Inchiesta: Se lo stipendio non arriva alla quarta settimana (6)

09/03/2004




MARTEDÌ 9 MARZO 2004

 
 
Pagina 8 – Economia
 L´INCHIESTA
 
LE FAMIGLIE E LA CRISI
Se lo stipendio non arriva alla quarta settimana
Pochi soldi e si stringe la spesa
è l´effetto "quarta settimana"
          Lo stipendio arriva il 27, si compra il prosciutto. Ma dopo venti giorni si passa alla mortadella
          I consumi scanditi dalla sindrome del fine mese: il bancomat non eroga più, cambiano le abitudini
          Il sociologo Domenico De Masi: l´attesa dello stipendio logora il morale, cambia l´autopercezione sociale delle famiglie
          Si costruisce una "finanziaria" domestica di sacrifici: niente fumo, via il barbiere, solo roba scontata. Ma poi ci si chiede: "Che vita è?"

          MICHELE SMARGIASSI


          N CASA Gambino il menù cambia secondo le lune. «Il 28 del mese, prosciutto. Verso il 20 del mese successivo passiamo alla mortadella». Non è una strana dieta astrologica, è solo la comunissima dieta-portafoglio. «Quando il bancomat gentilmente mi dice "disponibilità insufficiente" capisco che è ora di frenare con le spese». Paola Gambino, dipendente di un´azienda tessile di Vercelli, prende 900 euro al mese; il suo compagno, tecnico qualificato, 1500. Non malaccio, eppure non ci saltano fuori quasi mai. Un mutuo. Un bambino piccolo. La caldaia che s´è appena rotta, «ottanta euro, pagati con carta di debito, così riesco a rimandare il rimborso a dopo». Dopo cosa? Ma dopo il 27, è chiaro. «L´ultima settimana è la più dura. Bisogna fare bene i conti. A gennaio ho deciso di rimandare di un mese il bollo auto, meglio pagare il 3 per cento di mora che il 5-6 per cento di scoperto sul conto».
          Quel giorno di festa laica fu canonizzato quasi per caso da una circolare del ministro Minghetti nel 1864: «Nel dì 27 maggio può cominciarsi il pagamento degli stipendi agli impiegati per la mesata del maggio stesso, e così nei mesi successivi».

          In realtà, dei successivi 140 anni. Il giorno di paga è diventato l´argomento di barzellette, canzonette, perfino pièce teatrali, perfino il nome di un gruppo punk. Ma col versamento degli stipendi in conto corrente sembrava declassato a giorno come tutti gli altri. Invece ecco, il 27 del mese è risorto in tutta la sua implacabile gloria sacrale. San Paganino torna ad essere invocato, implorato, atteso come un salvatore in milioni di famiglie italiane.
          Quante di loro tornano a programmare le proprie spese in modo ciclotimico? Per esempio quella giovane di Francesca Mitta, bancaria ventinovenne di Sondrio, marito ingegnere chimico: «Il 27 passo al bancomat e la sera faccio le buste: 400 euro per la babysitter, 620 per il mutuo, 540 per le rate dei mobili. Col resto so che dobbiamo mangiare e vestirci. Metto via in anticipo, così non spendo quel che non ho». Ma non tutti sono così metodici. Per Denise, fiorentina, dipendente pubblico a mille euro tondi, il 27 è ogni volta un colpo basso: «Faccio i conti, vedo che ho già speso lo stipendio prima ancora di incassarlo e mi dico "sono povera", passo una settimana di depressione, non compro più niente, ma come si fa, si deve pur vivere, allora ricomincio, carta di credito, fino al 27 successivo, daccapo con la depressione».
          Sbalzi di umore, sbalzi di pressione che logorano il morale più che il fisico. Spiega Domenico De Masi, sociologo del lavoro: «Attendere con ansia il giorno di paga produce un senso di incertezza costante che cambia l´autopercezione sociale delle famiglie. Già Marx osservava che il proletario non è chi non ha il necessario oggi, ma chi teme di non averlo domani». «Io infatti con gli ultimi soldi del conto corrente mi sono iscritta a un corso per callista»: Loredana Rissone, impiegata parastatale, cerca un secondo lavoro per scacciare la paura del domani, per arrotondare i suoi 1250 euro, marito suppergiù stesso reddito, mamma anziana a carico, mutuo firmato «quando credevamo di potercelo permettere», invece no, adesso i soldi non bastano più «e la sera, invece di guardare la tivù, sfoglio i cataloghini degli ipermercati, mi segno le offerte e i 3×2 e il giorno dopo con la mappa già fatta vado a caccia di sconti».
          Sbarcare il lunario, espressione recuperata dal disuso. Vuol dire: riuscire a sopravvivere fino al prossimo foglio di calendario. L´inflazione, volendo, si misura anche a giorni: arrivo al 20, arrivo al 22. «La mia "ultima settimana"? A volte sono due», Francesco Vivoli viaggia sui 2000 euro mensili ma ha moglie e quattro figli a carico, «a gennaio, poi, di 27 me ne sarebbero serviti due: tra assicurazioni bolli e abbonamenti annuali ho sforato i 4500. Il mio conto è sempre in rosso, rientro solo con la tredicesima».
          La «mesata», come la chiama Minghetti, è un concetto elastico. Ultimamente sembra più lunga. S´arriva dove s´arriva. Poi, per sbarcare sulla terraferma dello stipendio, si fa il salto in lungo. Sonia Agostoni è responsabile amministrativa di una fabbrica di ventilatori industriali a Nova Milanese, fa le buste paga a 110 dipendenti «e fino a qualche mese fa ce n´erano solo sei o sette che chiedevano anticipi: i più anziani, per loro era una vecchia abitudine. Ora sono già una ventina, e temo che aumenteranno. Sono imbarazzati, si sentono in dovere di darmi spiegazioni».
          Nell´Italia che non risparmia più c´è solo un modo per non «arrivare lunghi» al 27: cominciare a frenare in tempo. Giorgio Miano, impiegato statale romano, si è aumentato lo stipendio di 250 euro auto-imponendosi una drastica Finanziaria: «Fumo: da un pacchetto al giorno a zero, fa anche bene alla salute. Barbiere: con due specchi e una macchinetta da 25 euro faccio da solo. Lavaggio auto: ogni 6 mesi. Banca: solo conti online. Palestra: niente abbonamento annuale, pago a entrate, poi d´estate mountain bike presa coi punti della benzina?». Tagliare il superfluo è la parola d´ordine, ma che cosa è davvero superfluo? Emiliano di Pesaro, tecnico specializzato con due figli grandi e moglie a carico, ha rinunciato alla licenza di pesca, 44 euro, ma adesso ci sta male: «Allora per cosa viviamo, solo per lavorare e pagare le bollette?». Gabriella, bolognese, due stipendi da 1200 euro in famiglia, si toglie letteralmente il pane di bocca per non vietarsi un piccolo viaggio ogni anno: «Compriamo solo cracker, tanto ormai il pane costa uguale e ne butti via di più».
          Taglia, risparmia, fai attenzione ai cartellini del prezzo. Sì, ma è la rincorsa di Achille alla tartaruga. Sergio Lupi, progettista meccanico di Teramo, tiene i conti su un foglio elettronico del computer: «Spesa alimentare, nell´ultimo anno più 13 per cento. Assicurazioni auto, più 7 per cento? Chi ci sta dietro»? «Chi trova un amico trova un tesoro, mai stato così vero»: laureata in Lettere, vittima di Tremonti (contratto da bibliotecaria all´Università non rinnovato), Rosamaria Corbisiero s´adatta a fare portineria all´Università in attesa di tempi migliori. «Quando alla fine del mese il bancomat si rifiuta di obbedire c´è sempre qualcuno che mi presta qualcosa. In banca se chiedo un fido mi ridono dietro, non mi chiamo mica Tanzi». Nei newsgroup di Internet fioriscono i consigli per risparmiare: addio bar, portarsi lo yogurt da casa; fornellino con la moka nel bagno dell´ufficio; fare rivoltare un colletto costa solo 3 euro; in biblioteca i libri non si pagano? Necessità che diventa virtù: la «sobrietà» che raccomandava l´ultimo Berlinguer, il «rifiuto» che predicava un colto scienziato anticonsumista come Giuliano Toraldo di Francia rischiano di avverarsi con vent´anni di ritardo. «Ma ridurre i consumi è una virtù solo se è una libera scelta», scuote la testa De Masi, «una scelta imposta dalle circostanze non insegna niente, se non la frustrazione. Gli italiani colpiti dal caro-vita non stanno davvero programmando la propria realistica discesa nella scala sociale, stanno solo cercando di resistere e non vedono l´ora di risalire».
          (6 – fine)