“Inchiesta” L’assicurazione che vuole la banca (5/a)

14/10/2005
    giovedì 13 ottobre 2005

    Pagina 11

    "Inchiesta"

    Viaggio nel mondo Coop. Chi comanderà la Bnl-Unipol? Ultima puntata

      L’assicurazione che vuole la banca

      PAOLO ANDRUCCIOLI

        La ricapitalizzazione dell’Unipol per la scalata alla Bnl si concluderà a fine mese, probabilmente il 28 ottobre. In attesa di avere il via libera definitivo dalle autorità di controllo e di capire le prossime mosse dell’amministratore delegato e presidente, Giovanni Consorte, proviamo a immaginare che cosa succederà dopo l’Opa, ovvero quale sarà la struttura di comando interna del nuovo conglomerato finanziario, il primo vero esperimento italiano di «bancassicurazione». Un gruppo che si porrà immediatamente ai vertici del sistema finanziario, subito dopo colossi come Generali, Banca Intesa, Unicredit, Ras, Capitalia e Monte dei Paschi di Siena.

          Consigli di amministrazione

            Se dovesse andare in porto l’operazione di Consorte, l’Unipol, compagnia di assicurazioni, società per azioni quotata in Borsa e controllata dalle cooperative attraverso l’holding Holmo e la finanziaria Finsoe, controllerebbe la Banca nazionale del lavoro, anch’essa società quotata in Borsa e banca storica italiana, che fin dai suoi esordi ha avuto rapporti diretti con il mondo della cooperazione. Il conglomerato finanziario che nascerà dopo l’Opa di Unipol su Bnl non si tradurrà comunque in una fusione tra le due società. Unipol continuerà a fare il suo mestiere di compagnia di assicurazioni e Bnl quello di banca. Ci saranno quindi due consigli di amministrazione separati, che comunque dovranno presumibilmente interagire come una sorta di vasi comunicanti.

              Il progetto presentato da Consorte ai soci e agli azionisti prevede infatti un piano industriale molto ambizioso, basato essenzialmente sulle sinergie: i clienti di Bnl che dovrebbero diventare clienti assicurativi di Unipol e viceversa: gli assicurati Unipol, che aprono conti correnti e accendono mutui con Bnl. Consorte ha parlato di sinergie da ricavi dell’ordine dei 280 milioni di euro, con sinergie di costi per 260 milioni. Nella riorganizzazione complessiva Unipol banca sarebbe assorbita dalla Bnl, mentre Bnl vita, oggi partecipata da Unipol, andrebbe a finire integralmente nella compagnia di assicurazioni bolognese.

                Tutti i dirigenti delle coop che hanno aderito alla ricapitalizzazione per la scalata alla Bnl sostengono che non c’è alcun «tradimento della causa», né un uso improprio delle risorse dei soci. Le accuse sono arrivate da più parti, perché si è detto che sono proprio le normative vigenti (anche post riforma del diritto sociatario), che vietano alle cooperative di investire risorse in settori che non sono propri. In questo caso, hanno detto i critici dell’operazione Consorte, le cooperative e in particolare le coop della grande distribuzione, andrebbero a investire soldi in un settore che non c’entra nulla con il commercio, qual è appunto la finanza. Manager e dirigenti del mondo cooperativo hanno risposto che l’operazione è pienamente legittima perché parte da una compagnia di assicurazioni come Unipol (che tra l’altro ha già una banca sua) che ha bisogno di una grande banca nazionale per estendersi su tutto il territorio nazionale. Un concetto che è stato spiegato dallo stesso Consorte durante l’assemblea dei soci che ha deciso la ricapitalizzazione e poi dai vari dirigenti delle coop, come Aldo Soldi, presidente di Unicoop Tirreno e Pierluigi Stefanini, presidente di Coop Adriatica e di Holmo. Per lo staff dirigente delle cooperative che sostengono Unipol, l’operazione è pienamente legittima perché i soldi dei soci sono investiti in un settore strategico che è già affine al lavoro delle cooperative stesse.

                  Aldo Soldi ha anche aggiunto che un’attività finanziaria – seppure minima – viene già svolta perfino all’interno dei grandi supermercati e ipermercati Coop. Da una parte c’è infatti il prestito dei soci, o prestito sociale, dall’altra «all’interno dei supermercati – ha spiegato Soldi – abbiamo sportelli finanziari nei quali i promotori offrono ai soci prodotti Singest». Si tratta di prodotti finanziari che appartengono già parzialmente a Unipol.

                  Arrivano gli stranieri

                    Nel consiglio di amministrazione della nuova (eventuale) Bnl non ci saranno però solo i rappresentanti di Unipol, che alla fine dei giochi dovrebbe detenere il 51% delle azioni. Ci saranno ovviamente anche tutti gli altri protagonisti della scalata, quelli che le cooperative hanno dovuto scelto come alleati di una guerra nata per difendersi (se avessero vinto gli spagnoli della banca Bilbao, Unipol avrebbe perso Bnl vita, è stato più volte ripetuto). Nel nuovo Cda di Bnl, dopo l’Opa, siederanno quindi i rappresentanti di Holmo, ovvero le cooperative più grosse del mondo della Lega, insieme ai tedeschi di Deustche Bank, agli americani di Jp Morgan, a quelli delle mutue belghe, ai rappresentanti del Monte dei Paschi di Siena (che ha una partecipazione in Finsoe oggi al 27,8%) e anche quelli di Hopa, la finanziaria di Emilio Gnutti, detto Chicco, l’uomo che con Ricucci e Fiorani è stato al centro dell’attenzione estiva proprio per le scalate e le intercettazioni telefoniche. Lo stesso finanziere che era stato già alleato con Consorte ai tempi della scalata Telecom, lo stesso finanziere che passa per amico di Silvio Berlusconi. Un intreccio, dunque, inedito, che ha fatto scaldare il dibattito estivo sulla nuova questione morale e sui rapporti tra mondo delle cooperative e i partiti della sinistra, Ds in prima fila.

                    Chi condiziona il manager?

                      Il problema più spinoso che sta emergendo dalle discussioni spesso anche male impostate (o impostate su una carenza di informazione di base) riguarda quindi la capacità delle cooperative di mantenere la loro natura mutalistica e la loro missione (garantire la continuità del lavoro per le generazioni), «sporcandosi» contemporaneamente le mani con l’alta finanza. Ma ancora più spinoso appare il problema della democrazia interna, ovvero del controllo e del condizionamento della linea di comando da parte dei soci. I dirigenti Coop respingono l’immagine di «manager inamovibili» o autorefenziali. E sostengono di essere molto più controllati e verificabili dei loro colleghi che guidano (con stipendi stellari) le normali società per azioni. Se i punti vendita non vanno bene, dicono per esempio i manager della grande distribuzione Coop, sono le stesse assemblee locali dei soci che ce lo fanno notare e che ci possono rimettere in discussione.

                        Ma tra le tante questioni che sono ancora confuse che si chiariranno con lo sviluppo della vicenda Unipol, sembrano ormai accertati due elementi. Il primo: il vecchio modello basato sulla cinghia di trasmissione è saltato da tempo e non vale più né per le cooperative «rosse», né per le «bianche». Sicuramente dopo Tangentopoli, (ma forse anche da prima) le cooperative, soprattutto le più grandi, hanno cominciato a camminare da sole. I manager, più che con la politica, si misurano con il mercato. E Consorte è l’esempio più evidente di questa trasformazione «antropologica». L’altro elemento che sembra abbastanza chiaro riguarda le dimensioni. Il controllo del management è più facile in realtà piccole o almeno con un numero limitato di soci, anche se l’azienda ha poi dimensioni di mercato internazionali. L’esempio più evidente è la storia della Sacmi, che abbiamo raccontato in una delle puntate di questa inchiesta.

                          (5.fine. Le precedenti puntate sono uscite: 29/9; 2/10; 6/10; 8/10)