Industria, la crisi arriva nei distretti

14/02/2005

    sabato12 febbraio 2005

      Industria, la crisi arriva nei distretti
      Rapporto Cgil: oltre 3.000 aziende in difficoltà. La più lunga stagnazione dal dopoguerra

        Giampiero Rossi

          MILANO La crisi, purtroppo, non è uno slogan. I dati, ancora parziali, elaborati dalla Cgil sull’andamento della cassa integrazione confermano tutta la gravità della più profonda stagnazione economica degli ultimi cinquant’anni. Che adesso, dopo i settori portanti dell’industria italiana, aggredisce pesantemente anche i distretti, che per anni hanno rappresentato il punto di tenuta economico-sociale e produttivo rispetto al ridimensionamento, le ristrutturazioni o il decentramento delle grandi aziende. E che adesso, invece, si stanno trasformando in trappole per migliaia di lavoratori privi anche dei consueti ammortizzatori sociali.

            Sempre più cassa integrazione
            Complessivamente, i lavoratori italiani già colpiti dagli effetti della costante disgregazione industriale, perché colpiti da procedure di cassa integrazione, licenziamento collettivo o mobilità, sono – secondo la rilevazione condotta alla fine di gennaio 2005 dalla Cgil – sono 167.588, ai quali bisogna però aggiungere i lavoratori stagionali e dell’indotto (36.813) e quelli “a rischio”, cioè coinvolti da crisi aziendali che se non troveranno soluzione positiva potrebbero portare a quota 235.293 il numero delle vittime di questa disfatta economica. Al di là dei valori assoluti, preoccupa molto l’andamento di questi dati: la cassa integrazione straordinaria è infatti in evidente e costante aumento da almeno due anni. Il ministero del Lavoro, nel 2003 aveva infatti concesso la Cigs a 1.737 siti aziendali, che nel 2004 sono diventati 1.860, cioè con un incremento del 7%, ripartito in +8,45% al nord, +1,41% al centro, +8,65% al sud, dove nonostante un tessuto industriale più ridotto si registra una domanda di cassa integrazione più elevata.

              E se non bastassero questi numeri, a impressionare e preoccupare ulteriormente il sindacato è la ripartizione delle cause che hanno prodotto le diverse crisi aziendali e le conseguenti espulsioni di lavoratori: il 13,35% dei casi si tratta di contratti di solidarietà, per il 21% di ristrutturazioni o riorganizzazioni, per il 34,6% di crisi aziendali e per il 30,05% di fallimento o amministrazione controllata. Insomma, le concessioni di cassa integrazione per fallimento sono triplicate; un dato drammatico sia per gli aspetti produttivi che per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali, perché che in questi casi la Cigs vige solo per 12 mesi, poi arriva la mobilità.

              L’industria colpita al cuore
              Dal nord al sud, l’intero tessuto produttivo del paese è colpito dai sintomi della grave crisi. A partire dal cuore industriale italiano: Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia. Il 27 Febbraio 2004 l’osservatorio della Cgil aveva censito 1.429 aziende in crisi con circa 104.000 lavoratori in Cigs o mobilità su un totale dipendenti di 207.000. Il 31 Agosto 2004 le aziende rilevate sono state 2.778, con 157.000 lavoratori in cassa integrazione o mobilità su un organico di 354.500. Il 31 gennaio 2005, infine, risultano 3.049 aziende in crisi che, a fronte di un organico di 402.881 dipendenti, ne contavano ben 167.588 in cassa integrazione o mobilità. Se si aggiungono i quasi 39.000 lavoratori dell’indotto diventano oltre 200.000 le persone che nel 2004 sono uscite dal processo produttivo.

                Cedono anche i distretti
                La novità negativa di fine 2004 è l’entrata in crisi dei distretti. Per anni mei distretti sono cresciute per dimensione, fatturato, quote di export e numero di dipendenti tante piccole e medie aziende. Erano i tempi del "Piccolo è bello”. Oggi, invece, la piccola dimensione è sinonimo di grave crisi. Una crisi preoccupante dal momento che le 199 aree distrettuali italiane rappresentano il 46% dell’export e soprattutto il 50% degli addetti del manifatturiero. Quindi si affaccia drammaticamente un’ipotesi di crisi che riguarda oltre due milioni di persone. E in questa realtà la dimensione delle imprese esclude i lavoratori da ammortizzatori sociali veri e propri. Per loro c’è solo l’indennità di disoccupazione ordinaria (il 40% del salario e per soli sei mesi) e per l’artigianato le risorse provenienti dai fondi sostegno al reddito degli enti bilaterali, che non sono comunque sufficienti a reggere l’impatto di una crisi così drammatica. Anche perché nel frattempo anche i grandi settori produttivi hanno continuato a soffrire nel 2004; infatti nel metalmeccanico sono stati 664 i decreti di cassa integrazione con un aumento sul 2003 del 42,80%, nell’agroalimentare 59 (+34%), in edilizia 144 (+554% sul 2003), nel tessile 221 (+45,39%), nella grafica 171 decreti pari a +52,68% sull’anno precedente. Solo nel settore chimico-farmaceutico c’è stata una diminuzione: 116 decreti rispetto ai 130 del 2003, pari al 11% in meno.

                  In mezzo secolo mai così in basso
                  «È la più lunga e più profonda fase di stagnazione economica che il paese abbia mai attraversato negli ultimi 50 anni – sottolinea Carla cantone, segretaria confederale della Cgil – e per alcuni settori e comparti che hanno costituito il motore dello sviluppo italiano siamo nel pieno di una crisi strutturale con ricadute pesantissime sull’apparato produttivo e sull’occupazione. Intere aree sono attraversate da processi di deindustrializzazione – aggiunge – importanti filiere produttive sono sottoposte a un esodo di proporzioni preoccupanti verso i paesi a basso costo; è in atto un ulteriore impoverimento della già marginale e residuale presenza dell’industria nel Mezzogiorno». E il 15 febbraio, ad Assago (Milano), Cgil, Cisl e Uil, insieme ai rispettivi segretari generali (Guglielmo Epifani, savino Pezzo, Luigi Angeletti) si riuniranno in assemblea proprio per affrontare il tema della crisi industriale e per richiamare il governo alle proprie responsabilità.