Indennizzo, regola per un lavoratore su due

17/01/2003





Venerdí 17 Gennaio 2003

Indennizzo, regola per un lavoratore su due

Artigiani, commercio, turismo, cooperative, sindacati, partiti: ecco dove il diritto al reintegro non esiste


MILANO – Il referendum dichiarato ammissibile dalla Consulta, propone nella sostanza di ampliare la platea dei lavoratori ai quali l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori si potrà applicare. Ma quanti sono attualmente i lavoratori coperti dall’articolo 18 e quanti quelli che invece non vi rientrano? Incrociando i dati desunti dalla contabilità nazionale, che rappresenta l’unica base informativa disponibile per quantificare il peso dei lavoratori irregolari e l’indagine sulle forze di lavoro per calcolare il numero di occupati con contratto a termine, emerge che gli occupati fuori dallo Statuto, a partire dai lavoratori autonomi, e che non vi rientrerebbero anche nell’ipotesi in cui passasse la linea referendaria, rappresentano più della metà dei lavoratori complessivi. Ovvero quasi 13,5 milioni su poco più di 23 milioni di occupati totali. Di questi, 5,5 milioni hanno un’occupazione autonoma regolare, mentre 3,4 sono gli irregolari e infine 1,5 milioni gli occupati con un contratto a termine. Un’analisi del Centro studi di Confindustria ha poi calcolato che invece «nell’area di protezione dell’articolo 18» rientrano circa 9 milioni di lavoratori, costituiti dai dipendenti pubblici (3,5 milioni) e da quanti lavorano appunto nelle aziende oltre la soglia dei 15 dipendenti (5,4 milioni circa). Mentre, fatti i calcoli, emerge che sarebbero circa tre milioni e mezzo i lavoratori attualmente non coperti dall’articolo 18 che invece secondo quanto proposto dal referendum, potrebbero rientrarvi. Il quesito presentato da Rifondazione comunista e dai Verdi propone, infatti, di estendere l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori a tutte le aziende, vale a dire anche alle imprese con meno di 15 dipendenti. Viene, inoltre, proposta l’eliminazione della soglia dei 15 dipendenti anche per i datori di lavoro che svolgono, senza fine di lucro, attività politica, sindacale, culturale e religiosa. Anche per queste categorie di lavoratori si aprirebbe, dunque, la possibilità del reintegro nel posto di lavoro, oltre che il risarcimento, nel caso in cui il giudice riconoscesse come inefficace il licenziamento scattato senza la "giusta causa" o "il giustificato motivo". Passando dal piano della normativa a quello delle cifre sono circa 2,9 milioni i lavoratori delle imprese fino a 15 dipendenti, ma anche gli oltre 500mila del non profit. Il dato potrebbe subire qualche variazione dal momento che in questo calcolo dovrebbero rientrare anche i dipendenti dei sindacati e dei partiti politici, ai quali al momento non si applica lo Statuto dei lavoratori. Attualmente l’articolo 18 si applica a una specifica fetta di lavoratori, e cioè ai dipendenti di aziende che hanno organici superiori ai 15 lavoratori, includendo nel calcolo anche i contratti di formazione lavoro e i lavoratori part time. Mentre lascia appunto fuori gli occupati presso le piccole imprese (sotto la soglia dei 15), ma anche gli apprendisti, i lavoratori socialmente utili e gli occupati alle dipendenze di datori di lavoro che svolgono attività politica, sindacale e culturale senza trarre utili da queste attività. Il quesito referendario si inserisce in una lunga discussione sull’opportunità di rivedere l’articolo 18 che, cominciata con l’approvazione del Patto per l’Italia, si è concretizzata con la presentazione del disegno di legge delega 848bis attualmente fermo al Senato, ma il cui esame dovrebbe partire dopo l’approvazione, prevista per febbraio, della legge delega di riforma del mercato del lavoro. Il testo, frutto del confronto tra il Governo e le parti sociali (fatta eccezione per la Cgil), prevede la sospensione in modo sperimentale per un periodo di tre anni dell’articolo 18 per le imprese che con nuove assunzioni superano la soglia dei 15 dipendenti. Nello specifico il provvedimento stabilisce «l’alternativa fra il risarcimento del danno», la cui quantificazione spetterà al collegio arbitrale e «la reintegrazione nel posto di lavoro». La normativa, studiata con l’obiettivo di incentivare la creazione di nuovi posti di lavoro punta a rimuovere quelle rigidità del mercato del lavoro che impediscono la crescita proprio delle piccole e medie imprese. Per farlo, riprende l’esempio fornito dagli ordinamenti giuridici di alcuni Paesi europei, come la Francia dove il reintegro non può essere imposto. In Germania, invece, il reintegro è possibile, anche se di rado viene preso in considerazione dal lavoratore. SERENA UCCELLO