“Indagine” Più umiltà e meno anni

13/06/2006
    N.23 anno LII – 15 giugno 2006

    Pagina 152 – ECONOMIA

      FLESSIBILIT� / LA PAROLA AI PROTAGONISTI

        Pi� umilt� e meno anni

        Aprire a giovani, immigrati, donne. E rinnovarsi. Parla il numero uno della Cgil

          colloquio con Guglielmo Epifani di Riccardo Bocca

            Da un uomo che ordina un Crodino al bar come digestivo, dopo aver pranzato nella calda Roma con l’ex presidente della Commissione europea Jacques Delors, puoi aspettarti di tutto. E infatti. In un dialogo a ruota libera, il numero uno della Cgil Guglielmo Epifani lancia un forte messaggio alla sua organizzazione, proprio mentre l’assemblea degli industriali di Varese lo fischia per le sue critiche alla legge Biagi: "� giunta l’ora di rinnovare i dirigenti", dice: "Dobbiamo puntare sui giovani, sulle donne, sugli immigrati. Inserire in ruoli di responsabilit� figure che rappresentino le mutazioni in corso nel mondo del lavoro. Ci vuole tempo, si deve partire dal basso, ma la strada � questa".

            Un bell’impegno. Concreto o retorico?

              "Pi� che concreto. Le faccio un esempio: alla Fillea, la federazione dei lavoratori edili, uno dei segretari � gi� un immigrato. Lo stesso accade in altre Camere del lavoro. Ora arriva il passo pi� impegnativo: ringiovanire, a tutti i livelli".

              Con un problema. Gli stessi ragazzi ai quali vuole spalancare le porte, non sono teneri con voi. Nella ricerca Ires vi definiscono troppo ideologizzati, distanti dalle loro esigenze. Sbagliano?

                "� un’opinione di cui prendo atto. Criticarla non avrebbe senso. I giovani vogliono fatti concreti: tutela, aiuto sul lavoro. Come biasimarli?".

                Un punto � certo: per molti under 30 il lavoro � un incubo, pi� che un’opportunit�. Sono soltanto vittime della precariet� o peccano pure di scarsa personalit� generazionale?

                  "Cito un dato: nell’industria, e non solo, un assunto su due entra con modalit� da precario. Alcuni di questi ragazzi, nel tempo, raggiungono una posizione stabile. Ma la maggior parte no. Cos� il problema si trasforma in ansia perpetua, in dramma. Ricordiamoci che ogni anno 100 mila ragazzi devono fare la valigia, come una volta, e partire dal Sud per cercare lavoro al Nord".

                  Chi se lo pu� permettere, nel frattempo, resta in eterno a casa dei genitori…

                    "Vero, senza generalizzare. Molti figli del ceto medio e medio-alto aspettano, dilatano i tempi, si appoggiano a privilegi conquistati dai genitori. D’altro canto vivono una realt� complessa. Studiano, si laureano, e alla fine portano a casa 800, mille euro al mese. A quel punto hanno fatto molta fatica e ottenuto pochissimo".

                    Un messaggio nefasto, per l’universit�: perch� studiare, se tanto non serve?

                      "Aggiunga il fatto che guadagna di pi� chi studia di meno, e il quadro � completo".

                      Manca ancora il capitolo del ‘nero’. La grande macchina dell’illegalit� che, per quanto deprecabile, offre ai giovani soldi e lavoro.

                        "Stiamo parlando di un ricatto. Della logica del lavoro a tutti i costi, senza paletti e regole. Esattamente quello che va rifiutato in blocco, alimentando in parallelo occasioni di impiego trasparenti".

                        Dunque, se avesse un figlio disoccupato da anni e trovasse un impiego in nero, gli direbbe di rifiutarlo?

                          "� una questione difficile. Ma il discorso � un altro. Da tempo stiamo lavorando perch� simili domande non si pongano pi�. Dobbiamo mettere i datori di lavoro nella condizione che non convenga il precariato selvaggio".

                          C’� anche, per paradosso, un altro elemento a rischio: la tecnologia. In teoria dovrebbe migliorare il lavoro dei giovani, renderlo pi� fluido. E invece, nell’attuale mercato, rischia di alimentare le forme di disgregazione. Come uscirne?

                            "Vigilando, per esempio, quando � applicata alla legge 30, per separare o cedere rami d’impresa. Troppo spesso chi lascia il cuore dell’azienda peggiora la propria situazione. � la solita storia: le imprese preferiscono competere sul fronte dei costi, piuttosto che su quello della qualit�".

                            Risultato: la spaccatura di una generazione. Da una parte i giovani con contratti a tempo indeterminato, che si dicono soddisfatti delle attuali tutele; dall’altra ragazzi che saltano da un lavoretto all’altro, disoccupati cronici. Finir� con uno scontro autolesionista?

                              "Siamo a un bivio: la logica del farcela da soli contro quella del fronte comune. Una battaglia culturale, oltre che sociale".

                              Quanto alla Cgil? Lei ha 56 anni: quanti ne dovrebbe avere il suo successore?

                              "Spero sinceramente meno di me".

                              Lo davo per scontato.

                                "E invece non lo � affatto, mi creda".