Industria, aumenta la cig per crisi e fallimenti

19/04/2005
    martedì 19 aprile 2005

    L’andamento dei decreti di concessione della cassa integrazione e i dati della Cgil confermano le difficoltà attraversate dai diversi settori produttivi
    Industria, aumenta la cig per crisi e fallimenti

      Angelo Faccinetto

      MILANO Non ci sono solo le cifre dell’Istat sulla produzione a mettere a nudo le difficoltà dell’industria italiana. A confermare la preoccupante situazione delle nostre aziende si aggiungono i dati legati ai decreti di concessione della cassa integrazione guadagni. Dati che, secondo l’osservatorio del Dipartimento settori produttivi della Cgil, parlano di un ricorso sempre più frequente alla cig per crisi e fallimento.

        Complessivamente, comparando il primo trimestre 2005 con lo stesso periodo dello scorso anno, mentre il numero totale dei decreti mostra un certo rallentamento, le richieste per crisi sono passate dal 24,35 per cento al 37,68 per cento, mentre quelle per fallimento e/o amministrazione controllata si sono attestate al 29,80 per cento (contro il 10 per cento del 2003). Dati che si aggiungono al numero tuttora altissimo – sempre secondo i dati dell’Osservatorio del Dipartimento della Cgil aggiornati a fine gennaio 2005 – delle aziende in crisi. Segno di una situazione sempre più difficile.

          Lo stesso rallentamento dei decreti di concessione della cassa integrazione straordinaria – spiega il segretario confederale della Cgil, Carla Cantone – oltre che conseguenza della mancanza di dispositivi legislativi, sta ad indicare che mentre molte aziende passano dallo stato di crisi al fallimento (o all’amministrazione controllata o al concordato preventivo), molte altre semplicemente chiudono. E, con il licenziamento dei propri dipendenti, la cassa integrazione non devono chiederla più.

            Al 31 gennaio le aziende interessate a cassa integrazione, mobilità, licenziamenti collettivi, fallimenti e chiusure (totali o parziali) erano 3.310. Un anno prima, nel febbraio 2004, il totale era di 1.429. La situazione si presenta particolarmente grave al Nord, dove le imprese in grave difficoltà sono quasi quintuplicate: da 440 a 2.098. Male anche il Sud, dove sono passate da 228 a 447. Solo il Centro Italia mostra un dato in leggera controtendenza: 726 contro 761. In questo numero non sono però comprese le imprese artigiane che, soprattutto in Toscana e nelle Marche, stanno attraversando una pesantissima fase di crisi.

              Nessuna regione è immune. Nemmeno quelle sotto il profilo industriale più forti. Se in Trentino Alto Adige la aziende in crisi sono 20, per un totale di poco più di 900 dipendenti, in Piemonte sono 645, in Lombardia 503, in Emilia Romagna 508, in Veneto 315, con quasi 80mila lavoratori interessanti. Al Sud la regione che mostra maggiori segni di difficoltà è la Campania con 180 aziende in crisi e quasi 18mila persone coinvolte.

                In totale i lavoratori in cassa integrazione o in mobilità sono circa 216mila, mentre l’organico delle imprese in difficoltà, fotografato all’1.1.2004, era di 401mila posti di lavoro. Posti che, senza una soluzione positiva delle diverse crisi, rischiano di essere cancellati.

                  Per quel che riguarda i settori, sempre in base al censimento Cgil sulle aziende in crisi, a star peggio sono il metalmeccanico (soprattutto in Piemonte, Lombardia, Lazio ed Emilia), il chimico farmaceutico e il tessile manifatturiero. Le difficoltà riguardano rispettivamente, nel complesso, 917, 342 e 611 aziende, per un totale di poco meno di 100mila lavoratori coinvolti.