un recupero a favore dell’Inps per contributi intenzionalmente evasi pari a 4 miliardi e 610 milioni di lire. Altre violazioni hanno riguardato la mancata concessione del riposo settimanale, la disciplina in materia di contratti part-time e la normativa sul collocamento". Ma le irregolarità scoperte a Roma sono rimaste un caso isolato. Nel senso che ispezioni sistematiche non sono state mai più ripetute.

      La Toscana è a poche ore di autostrada dalla capitale. A Marina di Bibbona, nella splendida pineta che circonda Cecina, l’Esercito ha un grande deposito di munizioni. Sei agenti privati hanno preso il posto dei cinquanta soldati un tempo qui. E in sei fanno il lavoro di cinquanta: tre agenti di giorno e tre di notte. Spesso dodici ore di fila per controllare l’ingresso, rispondere al centralino e pattugliare i cinque chilometri di recinzione. Non hanno fucili, solo le loro pistole e un telefono con cui chiedere aiuto ai carabinieri in caso di necessità. "La durata dei turni e la mancanza di riposo è il vero rischio nel nostro lavoro", spiega Simonetta Diversi, 46 anni, guardia giurata e rappresentante del Savip, il sindacato autonomo di categoria: "Capita spesso di piantonare una banca dalle 8 alle 16 e montare subito dopo la guardia nella polveriera, dalle 19 alle 7 del mattino. O, peggio, di passare tutta la notte in polveriera, smontare alle 7 e montare subito servizio alle 8 davanti a una banca o sui furgoni portavalori. E quando si va sui furgoni o in strada con dodici ore di lavoro alle spalle diventiamo un pericolo per noi e per gli altri. Ma molte guardie sono assunte con contratti a termine: accettano questi turni per la paura di non essere riconfermati. I nostri stipendi si possono arrotondare solto con ore e ore di straordinario. E in tutte le polveriere d’Italia è così, dal Friuli alla Puglia".

      Lo stipendio è quello stabilito dal contratto nazionale: 929,48 euro lordi per una guardia di sesto livello, il più basso. Al netto sono 650 euro al mese. Il livello più alto, il quarto, si ferma a 756. Solo gli straordinari da superlavoro fanno salire la bustapaga a 1.100, 1.200 euro. Anche lo stipendio di ingresso di poliziotti e carabinieri si limita a 800 euro netti. Ma loro possono risparmiare su alloggio e pasti, con le caserme e le mense che le guardie private non hanno. "Sono cifre concordate con i sindacati nazionali", ricorda il consulente di un grosso gruppo del Nord, disposto a criticare il settore, ma a garanzia dell’anonimato. "E con cifre così basse anche la selezione del personale è un problema. Finisce che gli istituti mandano in giro guardie che sono già state bocciate nei concorsi di polizia e carabinieri per scarsa idoneità. Perfino in caso di morte per servizio il contratto è cinico. L’assicurazione risarcisce appena 70 mila euro. Insomma, sarebbe più conveniente farsi investire da un’auto che farsi sparare in una rapina, visto che per un incidente stradale gli indennizzi ormai non scendono sotto i 250 mila euro".

      Quello delle rapine è un buco nella sicurezza privata in cui molti istituti hanno confermato la loro insicurezza. L’ultimo colpo da capogiro, il 22 marzo a Spini di Gardolo in Trentino. I banditi vengono a sapere che il caveau della società di vigilanza Tfa è protetto solo da una gabbia, dentro un capannone della zona industriale. Basta una grossa ruspa lanciata contro il portone: 5 milioni di euro il bottino. Il 26 agosto 2004 assalto all’istituto Terra di lavoro a Maddaloni, Caserta: 10 milioni di euro e tre guardie accusate pochi giorni fa di complicità con i rapinatori. Altro furto clamoroso quello nei caveau della Bsk di Cesena. Da mesi mancano 3 milioni 759 mila euro, di cui 3 milioni 647 mila 840 in monete da due euro: 15 tonnellate e mezzo di spiccioli. A questo si aggiunge la piccola cronaca quotidiana di ammanchi e rapine che non superano il milione di euro, le indagini sulle frodi al fisco, le estorsioni e le accuse di tangenti pagate dalle società più forti per garantirsi gli appalti. Come l’inchiesta sul gruppo Ivri a Milano: dove, partendo dai parchi, i magistrati sono risaliti alle Poste, alle caserme e alle guardie negli aeroporti lombardi che, in pieno allarme terrorismo, venivano mandate in servizio con la fondina vuota. "Dal 2000 a oggi, tra furti e rapine, sono stati persi oltre 40 milioni di euro in contanti. Ed è solo una stima. Tutto questo aumenta i costi per il Paese: basti pensare alle assicurazioni che le banche fanno poi pagare ai clienti. È la prova della leggerezza che circonda il settore", protesta Vincenzo Del Vicario, segretario nazionale del Savip, "leggerezza nel reclutamento del personale, leggerezza nel rispetto delle norme di sicurezza, leggerezza o assoluta mancanza di controllo di questure e prefetture. A volte i funzionari che dovrebbero vigilare li ritrovi consulenti degli stessi istituti controllati o insegnanti nei corsi di addestramento". Un caso del genere è stato da poco segnalato in Toscana. Mentre in Campania le future guardie devono pagare fino a 5 mila euro per partecipare alle lezioni e ottenere poi l’assunzione.

      Senza controlli, il pericolo aumenta per tutti. Perché se possono sparire facilmente 15 tonnellate di monetine, chi può garantire che non accada lo stesso con esplosivi, missili o scorie radioattive? Al Centro comune di ricerca dell’Unione europea a Ispra, vicino a Varese, soltanto in questi giorni la rete lungo la strada è stata affiancata da un muro in cemento armato. Nel centro ci sono tre reattori nucleari spenti e una zona di stoccaggio per le scorie, l’Area 40. A Ispra la privatizzazione della sicurezza ha decimato lo stipendio delle 36 guardie. Nel 2001 quando la difesa era ancora affidata ai carabinieri, Bruxelles pagava i suoi custodi (disarmati) fino a 5 milioni di lire al mese. Ora che sono guardie armate assunte dall’istituto privato Gallaratese, gli stessi custodi prendono a malapena 1.100 euro. Alcuni di loro, attraverso la Cgil di Varese, hanno avviato una causa contro la Ue per intermediazione di manodopera: sperano che venga riconosciuto il diritto al vecchio stipendio.

      Stessa paga per i colleghi che cercano esplosivi all’ingresso delle basi di Vicenza e Aviano. Perquisiscono camion e auto. Sostituiscono i militari della Protection Force, trasferiti nel 2003 in Iraq. Solo che gli americani, per quel lavoro ad alto rischio, prendevano 2.500 dollari al mese. "L’addestramento? Otto lezioni di un’ora", raccontano le guardie, "in cui un americano ci ha raccontato come devono comportarsi gli americani in pubblico per non essere riconosciuti: alla fine uno dei nostri gli ha fatto notare che eravamo tutti italiani". In servizio, dodici ore di turno, non ci si può sedere, né mangiare, bere, fumare e l’unico wc chimico a disposizione è "veramente vergognoso e nauseante, specialmente per le donne", è scritto in un recente esposto alla Usl. Così chi può, se ne va. Con i segreti delle caserme. Non è pericoloso? "Si può dire lo stesso per qualsiasi attività di sorveglianza", rispondono dalla sede dell’istituto North East Services che lavora nella base di Vicenza: "Applichiamo i contratti previsti dalla legge". Succede anche ad Aviano, dove le tre società che si dividono l’appalto da 4 milioni di euro sono in guerra. Qui l’Iraq non c’entra: è una questione di ribassi sul prezzo offerto e di carte bollate.

      Si torna a Sud, in treno. In tempo per vedere in azione gli agenti privati di Italpol Roma e Securitas Bologna ingaggiati da Trenitalia. Una circolare del ministero dell’Interno, il 4 maggio, avverte le questure: daranno "assistenza al personale di bordo che dovesse farne richiesta". Un deterrente contro vagabondi, venditori abusivi, borseggiatori. E forse il manganello che portano alcune guardie serve proprio a questo, anche se la legge lo vieta. L’ultima grande privatizzazione annunciata cambierà l’Urbe di Roma, lo storico istituto emanazione dell’Associazione combattenti e reduci. Diventerà una cooperativa e ai dipendenti è stata offerta la possibilità di esserne soci: chi accetta, dovrà versare 4200 euro, quattro mesi di stipendio, per continuare a lavorare. Le guardie dell’Urbe non sono d’accordo e, a suon di manifestazioni, hanno ottenuto l’interessamento di Palazzo Chigi. Nessuno ha invece protestato a Palermo quando una guarda giurata, per non perdere il posto, ha dovuto prestare la moglie ai superiori. L’uomo racconta di quel ricatto fantozziano durante un processo per condotta antisindacale. I colleghi sorridono, giudice e avvocati lo guardano con compassione. È il momento della rivincita. Perché subito dopo il metronotte rivela ciò che i suoi superiori non sapevano: quella donna non era la sua signora, ma una prostituta assoldata per non perdere la faccia. Si può anche chiudere un occhio se si tratta di proteggere un aeroporto, ma l’onore no, quello non si tocca.

      Bari batte tutti

      Le province a maggiore
      affollamento di istituti
      di vigilanza

      Provincia-numero istituti

      Bari

      Foggia

      Roma

      Milano

      Napoli

      Brindisi

      Catania

      Taranto

      Torino

      Venezia

      Genova

      Palermo

      Varese

      Catanzaro

      Arezzo

      Brescia

      Alessandria

      Matera

      Messina

      Bologna

      Cagliari

      Salerno

      Agrigento

      Como

      Firenze

      Novara

      Pisa

      Rovigo

      Trapani

      Bergamo

      Perugia

      Pescara

      Sassari

      Treviso

      Verona

      Ascoli Piceno

      Lecce

      Nuoro

      Pavia

      Pesaro

      Potenza

      Rimini

      Siracusa

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        Serial killer in Parlamento
         Andrea Arrigoni fu ascoltato alla Camera per la nuova legge sulla sicurezza

         Tolleranza zero, ronde armate, più ordine nelle città grazie ai nuovi poteri degli istituti di vigilanza. Stava marciando a tutta velocità il disegno di legge sulla privatizzazione della sicurezza, voluto dal governo e soprattutto da Alleanza nazionale. Tutto bene fino al 22 febbraio quando sulla statale Verona-Brescia uno dei suoi promotori uccide una ragazza ucraina, due poliziotti della volante e muore a sua volta nella sparatoria. Andrea Arrigoni, 35 anni, bergamasco di Osio di Sotto, detective privato e killer insospettabile, non è un uomo qualunque: ex guardaspalle di Umberto Bossi, collabora con An e nell’ottobre 2003 viene addirittura ascoltato in un’audizione alla Camera, commissione Affari costituzionali, proprio dai parlamentari che stanno scrivendo la nuova legge sulla "sicurezza sussidiaria". Come ha fatto l’ex parà ad arrivare così in alto? La risposta riporta in Parlamento: Arrigoni è tra i collaboratori dell’associazione Andromeda e della Confederazione nazionale investigatori privati, di cui sono presidenti l’ex ministro Maurizio Gasparri e il deputato di An, Filippo Ascierto. E proprio Ascierto è uno degli autori del disegno di legge che dopo la strage viene messo in parcheggio, nonostante abbia già superato l’esame del Consiglio dei ministri. Ma nemmeno come killer Andrea Arrigoni è un uomo qualunque. Le perizie sulle armi trovate nel suo studio da 007 privato hanno allargato l’inchiesta all’omicidio di un’altra ragazza, Fatmira Giegji, 24 anni, albanese, trovata decapitata in un canale a Osio di Sotto il 19 novembre 2004. E ora il sospetto è che Arrigoni abbia assassinato altre ragazze, tutte prostitute. Dietro la legge che dovrebbe dare poteri di polizia alle guardie private (come l’identificazione, la perquisizione personale e l’arresto) e quindi milioni di euro in appalti da Stato e Comuni, c’era dunque anche un serial killer. Un retroscena che preoccupa Giovanni Aliquò, segretario nazionale dell’Associazione funzionari di polizia: "Quella presentata è una legge che ripristina il corpo dei bravi. Basterebbe potenziare gli organi di controllo sugli oltre mille istituti. Controlli oggi inesistenti perché affidati a non più di 300 persone in tutta Italia. La nuova legge prevede invece una commissione mista composta anche da chi dovrebbe essere controllato. Ed è una legge maturata in un ambiente in cui uno dei coautori ha ucciso una ragazza e due agenti".