“Indagine” L.Angeletti: Colpa del sistema fiscale

18/01/2006
    mercoledì 18 gennaio 2006

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      L’INDAGINE SUL REDDITO FAMILIARE
      IL SEGRETARIO UIL «TRE PUNTI DEL PIL SI SONO SPOSTATI DAI SALARIATI ALLE IMPRESE»

        Angeletti: Colpa di un sistema fiscale
        incapace di redistribuire il reddito

          intervista
          MARCO SODANO

            Angeletti, il mitico posto fisso non paga più. Che dice il numero uno della Uil?

              «Finalmente ammettono la verità: da qualche anno la ricchezza reale delle famiglie che vivono con reddito da lavoro dipendente scende».

                Allora la mazzata è doppia.

                  «Negli ultimi anni tre punti del prodotto lordo del paese sono passati dal lavoro dipendente al sistema delle imprese. Il calo del reddito degli stipendiati va di conseguenza».

                    Perché succede?

                      «Il calo dei consumi ha portato una contrazione della domanda interna: quella esterna non crescerà più, inutile illudersi di compensare con quella. Né gli italiani ricominceranno a consumare finché la crescita del pil resterà una faccenda da zerovirgola. Abbiamo un problema economico e un problema sociale».

                        I dipendenti restano a terra. Però il reddito degli autonomi cresce. Com’è possibile?

                          «Basta dare un’occhiata alle vetrine dei negozi: i prezzi continuano a salire. Poi ci si è messo di mezzo l’euro, una scusa magnifica per dare un’altra ritoccata verso l’alto ai listini. Insomma, le entrate sono aumentate».

                            Ci sarà un modo per riequilibrare il sistema. Altrimenti nei negozi andranno solo più i lavoratori autonomi.

                              «Bisogna cominciare a riequilibrare il fisco. Le imprese pagano meno tasse degli operai che ci lavorano dentro: non è il sistema migliore per ridistribuire la ricchezza. Una distorsione che negli anni ha contribuito ad allargare la distanza tra le categorie».

                                È una vecchia discussione: i dipendenti pagano fino all’ultimo centesimo, gli autonomi riescono a dribblare il fisco.

                                  «Lo squilibrio è a monte delle eventuali irregolarità. Un dipendente fa lo straordinario al sabato: su quella voce della busta pagherà il 33 per cento di tasse. Un finanziere mette in cascina una plusvalenza da un milione di euro: paga il 12,5».

                                    Insomma, non è questione di controlli ma questione di principio.

                                      «Il compito del fisco è redistribuire la ricchezza. L’esempio dimostra che in realtà funziona al contrario».

                                        Invece?

                                          «Invece bisogna costruire una nuova politica dei redditi. Solo aumentando le paghe potremo spingere la domanda e riavviare l’economia».

                                            Finché le cose stanno così non c’è da meravigliarsi se ogni contratto da rinnovare finisce muro contro muro.

                                              «Le trattative sui contratti di lavoro sono un esempio lampante della situazione paradossale in cui lavorano i sindacalisti: per portare a casa un aumento decente, diciamo cento euro, dobbiamo convincere l’azienda a sborsarne 195. Il lavoratore, alla fine, ne porta a casa 70».

                                                Centotrenta euro perduti per la strada. Un sistema distratto.

                                                  «Qui sta il succo della richiesta del sindacato di rivedere la politica dei redditi: bisogna tagliare il costo del lavoro e fare in modo che ne beneficino i lavoratori, non soltanto le imprese».

                                                    Soluzioni?

                                                      «Primo: ridurre le tasse sul lavoro, che in Italia sono da record mondiale. Secondo, cominciare a lottare davvero contro gli evasori. Terzo, redistribuire il carico fiscale».