“Inchiesta” Quando il tuo padrone è un altro lavoratore (4/a)

10/10/2005
    sabato 8 ottobre 2005

    Pagina 11

      "Inchiesta"

        Viaggio nel mondo Coop. La funzione del sindacato. Quarta puntata

          Quando il tuo padrone è un altro lavoratore


            PAOLO ANDRUCCIOLI

              Dietro la maschera della cooperazione si nascondono spesso imprenditori pirati. Meno della metà delle cooperative registrate come tali nei vari settori merceologici sono iscritte alle centrali cooperative, dalla Lega per le «rosse», alla Confcooperative per le «bianche». Ci sono insomma centinaia di cooperative finte che operano sul mercato, cercando di sfruttare a loro favore la legislazione fiscale e le norme sui soci e i soci-dipendenti. In questo nostro giro nel mondo delle coop rosse, legate in modo diretto o indiretto alla scalata di Unipol a Bnl, trascureremo però quest’area del «sommerso cooperativo» e ci concentreremo invece sulle cooperative regolari. L’obiettivo è quello di capire qual è il destino del diritto del lavoro in imprese dove – almeno in teoria – i padroni sono proprio i lavoratori.

                Il quadrilatero emiliano

                  Tra Bologna, Imola, Modena e Reggio Emilia si concentra il grosso delle imprese manifatturiere cooperative. Il cuore della cooperazione italiana «rossa» sta qui, mentre in tutto gli addetti delle aziende metalmeccaniche cooperative a livello nazionale sono circa 10.000. Nelle imprese meccaniche emiliane gli operai «non stanno peggio degli altri», ci dice Gianni Scaltriti, segretario regionale della Fiom dell’Emilia. Per questi lavoratori vengono applicati tutti i diritti e qualche volta si riesce anche ad ottenere un «di più», vista la ragione sociale che sta alla base della cooperazione di produzione e lavoro. «Il merito però – ci tiene a precisare Scaltriti – non è delle cooperative, ma del sindacato, che anche in questo tipo di impresa fa il suo mestiere». La cosa più difficile, infatti, è conservare la famosa «autonomia» sindacale di cui si discute in ogni congresso e in ogni riunione. Per i sindacalisti che operano in questo settore c’è da superare cioè una doppia ambiguità. Da una parte la difficoltà di individuare l’azienda come controparte anche se è costituita dai lavoratori, dall’altra quella di evitare la tentazione di molte cooperative di mettere il rapporto di lavoro in secondo piano rispetto al rapporto societario: l’individuo viene considerato prima un socio e poi un lavoratore. Scaltriti ammette infatti che da circa 20 anni tutto il mondo cooperativo ha subito una profonda trasformazione. Oggi si privilegiano molto di più i valori di impresa, più che i valori solidaristici, che pure rimangono vivi e hanno un forte radicamento.

                    Il sindacato maggiormente rappresentativo tra gli operai metalmeccanici delle cooperative è la Fiom, così come la Cgil è il sindacato più forte in tutte le cooperative di produzione e lavoro degli altri settori. La presenza della Cgil e la natura del movimento cooperativo che fa riferimento al centrosinistra (anche se oggi gli antichi rapporti da cinghia di trasmissione dei partiti sono davvero un ricordo), fanno sì che si verifichino fenomeni bizzarri. Durante il governo Berlusconi, per esempio, la Lega delle cooperative decise di aderire al Patto per l’Italia con le altre associazioni imprenditoriali.

                      Il Patto per l’Italia

                        A quel Patto da cui la Cgil si distaccò, non firmando. Nella Lega la discussione fu molto accesa e ci furono alcune grosse cooperative rosse (per esempio le cooperative di costruzione come la Cmc e la Cmb) che furono contrarie al Patto.

                          Il modello di rapporti sindacali che si applica nelle cooperative risale al 1990, quando venne stabilito un apposito spazio per la contrattazione autonoma dagli altri settori. Tre anni dopo è stato applicato alle cooperative il famoso Protollo del 1993, che vale per tutto il mondo del lavoro. «Di solito – ci dice Andrea Ganfagna, sindacalista della Cgil che si occupa da anni di questo settore – nelle cooperative funziona il modello normale di relazioni sindacali e si applicano gli stessi diritti di tutti i lavoratori, con qualche aggiunta sul piano normativo: i permessi sindacali, il diritto all’informazione sui processi produttivi, gli orari». Anche nelle cooperative si sciopera, continua a raccontarci il sindacalista della Cgil, così come è successo più di un anno fa alla Coop Estense, una tra le più grandi cooperative del settore della distribuzione alimentare di cui abbiamo parlato nella seconda puntata di questa inchiesta.

                            Scioperi al supermercato

                              La vicenda della Coop Estense ha avuto un’origine particolare. «In quel caso – ci racconta Luigi Coppini, presidente della Filcams, il sindacato del commercio – si è trattato di un conflitto dovuto all’allargamento territoriale della cooperativa che da Modena e Ferrara decise di estendere i suoi supermercati anche alla Puglia, dove c’erano già quattro ipermercati con il marchio coop, ma in realtà gestiti da altre società». I problemi sono nati al momento dell’accorpamento, perché la direzione avrebbe voluto applicare per i «nuovi assunti» (i dipendenti dei 4 ipermercati) solo il contratto nazionale di categoria e non le regole Coop valide per i dipendenti della casa madre emiliana. La cosa ha fatto esplodere un conflitto durato quasi un anno, durante il quale la Cgil decise, seppure da sola, di scioperare. Alla fine il sindacato l’ha spuntata e ora alla Coop Estense si applicano le stesse regole per tutti.

                                La storia della Cmc

                                  La Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna è nata nel 1901. Da piccolissima impresa, è diventata oggi una potenza, fenomeno che accomuna, come abbiamo visto, molte cooperative di produzione e dei servizi soprattutto in Emilia. Attiva all’estero, la società realizza il 90% del fatturato consolidato annuo nel settore delle costruzioni. Anche qui, come abbiamo visto per la Sacmi o per altre grandi cooperative della distribuzione, le cifre del fatturato e dei dipendenti sono ragguardevoli: 544 milioni di euro, di cui 520 nelle attività di costruzioni, che vanno dall’Alta velocità, alla riorganizzazioni dei raccordi stradali, fino ai grandi lavori all’estero. La Cmc è riuscita a uscire da una crisi tragica dopo Tangentopoli. Come tutte le imprese legate ai lavori pubblici, la Cmc ha rischiato l’osso del collo. Il presidente Massimo Matteucci ci spiega che uno dei fattori che ha permesso alla Cooperativa di uscire dall’imbuto degli anni `92-’95 fu proprio la disponibilità del sindacato e il senso di solidarietà interna che si è sviluppato tra i soci e tra i soci e i lavoratori dipendenti. «Decisive furono allora – racconta Matteucci – il senso di coesione sociale di tutta l’azienda e l’atteggiamento responsabile e di comprensione del sindacato». Si sono fatte scelte dure in quegli anni che hanno portato al dimezzamento dei dipendenti, da mille a cinquecento. La Cooperativa, insieme ai sindacati, ha cercato però di risolvere tutte le situazioni, affrontandole caso per caso. «Nessuno è stato abbandonato a se stesso», dice Matteucci.

                                    Alla fine i lavoratori sono stati ricollocati. Molti sono passati per esempio ai grandi supermercati delle Coop, seguendo il fenomeno del passaggio dall’industria al terziario che ha caratterizzato tutta l’economia italiana. In questo caso, però, la differenza sostanziale con le imprese capitalistiche normali sta nella gestione «collaborativa» e nell’autofinanziamento. A differenza della stragrande maggioranza delle imprese italiane (grandi e piccole) che hanno usufruito dell’aiuto di Stato sotto forma di cassa integrazione e prepensionamenti, le Coop hanno attinto alle loro risorse, al capitale dei soci.

                                      Ma anche qui, come è ovvio, non sono tutte rose. Quelle che una volta si chiamavano «contraddizioni in seno al popolo» permangono e anzi potrebbero perfino accentuarsi. I manager della Cmc, per esempio, non si trovano sempre d’accordo con le posizioni della Cgil sul General Contractor, sulle scelte ambientali (si parla anche del Ponte sullo stretto) e sull’applicazione di determinate scelte strategiche.

                                        (4.continua)