Inchiesta: L´Italia che ha paura di diventare povera (1)

09/02/2004


SABATO 7 FEBBRAIO 2004
 


 
Pagina 1-7 – Economia
 
 
LE FAMIGLIE E LA CRISI
Prezzi e salari: viaggio nel declino della classe media
"Paura di diventare poveri" ora i figli invidiano i padri

La prima generazione a non essere più sicura di vivere meglio della precedente
Anche i nuclei bi-reddito sono lambiti dall´onda della preoccupazione
Quattro italiani su dieci confessano che il posto più triste della loro vita è l´ufficio
Gorrieri: "Quella dei ceti è una categoria politica. Il vero parametro è il reddito"

MICHELE SMARGIASSI


    UNA cittadina toscana in cima alle classifiche del benessere. Babbo classe ´43, licenza elementare; figlio classe ´71, laurea. «Lui alla mia età andava a ballare tutti i venerdì sera, io sto attento a una birra al pub. Lui portava la mamma a cena fuori tutti i sabati, io risparmio sui regalini alla mia ragazza. D´estate andavamo in vacanza un mese a Viareggio, nonni compresi, oggi mi posso permettere quindici giorni e nessun weekend. Era meglio se nascevo nel ´43?».
    Lei, ingegnere single, co.co.co. a 760 euro netti, casa in affitto con due amiche: «Papà operaio edile, mamma casalinga, ma io e mia sorella avevamo un vestitino nuovo e un paio di scarpe ogni stagione. Oggi mi sento povera».
    La scala verso il cielo s´è rotta. I figli invidiano i padri. Le magnifiche sorti e progressive del ceto medio italiano scivolano su una foglia di basilico: «Ha prezzi da erboristeria», il trentenne Nicola, impiegato, ci scherza su, «allora ho piantato l´orto in balcone». La «vecchia piccola borghesia» che nelle canzoni di Claudio Lolli faceva rima con «pena schifo e malinconia» non è stata spazzata via dal vento della rivoluzione; la nuova invece rischia di essere travolta dall´aria condizionata dei supermercati. Maurizio Maggiani l´ha gridato con l´eccesso dello scrittore: «Noi ceto medio incazzato nero stiamo imparando a vederci brutti e sporchi come quelli del piano di sotto».
    «Premesso che non mi sento povero?», così cominciano a decine le e-mail imbarazzate nei forum Internet, piazza elettronica dei colletti bianchi. Leggi: «Ho paura di diventare povero»

    Assieme alla precarizzazione del lavoro l´impennata dei prezzi, reale o esagerata che sia, ha dato l´ultimo colpo a una certezza assiomatica dell´economia popolare: che se hai voglia di lavorare il benessere s´accumulerà di padre in figlio. La generazione arrivata all´età attiva all´alba del millennio è la prima a non essere più sicura di vivere meglio di quella che l´ha preceduta; ed è certa che la successiva starà peggio. «Professore universitario, figlio di professore universitario: con 1700 euro e due figli non arrivo alla fine del mese», sconforto: «non posso garantire loro quello che mio padre ha garantito a me».
    La profezia di Marx, la proletarizzazione dei ceti medi, s´avvera al banco surgelati? Tra ricchi e poveri ormai c´è il vuoto? Il sociologo Paul Krugman lo ha proclamato dalle colonne del New York Times, e in Usa è una bestemmia. Ermanno Gorrieri, patriarca degli studi sulla povertà in Italia, ha una smorfia di fastidio: «Impoverimento dei ceti medi? E gli operai cosa sono, poveri da sempre?». Non la convince? «Io non so cosa sia il ceto medio. È una categoria della polemica politica. Ragionare per ceti, ?i nuovi poveri sono le donne´, ?no, sono i single´, non spiega nulla. L´unico parametro valido è il reddito familiare: due insegnanti senza figli e la casa in proprietà vivono bene, due insegnanti in affitto con tre figli sono nei guai».
    «I ceti medi non sono una classe», ammoniva trent´anni fa Paolo Sylos-Labini; li lega solo «una quasi-solidarietà». Anche quella è finita: ciascuno per sé alla guerra degli scontrini. Viola vive a Parma, «la città più cara d´Italia», impiegata all´Università, single senza figli, mille euro mensili: benestante? «Ho una bronchite e non ci dormo la notte. Non per la tosse: per i ticket. Trecento euro tra medicine, visite e accertamenti. Adesso tremo: alla fine del mese ci arrivo, ma se mi capita qualcos´altro?».
    Paura: qualcuno la chiama «percezione di povertà» per dire che è una psicosi, non una realtà. Ma don Giovanni Samonà, vicentino, vede cose molto concrete allo sportello della Caritas: «Sei interventi su 10 sono per famiglie italiane con reddito, non casi sociali. In un anno più 16,6 per cento. E noi i pacchi di viveri non li diamo alla leggera, prima accertiamo il bisogno». Famiglie con reddito. Cioè: lavoratori poveri. Un ossimoro: «pane e lavoro», nella nostra coscienza sociale collettiva, sono sinonimi. Lavoratori poveri, un´espressione addirittura incostituzionale: «Il lavoratore ha diritto a una retribuzione sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un´esistenza libera e dignitosa». Recitatelo al professor Leonardo, storia e italiano in un liceo pugliese, l´articolo 36 del nostro patto civile: riderà amaro. «Ho fatto sciopero: 50 euro di trattenuta. Tanto vale un mio giorno di lavoro. In famiglia siamo in cinque: dovremmo campare con 10 euro a testa al giorno. Ho fatto il conto: ci mancano 565 euro al mese per raggiungere la soglia di povertà. Ma io sono un professore, non posso andare a scuola per tre mesi con la stessa giacca. Non posso essere povero. Allora consumo i risparmi, che fino a qualche anno fa riuscivo a fare. Mi sto mangiando la casa del nespolo, come i Malavoglia».
    Monoreddito, famiglia numerosa, dubbi non ce ne sono: si va sotto. Ma l´onda della paura ora lambisce anche i bi-reddito. Roma: Beatrice e suo marito, «dinkies» (double income, no kids: due stipendi zero figli, formula di benessere spensierato nel mondo anglosassone), posto fisso, mestieri tecnologici: «Per ora abbiamo tagliato tutto il superfluo. Via l´auto: scooter. Pizza in casa. Zero weekend da un anno. Le vetrine non le guardo, i commercianti s´arrangino». I colpevoli designati, i raddoppiatori di prezzi? «Ma io sto sotto di 30 mila euro», lamenta Fabio, salone di abbronzaggi aperto appena due anni fa a Erba di Como. Fabio caro, lei vende il superfluo, la prima merce a sparire dai bilanci familiari è la sua. «Ma anche il ragazzo delle scarpe qui di fianco ha il negozio vuoto. Girano pochi soldi per tutti».
    Quanto pochi? La giungla delle statistiche non informa più: spaventa e disorienta. Per non sbagliare, gli italiani si fanno l´Istat in casa. «Da voi quanto costa una ?margherita´?». Bianca rossa e verde come la bandiera, la pizza-base è a furor di popolo il nuovo indice nazionale del costo della vita. Ultime quotazioni: Napoli 4-6 euro, Milano 7, Venezia 8, Torino 6,5, Firenze 8, Padova 5,5? Pizza, non a caso: consumo da ceto medio (perdoni, Gorrieri?). Venti anni fa avrebbero confrontato il prezzo del litro di latte. Ma non c´è nulla da ridere, l´Economist pubblica regolarmente il celebre BigMac Index, basato sull´hamburger più famoso del mondo, identico a tutte le latitudini: per comprarlo un ingegnere italiano spende 14.2 minuti del suo tempo-lavoro, un americano 7, un danese 9.4, un indiano 31.8. Allora non è solo l´euro che inflaziona, è il lavoro che perde valore. Cos´è successo? «Semplice: gli imprenditori hanno spostato il rischio dai loro profitti ai nostri stipendi»: Fabio, ingegnere romano, 45 anni, è amareggiato, dopo 12 anni in una prestigiosissima azienda di beni extralusso ha ricevuto un grazie e addio. Flessibilità, «cioè adesso ho una partita Iva. Non è vitalità, è un rifugio. Mi cerco il lavoro da solo, metto assieme 18 mila euro l´anno, se devo diventare povero almeno scelgo io come?».
    Sacrifici. Il concetto non è nuovo. Anni Ottanta: sacrifici contro l´inflazione a due cifre. Anni Novanta: sacrifici contro i buchi del bilancio. Duemila: sacrifici per agguantare l´euro. Oggi: sacrifici per arrivare al 27 del mese. Il giorno in cui otto milioni di cuori d´impiegato sbirciano tremanti la casella in basso a destra sulla busta paga. La soglia psicologica delle nuove paure è una cifra tonda e cantabile come nel motivetto di Pippo Barzizza: mille euro al mese. «Qualche anno fa era uno stipendio dignitoso», rimpiange Antonella, impiegata di secondo livello, single nel ricco Trentino, «ma ci pago 530 d´affitto, 100 di pensione integrativa, 300 di alimentari al discount. Spero di trovare presto un uomo da sposare. L´amore? Non è fondamentale».
    Nessuna sorpresa se alla rivista psicosomatica Riza quattro italiani su dieci confessano che il posto più triste della loro vita è l´ufficio. «Tocca agli economisti dirci se la sensazione di impoverimento è esagerata», spiega dall´università di Padova Silvio Scanagatta, sociologo, «ma i suoi effetti sulla qualità della vita sono reali. Chi ha paura contrae i consumi e quindi vive peggio. Sa qual è il vero ceto medio emergente? Gli immigrati regolari ben inseriti. Comprano casa, accendono mutui, stanno meglio di quanto stavano prima e sono ottimisti. Non sono certo loro i nuovi poveri».

(1-continua)