Industria, un bollettino di guerra

08/11/2004
              sabato 6 novembre 2004
              Pagina 27 – Economia

              IL CASO

                In sei mesi passate da 1.349 a 2.778 le imprese che hanno denunciato esuberi. 200 mila posti a rischio

                  Industria, un bollettino di guerra
                  raddoppiate le aziende in crisi

                    Parmalat, Barilla e Fiat solo i casi più noti, ma il declino è generale anche nell´informatica

                    ROBERTO MANIA

                      ROMA – La crisi industriale si estende a macchia d´olio. L´ultima rilevazione fatta dal Dipartimento settori produttivi della Cgil è quasi un bollettino di guerra. Le imprese in crisi – che hanno denunciato esuberi – sfiorano le 2.800 unità e i posti a rischio quasi 200 mila, compreso l´indotto. In soli sei mesi (da febbraio ad agosto) le aziende in difficoltà sono più che raddoppiate, passando da 1.349 a 2.778.

                      Solo nel settore agro-alimentare i sindacati di categoria di Cgil, Cisl e Uil calcolano che nei prossimi sei mesi i posti di lavoro a rischio saranno vicino alle 20 mila unità. Le crisi della Barilla, della Parmalat, della Peroni e del settore del tabacco sono solo la punta dell´iceberg. Tutta l´industria è in declino: la produzione continua ad essere ferma e a ottobre non è riuscita ad andare oltre i livelli di fine 2003, perdendo quote sui mercati internazionali. Arrancano il tradizionale manifatturiero (tessile e meccanico) ma anche il settore informatico e quello delle telecomunicazioni. «Effetto clamoroso e tragico – commenta il segretario confederale della Cgil Carla Cantone – della mancanza di investimenti e della corsa alle esternalizzazioni».

                      A rendere ancora più esplicita la profondità della crisi c´è l´impennata dalla cassa integrazione straordinaria a causa del fallimento delle aziende. Nel 2003 l´incidenza del ricorso alla cigs per fallimento era del 10,59 per cento, nel primo semestre del 2004 ha toccato quota 28,53 per cento.

                      Il maggior numero di aziende in crisi si concentra al nord, ma il numero dei lavoratori a rischio è in proporzione più alto nel Mezzogiorno. Nelle regioni settentrionali sono 1.640 le imprese in difficoltà con 75.511 dipendenti in esubero (su un totale di circa 179 mila persone); al centro le imprese censite dalla Cgil raggiungono le 757 unità e gli esuberi sono oltre 40 mila; al sud 381 aziende e 41.579 lavoratori. Il totale di posti a rischio nell´indotto è di 36.813, che porta il numero complessivo di lavoratori interessati ai processi di ristrutturazione a 194.338.

                      Passando alle regioni, al primo posto c´è la Lombardia con 550 imprese e quasi 25 mila lavoratori in eccedenza, segue il Piemonte (392 e 14.629), e poi il Veneto (299 e 13.952). La Campania ha ben 180 aziende in crisi con circa 18 mila posti a rischio.

                      Un panorama di deindustrializzazione strutturale al quale – secondo l´analisi del sindacato di Corso d´Italia – concorrono diversi fenomeni: la delocalizzazione verso Paesi nei quali i costi di produzione sono enormemente più bassi; il "ritorno a casa" di molte imprese straniere; la concentrazione produttiva in atto in diverse imprese multinazionali che determina la chiusura di interi siti produttivi. «Il tutto – commenta Cantone – mentre non c´è traccia di interventi organici di politica industriale. Bisognerebbe fissare alcune regole per contrastare la delocalizzazione selvaggia. Non è tollerabile che alcune aziende dopo aver ricevuto per anni gli incentivi statali decidano di andarsene di punto in bianco. L´Europa dovrebbe impegnarsi tutta contro il dumping sociale. E Marzano più che registrare le crisi dovrebbe mettere in campo qualche intervento per arrestare il declino».