Industria, una crisi strutturale

08/09/2004





 
   
mercoledì 8 Settembre 2004

 

Industria, una crisi strutturale
La Cgil: sono 2.630 le aziende in difficoltà. E’ rischio declino

Il fallimento è causa di cassa integrazione per il 28,53% delle imprese. Nel 2003 erano il 10,59%. L’indice di produzione industriale, intanto, è fermo dal gennaio del 2001

GIO. FER.


L’Alitalia è solo l’ultima crisi registrata nell’universo italiano delle aziende. Prima della compagnia aerea a fare notizia sono stati la Parmalat e la Cirio. Ma è l’intero «sistema impresa» ad apparire malato. Sono anche questi gli effetti della globalizzazione, che a detta del Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, «oltre a non funzionare per i molti poveri del mondo e per gran parte dell’ambiente, non funziona neanche sotto l’aspetto della stabilità delle economie». A dimostrarlo è anche uno studio della Cgil, secondo il quale in Italia la crisi ha riguardato ben 2.630 imprese. Solo rispetto allo scorso febbraio, sono aumentati di 1.200 unità i casi di aziende in difficoltà. Ultimamente due i settori che sono stati maggiormente colpiti dal dissesto economico: quello meccanotessile e quello biomedicale. I fatti, cioè, smentiscono le continue affermazioni del governo sulla «inesistenza di un declino industriale». Lo dicono anche le cifre sulle casse integrazioni guadagni, cui si fa appello in casi «straordinari». Nel primo semestre del 2004, sono ricorsi all’ammortizzatore sociale per fallimento il 28,53% delle imprese. L’anno scorso, nello stesso periodo, la percentuale era del 10,59%. Infine a non far sembrare farneticanti le dichiarazioni sindacali sull’esistenza di una «crisi strutturale», anche i valori relativi all’indice di produzione industriale. E’ l’Isae (istituto studi e analisi economiche) a dire che sono quasi quattro anni che la produzione industriale è sotto il tetto massimo raggiunto nel gennaio del 2001.

Come sottolinea la ricerca della Cgil, «questo significa riversare sul prodotto interno lordo una riduzione costante di volumi produttivi industriali». E, poiché questo avviene ormai da molto tempo, «occorre prendere atto della strutturalità della crisi»,- denuncia Carla Cantone, segretario confederale della Cgil. «Crisi che è di qualità di prodotto, di sua obsolescenza. Certo non tutto è negativo. Le eccezioni positive esistono, ma un paese ha bisogno di vivere una dimensione economica in cui l’eccezione sia negativa».

Mancano, cioè, investimenti mirati, capaci di mettere il contesto italiano in grado di competere con i paesi asiatici, che viaggiano a livelli di crescita più che sostenuti. Manca una cultura del contenimento degli sprechi, mentre abbonda quella del contenimento dei costi del lavoro. «Deprimendo il potere d’acquisto dei salari – continua la Cantone – e la stabilità della struttura dei rapporti di lavoro, si è raggiunto solo il risultato di indebolire ulteriormente il mercato interno». In pratica la ricetta neo liberista, che predica la riduzione delle regole e delle spese, non funziona più. Il nostro paese risente, inoltre, moltissimo dei vincoli di Maastricht, «visto che non abbiamo più la via di fuga offerta dalla svalutazione. In più l’impetuoso sviluppo delle economie cinese e indiana crea tensioni sulle materie prime e concorrenza dura sia sui prodotti tradizionali che su quelli innovativi». Sottolinea sempre la sindacalista che un’azione sinergica tra i vari sindacati deve essere l’occasione per portare al centro dell’attenzione della discussione finanziaria la questione industriale. La riduzione delle tasse è solo un «placebo», che di certo non risolve una situazione che risente della scarsità di risorse indirizzate a ricerca, innovazione e sviluppo. Alitalia lo insegna.