Inchieste: Le aziende chiedono più formazione

31/10/2000

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Martedì 31 Ottobre 2000
commenti e inchieste
Le aziende chiedono più formazione

ROMA È la velocità che spiazza. E che, al dunque, fa la selezione tra le imprese e tra i lavoratori, tra chi è capace di una rincorsa senza affanni e chi invece resta fuori. Internet corre in fretta e mette a segno il miglior tempo tra altri mezzi di comunicazione concorrenti: se per raggiungere 100 milioni di persone la radio ci ha messo 60 anni e la televisione 30, per Internet ce ne sono voluti appena 7. Un’accelerazione che è piombata addosso al mercato del lavoro e ai suoi riti normativi e contrattuali creando, intanto, un piccolo mondo a parte. Dove le regole codificate per la old economy sono state sovvertite, in parte a causa dei nuovi contenuti professionali di chi lavora in rete, in parte proprio per la velocità del cambiamento. Come è emerso anche nelle precenti puntate di questa inchiesta su lavoro e new economy (si veda Il Sole-24 Ore del 10 e del 19 ottobre), formazione e talento si traducono in potere contrattuale, in autonomia professionale e responsabilità ma anche in un salario in larga parte variabile, in un coinvolgimento nella vita d’impresa che si chiama stock option, in orari e percorsi di carriera che non hanno niente a che vedere con i contratti collettivi. Qui non esiste il cartellino ma il time-sheet, ci sono vari istituti di reperibilità e "sale" chi è in grado di gestire un progetto indipendentemente dalle persone che controlla. Il punto è che la nuova realtà calza a pennello solo ad alcuni lavoratori: quelli formati, ricchi e contesi.

Navigatori sempre più di massa. Almeno a guardare le cifre diffuse ieri dalla Federcomin (associazione di mille imprese delle telecomunicazioni) quello di Internet non sembra proprio destinato a restare un fenomeno elitario: la popolazione web è arrivata a 360 milioni di persone con prospettive di crescita molto forti per l’Europa mentre negli Stati Uniti già il 50% delle famiglie usa abitualmente la rete. L’accelerazione ci sarà anche nel Vecchio Continente, un Internet-boom che farà nascere almeno 50 milioni di nuovi navigatori: dai 95 milioni utenti di oggi si dovrebbe passare a 140 milioni nel 2003, mentre saranno 34 milioni i compratori on line. L’Italia? Per una volta in linea con l’Europa anche se sconta un ritardo accumulato nei personal computer che però già ora, dice Federcomin, è in recupero. Nel mondo dell’impresa, la diffusione è del 100% nelle grandi aziende mentre circa il 75% delle piccole e medie imprese oggi è collegato a Internet e nei prossimi due anni saranno almeno 12mila (6,2%) quelle che prevedono di mettere su un sito di e-commerce.

Formazione: la nuova linea di confine. Non sono mancati e non mancheranno i contraccolpi di questo sprint da record. A cominciare dal mercato del lavoro, dalla selezione, dalle professionalità. E questa volta la debolezza strutturale italiana si sentirà amplificata: nel 2002, dice Federcomin, il 18% di professionalità richieste sarà irreperibile. Un buco nero che già mostra l’affanno della rincorsa italiana, rallentanta da un mercato del lavoro fatto di pochi professionisti contesissimi. Ma l’assenza di formazione danneggia anche i lavoratori perché, tra quelli che lavorano in rete, il divario tra i "ricchi e contesi" e i "poveri e precari" è molto più forte che altrove. Una differenza di salario, di diritti, di responsabilità, autonomia: l’operatore di call center e lo sviluppatore di sistemi sono due mondi separati. «Se non si fanno politiche di formazione a livello governativo — ha spiegato Roberto Polillo, amministratore delegato di Etnoteam — resteremo indietro a tutti gli altri diventando più poveri. Paesi come l’India hanno trovato la loro chiave di volta nelle tecnologie e nella formazione, noi invece siamo in un forte ritardo nonostante ci siano spazi di crescita ampi. È una potenzialità che il sistema-Italia non è ancora in grado di tradurre in fatti». Polillo lo sa bene cosa vuol dire tenere il passo, lui che nel ’94 riunì tutto il personale della sua azienda che fino a quel giorno faceva software ed esordì: «Adesso vi spiego cos’è Internet». Da lì è iniziata un’escalation che nel giro di un anno ha portato l’azienda a raddoppiare i dipendenti (da 450 a mille) e contestualmente le ore di formazione (4mila giornate).

Cgil: un contratto collettivo ad personam. Anche il sindacato batte il tasto della formazione. Oggi a Roma l’Ires-Cgil presenta una ricerca sul lavoro nella net-economy che descrive alcune delle situazioni già emerse nelle precedenti puntate dell’inchiesta: crescente individualizzazione del rapporto di lavoro, crescita dell’autonomia rispetto alla subordinazione, crescente forbice tra le professionalità e tipo di contratto. Conclusioni determinate dalle diverse possibilità e capacità di accesso dei lavoratori a percorsi di qualificazione professionale. «La formazione — ha commentato Agostino Megale, presidente Ires — deve diventare un obbligo, deve essere il perno della futura contrattazione». Un futuro contrattuale misto, un po’ collettivo, un po’ individuale. «I contratti collettivi — dice Megale — devono continuare a essere un riferimento per tutti, anche se, nella contrattazione di secondo livello, sarà possibile prevedere percorsi singoli, individuali tarati su determinate professionalità».

Lina Palmerini